• Italia
  • mercoledì 5 maggio 2010

“Il resto dell’anno dove sono i sindacati?”

La proposta di Marco Simoni - "Abolire il Concertone" - era stata raccolta dal Post

Buquicchio sull'Unità di oggi: "Lo organizzeremo quando ci sarà qualcosa da festeggiare"

Si ingrossano le file di chi chiede – per l’anno prossimo, ormai – di abolire il tradizionale concerto del primo maggio a Roma. Avevamo rilanciato la proposta di Marco Simoni, a sua volta pubblicata un anno fa dall’Unità. Il quotidiano diretto da Concita De Gregorio ha raccolto nuovamente il tema in questi giorni con due editoriali, uno di Cesare Buquicchio e uno dello stesso Marco Simoni.

Scriveva ieri Simoni:

Non c’è dubbio che l’accresciuta flessibilità e precarietà del lavoro rendano il compito di organizzare i lavoratori più arduo. Allo stesso tempo, tuttavia, offrono formidabili armi di rivendicazione, perché stimolano nuovi bisogni e nuove richieste di protezione. Il punto chiave è che queste richieste possono non collimare o addirittura confliggere con quelle tipiche delle generazioni precedenti. Inoltre, le stesse forme di lotta costitutive dell’identità sindacale devono essere aggiornate e, probabilmente, non più basate solo sullo sciopero (esemplare davvero a questo proposito la fantasia dei lavoratori sardi che hanno occupato l’Asinara definendola “l’isola dei cassintegrati”). Nell’assenza di un confronto pubblico e trasparente, questi nodi sono sistematicamente sciolti a svantaggio dei lavoratori giovani (con eccezioni, naturalmente). In questo contesto, è illusorio pensare di guadagnare credibilità con un concerto, quando troppe volte i fatti vissuti dalle generazioni giovani sono di conio diverso. In quante aziende gli accordi di ristrutturazione hanno previsto il non rinnovo di tutti i contratti precari per salvare qualche centinaia di euro dei lavoratori più anziani? In quante aziende non è possibile assumere lavoratori giovani perché si è ricorso a prepensionamenti? In quante aziende i sindacati esplicitamente favoriscono l’assunzione di lavoratori più anziani indipendentemente dal merito del lavoratore? Ogni volta che questi fatti si avverano, l’organizzazione del concerto si riduce ad alibi e contribuisce ad acuire la distanza che la stragrande maggioranza dei lavoratori giovani sente nei confronti del sindacato.

Gli fa eco Cesare Buquicchio, sull’edizione di oggi:

Resta negli occhi di tutti la strana asimmetria tra i tre milioni «di padri e di figli» (così titolava in prima pagina l’Unità il 24 marzo 2002) scesi in piazza su invito dei sindacati per opporsi alla modifica dell’articolo 18 e le poche decine di migliaia di figli che hanno marciato in corteo contro il precariato. Quel giorno dov’erano i padri? Quel giorno dov’erano i sindacati? Quindi, sì, aboliamo il Concertone. Lo organizzeremo di nuovo quando ci sarà da festeggiare l’affermarsi di idee finalmente efficaci e all’altezza dei tempi. Salari con andamenti rimodulati? È giusto che più si diventa vecchi, più il salario cresce? Alziamo l’età pensionabile? Ma non solo per far fronte alla spesa pensionistica. Vogliamo anche riequilibrare le risorse tra giovani e meno giovani? Ricordiamoci che siamo, da un punto di vista demografico, il paese più vecchio del mondo e con i tassi di natalità più bassi. Ma siamo anche uno dei pochi paesi europei in cui per i giovani non esistono misure di assistenza sociale contro il rischio di povertà. I minimi sociali in Italia vengono garantiti solo ai pensionati, spesso anche a quelli che vivono nelle famiglie più ricche. “Un quarto delle somme destinate alle maggiorazioni delle pensioni minime nell’accordo raggiunto nel luglio del 2007 fra governo (Prodi) e sindacati è andato a beneficio di persone appartenenti al 50 per cento più ricco della popolazione italiana” (scrivono sempre Boeri e Galasso nel libro citato in precedenza). Nessuno vuole “affamare” i pensionati, tanto meno quelli che fanno fatica ad arrivare a fine mese, ma senza risorse per i più giovani qualunque paese è destinato a perdere competitività. E senza un’economia competitiva siamo tutti (anche i pensionati) sempre più poveri.

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