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  • lunedì 19 aprile 2010

Come sbrogliare la grana Karzai?

Secondo Zakaria - Newsweek - Karzai è di fatto insostituibile, quindi le critiche sono dannose: lo indeboliscono e lo delegittimano

Friedman sul New York Times propone l'opposto: se gli Usa non parlano chiaro, anche contro Karzai, gli afgani non avranno mai un governo degno di questo nome

Il dibattito pubblico e giornalistico su quale debba essere la condotta politica e militare degli Stati Uniti in Afghanistan è praticamente sempre aperto, ma da qualche settimana la discussione si è focalizzata attorno a un punto ben preciso: i rapporti da tenere con Hamid Karzai. Ultimamente, infatti, i rapporti tra l’amministrazione statunitense e il presidente afgano si sono molto raffreddati: gli Stati Uniti non hanno risparmiato critiche alla gestione del governo da parte di Karzai e al suo comportamento durante le recenti elezioni presidenziali, lo stesso Karzai ha replicato con gesti politici provocatori – come l’accoglienza e la visibilità riservata al presidente iraniano Ahmadinejad – e dichiarazioni estemporanee e avventate, talmente avventate che qualcuno ha persino dubitato della sua stabilità psicofisica avanzando dubbi su una sua presunta dipendenza dall’eroina.

Due dei più competenti e influenti commentatori americani hanno affrontato questo tema giungendo a conclusioni praticamente opposte. Secondo Fareed Zakaria, direttore dell’edizione internazionale di Newsweek, non esistono alternative concrete e migliori a Karzai, quindi criticarlo pubblicamente – come ha fatto la Casa Bianca – è controproducente.

Anche se Karzai fosse davvero incapace e corrotto, rimarrebbe comunque una ragione fondamentale per supportarlo: non c’è alternativa. Una potenza straniera non può sperare di disporre una vittoriosa strategia per contrastare le insurrezioni senza un alleato locale con un minimo di seguito e popolarità. Karzai è il politico più popolare e credibile che sia disponibile sulla piazza. Quindi non possiamo sostituirlo, e non possiamo vincere senza di lui. Qualcuno crede che eventualmente il suo successore sarebbe un brillante amministratore o un democratico jeffersoniano dalle indubitabili virtù?

Non la pensa così Thomas Friedman, che sul New York Times espone il suo punto di vista facendo riferimento all’argomento esposto da Zakaria.

Ho letto molte analisi che criticano l’atteggiamento dell’amministrazione Obama nei confronti di Karzai. Dicono: Karzai è il migliore sulla piazza. Ci ha aiutati, sta facendo cose buone. Sì, ha rubato le elezioni, ma è comunque più popolare di chiunque altro (ma allora perché le ha rubate? Non importa). Questa frase ricorda la dottrina realista durante la guerra fredda: sostenere anche i tiranni, purché nostri alleati e amici. George W. Bush ha portato avanti questo genere di approccio “neo-realista”. Non gli importava di costruire l’Afghanistan: gli importava di tenere in mano il paese, così che gli Usa potessero utilizzarlo come avamposto per combattere Al Qaida lì e in Pakistan. Chiariamoci, si è trattato di un approccio sensato: non ho mai pensato che l’Afghanistan fosse così importante per gli Stati Uniti. Sfortunatamente, però, il governo Karzai si è dimostrato così incapace e corrotto che tantissimi afgani hanno finito per ritornare tra le braccia dei talebani. Quindi Obama ha messo in campo una nuova strategia: dobbiamo sconfiggere i talebani per battere Al Qaida, e l’unico modo per battere i talebani è avere una polizia afgana efficiente, giudici onesti, burocrazia efficiente. Un buon governo, insomma. Per Obama, l’idealismo è il nuovo realismo: per proteggere i nostri interessi e raggiungere i nostri obiettivi, dobbiamo fare qualcosa di molto altruista: dare un governo migliore agli afgani.

Secondo Zakaria, l’obiettivo cui fa riferimento Friedman – dare un governo migliore agli afgani – sarebbe irrealistico al punto da diventare una perdita di tempo.

Stiamo parlando dell’Afghanistan: una delle cinque nazioni più povere del mondo, distrutta da trent’anni di guerra, con una cultura tribale e un tasso di alfabetizzazione tra i più bassi al mondo. Governare lì sarebbe complicato per chiunque, e Karzai si è mosso nel modo giusto. Non voglio dire che gli Stati Uniti non debbano fare pressioni su Karzai in privato. Ma dovrebbero farlo, per l’appunto, in privato. Essere sincero su quello che senti potrà essere una buona cosa quando sei un privato cittadino, ma se sei un governo è autoindulgenza. La politica estera non si fa sfogandosi.

Thomas Friedman, manco a dirlo, propone esattamente la soluzione opposta.

Se la chiave della nostra strategia è avere un governo dignitoso in Afghanistan, è importante che gli afgani vedano e sentano da che parte stiamo su questi temi. Altrimenti, dove troveranno il coraggio per chiedere un governo migliore? Dobbiamo coinvolgere l’intera società afgana. Non dimentichiamolo: il malgoverno di Karzai è esattamente la ragione per cui abbiamo dovuto inviare più truppe in Afghanistan. Karzai è la causa dell’aumento di truppe, ed è colui che ne trae i maggiori benefici. Sono sicuro che con le nuove truppe batteremo i cosiddetti “cattivi”, ma se i “buoni” non sono meglio di loro, allora non sarà servito a niente. Come ho detto, se sei amico di qualcuno, non lasci che questo si metta alla guida ubriaco. Specie se abbiamo nel sedile posteriore un neonato che si chiama Democrazia.