“La libertà delle inchieste” è una violazione delle regole?

Giuliano Ferrara attacca il "lapsus" di Ezio Mauro: "Le regole, signori, le regole"

Nelle lontanissime posizioni su molte questioni dell’amministrazione della giustizia, e nelle distanze di opinioni sulla legge sulle intercettazioni, i direttori del Foglio e di Repubblica dovrebbero condividere – e probabilmente condividono – un’idea di fondo sulla giustizia, sui suoi principi, sulle sue regole. Ma oggi sul Foglio il primo si chiede se una cosa scritta dal secondo ieri non sia un “lapsus” che tradisce un allontanamento persino da quei fondamenti.

Ezio Mauro, preso dalla foga combattente sul tema delle intercettazioni, è incorso ieri in un lapsus notevole e significativo. Ha parlato, nel suo editoriale, di “libertà delle inchieste contro la criminalità” osteggiata dalla legge sulle intercettazioni. C’è un equivoco palese, sebbene obliquamente dissimulato da queste parole che suonano bene e significano male. Le inchieste giudiziarie devono procedere in indipendenza da ingerenze del potere esecutivo, nel sistema italiano, ma non possono procedere “in libertà”.

Quanto è importante una questione apparentemente lessicale, e quanto si tratta di un banale equivoco? La libertà di cui parlava Mauro era in fondo la stessa cosa dell’indipendenza? Secondo Ferrara la distinzione non può essere dimenticata nemmeno per sbaglio.

Le indagini, le udienze preliminari, gli interrogatori, le ordinanze di custodia cautelare, le intercettazioni, i dibattimenti, la formazione della prova, acquisizione e custodia degli atti, le sentenze: tutto è assoggettato a regole strettissime, formali, tassative. I magistrati della pubblica accusa dovrebbero essere, ciò che non sono più da anni e anni in Italia, la “bocca della legge”. È il pensiero di Luigi Einaudi e di Piero Calamandrei, non di Berlusconi e Alfano. L’idea della libertà di lotta al crimine ha qualcosa di selvaggio, di primitivo, di militante e forse anche di fazioso e di antigiuridico, soprattutto in bocca al guru della sinistra che delle regole fa un totem e un tabù.

Mauro si associa a Barbara Spinelli, che esaltava nella Stampa di domenica scorsa il malvezzo di suggerire stragismi e complicità orrende del potere con la mafia, non con sentenze frutto di processi, ma con materiali giudiziari che sono il prodotto di opinioni soggettive di alcuni pm, e che giustamente la memoria pubblica cestina come mere opinioni. Le regole, signori, le regole. Possibile che debbano valere per tutti e non per chi è “bocca della legge”?