• Mondo
  • lunedì 5 Luglio 2010

L’ultimo casino combinato da Michael Steele

Secondo il presidente dei repubblicani americani, la guerra in Afghanistan è stata "una scelta di Obama"

È l'ultima di una serie infinita di gaffe: ora i suoi compagni di partito vogliono che si dimetta

Michael Steele, presidente del partito repubblicano statunitense, è al centro di una grossa polemica per via di una sua dichiarazione riguardo la guerra in Afghanistan. Steele ha detto che quella guerra è stata “una scelta di Obama” e che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto infilarsi in una “guerra praticamente inutile”. Solo che la guerra in Afghanistan è stata notoriamente iniziata dagli Stati Uniti durante la presidenza Bush, in risposta agli attacchi dell’11 settembre, con l’obiettivo di sconfiggere i talebani e dare la caccia a Osama bin Laden. Una decisione presa dall’intero congresso statunitense, repubblicani e democratici, la cui paternità viene rivendicata orgogliosamente dagli stessi repubblicani. Che infatti sono insorti: tutti a dissociarsi e prendere le distanze, McCain e molti altri a chiedere le sue dimissioni. William Kristol, leader e ideologo dei neoconservatori, lo ha fatto in forma piuttosto ufficiale, con una lettera pubblicata sul sito di Weekly Standard.

Non è chiaro se Steele si dimetterà o meno, anche se stavolta l’ha detta talmente grossa che difficilmente alla fine dell’estate si troverà ancora sulla poltrona della presidenza del partito. Anche perché la storia del suo mandato è stata fino a questo momento costellata da una sequenza infinita di errori, dichiarazioni controverse, polemiche e scandali più o meno grandi: un disastro, a detta di tutti.

Michael Steele diventa presidente poche settimane dopo l’elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti: il sistema partitico statunitense è legato a doppio filo con le scadenze elettorali e politiche, e quindi al termine di ogni ciclo elettorale si verifica un quasi istantaneo ricambio delle cariche di responsabilità all’interno dei partiti, che sono peraltro molto meno influenti e potenti di quanto potremmo immaginare, abituati come siamo agli standard europei dei leader di partito. La sua elezione venne vista come un tentativo dei repubblicani di rimettersi subito in carreggiata: l’elezione di un nero alla presidenza del partito appena sconfitto dal primo nero arrivato alla Casa Bianca rappresentava quanto meno una buona dichiarazione d’intenti. Certo non mancarono le perplessità, specie perché Steele – al contrario di Obama – durante la sua carriera politica precedente non si era granché distinto per niente: qualche anno da vice governatore del Maryland e una campagna (persa) per un seggio al senato. Fine.

La sua disastrosa presidenza è stata aperta da una lite con Rush Limbaugh, lo speaker radiofonico idolo degli ultraconservatori. Il capo dello staff della Casa Bianca, Rahm Emanuel, aveva dichiarato che il vero leader dei repubblicani non era Steele ma Limbaugh, tanto che chiunque critica Limbaugh a qualsiasi livello è poi sempre costretto a scusarsi e fare marcia indietro. Steele dichiarò che il leader dei repubblicani era lui e che Limbaugh era soltanto “un intrattenitore”. I repubblicani più conservatori se lo mangiarono e – come volevasi dimostrare – Steele fu costretto a chiedere scusa a Limbaugh, dicendo di essere stato frainteso.

Le goffe difficoltà del suo mandato hanno rispecchiato in qualche modo le contraddizioni del partito repubblicano, da mesi spaccato tra un’ala oltranzista vicina ai tea party e una più moderata, tra i quali occorrono spesso scomuniche e parole grosse. E quindi Steele cerca di dividersi, un po’ di qua e un po’ di là: un giorno fa delle dichiarazioni dialoganti sul fronte degli omosessuali e delle unioni civili, un giorno ribadisce la sua completa contrarietà ai matrimoni omosessuali. Un giorno dice che l’aborto è una scelta individuale, il giorno dopo – quando metà del suo partito lo sta sbranando – fa un passo indietro, col risultato di inimicarsi pure l’altro mezzo. Questa strategia sbilenca viene accompagnato a ogni genere di maldestria – dichiarazioni bizzarre rese ai giornalisti, errori e gaffe – e anche a qualche scandalo: alla fine dello scorso anno il Washington Times raccontò di come Steele avesse una gestione piuttosto allegra dei suoi rimborsi spese, e ogni suo viaggio costasse al partito repubblicano una cifra mai pagata in passato da alcun suo predecessore.

A un certo punto la mediocrità di Steele è apparsa a tutti così evidente che ha smesso di essere un tema di discussione, anche tra gli stessi repubblicani. Si è discusso molto, invece, della ragione per cui una persona come Steele possa essere arrivata a essere eletta presidente del partito repubblicano. Le risposte sono sfaccettate e complicate da una serie di fattori – negli Stati Uniti siamo in piena campagna elettorale, Steele è nero, eccetera – ma molti attribuiscono l’errore alla frenesia con cui i repubblicani hanno tentato di correre ai ripari dopo la vittoria di Obama alle presidenziali del 2008. Nessuna riflessione sulle cause della sconfitta, nessuna decisione politica, nessun cambio di strategia: solo il desiderio di mettere a segno un buon colpo d’immagine e soffiare qualche ora di attenzione ai democratici e a Obama. E quindi, come ha scritto qualche tempo fa Josh Marshall su Talking Points Memo, è inutile stupirsi: se metti una persona in un posto di responsabilità solo perché ha la pelle di un certo colore – o perché è uomo, o perché è donna, o perché agli occhi azzurri, eccetera – poi non ti stupire se non è in grado di fare il suo mestiere.

Steele è stato eletto perché era nero. E la verità è che oggi non può essere rimosso dall’incarico soprattutto perché è nero: perché liquidare Steele significherebbe ammettere che con la sua elezione i repubblicani volevano solo simulare una svolta di facciata. Quindi rischiano di essere costretti a tenersi la miriade di goffaggini e l’incompetenza di Steele, per una serie di ragioni che si sono costruiti loro, dalla prima all’ultima.