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  • lunedì 12 luglio 2010

Quanti sono i prigionieri politici a Cuba?

La decisione del regime di liberare 52 dissidenti ha portato l'attenzione su tutti gli altri

Non si sa per certo quanti sono: secondo alcuni soltanto uno, secondo altri più di un migliaio

La settimana scorsa il governo cubano ha annunciato che rilascerà presto cinquantadue prigionieri politici, dopo mesi di polemiche e pressioni da parte della comunità internazionale: lo scorso febbraio Orlando Zapata Tamayo, prigioniero politico, si era lasciato morire di fame in un carcere cubano. La decisione del regime ha portato l’attenzione sui dissidenti ancora in carcere, anche se sembra piuttosto complicato conoscere esattamente quanti sono: un po’ per la difficoltà di definire esattamente chi è un prigioniero politico, un po’ perché il governo cubano ha sempre proibito alla Croce Rossa Internazionale di avere accesso alle sue prigioni. Il New York Times fa un punto della situazione.

Amnesty International dice che quando Cuba rilascerà i cinquantadue dissidenti che ha promesso di liberare, nelle carceri cubane resterà un solo prigioniero politico – “prigionieri di coscienza”, li definisce l’organizzazione – cioè l’avvocato e attivista antigovernativo Rolando Jiménez Posada. La Commissione cubana per i diritti umani, un gruppo indipendente non riconosciuto dal governo (ma la cui presenza nell’isola è tollerata), ha detto invece di stimare i prigionieri politici detenuti oggi a Cuba in 167, il numero più basso dalla rivoluzione del 1959. Il rilascio dei cinquantadue farebbe quindi arrivare il loro numero a 115.

Altre organizzazioni forniscono cifre ancora più alte. Human Rights Watch non fornisce un numero esatto, ma include nella definizione di “prigioniero politico” anche le persone arrestate negli ultimi anni per il reato piuttosto vago di “pericolosità”: e ha documentato almeno quaranta casi di persone detenute per ragioni politiche dall’arrivo al potere di Raúl Castro. Alcuni ex prigionieri sostengono che tantissime detenzioni a Cuba hanno motivazioni politiche, e per questo la cifra totale dei dissidenti detenuti arriverebbe oltre il migliaio. La versione del governo cubano è del tutto differente: a Cuba non ci sono prigionieri politici. Fidel Castro ha ammesso che fino a qualche decennio fa il suo governo deteneva migliaia di persone per motivi politici, ma sostiene che negli ultimi anni le prigioni cubane ospitano soltanto criminali comuni e spie pagate dagli Stati Uniti.

“Se la tirannia di Castro vuole davvero fare un gesto in buona fede, liberi tutti i prigionieri”, ha detto Miguel Sigler Amaya, un attivista che ha passato due anni in una prigione cubana per “disobbedienza” e “resistenza” e sostiene che migliaia di persone sono detenute sulla base delle stesse accuse. Uno dei suoi fratelli, Ariel, era un prigioniero politico ed è stato rilasciato il mese scorso per motivi di salute. Un altro suo fratello, Guido, dovrebbe essere tra i cinquantadue il cui rilascio dovrebbe essere ormai vicino.

Rilascio del quale si iniziano a conoscere alcuni dettagli. Secondo alcuni i prigionieri rilasciati saranno obbligati a lasciare il paese, così da ridurre le possibilità che possano continuare il loro attivismo contro il regime. Il cardinale Jaime Ortega, che ha avuto un ruolo fondamentale nel negoziato per la liberazione dei dissidenti, ha detto però che non esiste l’obbligo di lasciare il paese: andrà via solo chi vorrà.

La decisione di rilasciare cinquantadue prigionieri è stata riportata da Granma, il quotidiano del partito comunista cubano, senza specificare però che si tratta di prigionieri detenuti per ragioni politiche: per attività antigovernative o per aver violato le leggi cubane sulla stampa e la libertà d’espressione. La promessa del rilascio dei cinquantadue ha convinto il giornalista dissidente Guillermo Fariñas a sospendere lo sciopero della fame che durava ormai da 134 giorni, nonostante lui non sia incluso nell’amnistia e continui a essere sorvegliato a vista nell’ospedale in cui è ricoverato. Nelle scorse settimane il quotidiano Granma aveva sostenuto che Fariñas si trovava in carcere a causa di una rissa con una sua collega e lo aveva descritto come una spia pagata dagli Stati Uniti.

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