Alla fine è successo: a Sesto San Giovanni ha vinto il centrodestra

Perché – per la prima volta dal dopoguerra a oggi – il centrosinistra ha perso nella cosiddetta "Stalingrado d'Italia"

Roberto Di Stefano, al centro (Facebook)

Per la prima volta dal dopoguerra a oggi a Sesto San Giovanni, un comune in provincia di Milano, il centrodestra ha vinto le elezioni comunali: anche se non riguarda un capoluogo di provincia, questo risultato è molto significativo ed è stato citato da moltissimi come il simbolo dell’andamento generale di queste ultime elezioni amministrative. Durante la Seconda guerra mondiale Sesto San Giovanni venne soprannominata la “Stalingrado d’Italia” per la forza dei suoi militanti comunisti e ottenne una medaglia d’oro al valore militare per la resistenza degli operai al nazifascismo. Negli anni Cinquanta a Sesto San Giovanni il Partito Comunista Italiano aveva sedicimila iscritti, cioè un abitante su due; il PCI e i partiti di centrosinistra suoi eredi – PdS, DS e PD – avevano sempre vinto le elezioni fino al ballottaggio di domenica 25 giugno, quando ha vinto Roberto Di Stefano, sostenuto da alcune liste civiche e da Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale.

La sindaca uscente di Sesto San Giovanni era del PD: Monica Chittò si era presentata anche per un secondo mandato, ma al primo turno aveva ottenuto soltanto 1.400 voti in più del suo avversario di centrodestra, Roberto Di Stefano. Al ballottaggio Chittò si è fermata al 41,37 per cento, mentre Di Stefano è stato eletto con il 58,63 per cento soprattutto grazie all’apparentamento formale con Gianpaolo Giorgio Maria Caponi, candidato sostenuto da tre liste civiche vicine al centrodestra, che domenica 11 giugno era arrivato terzo con il 24,24 per cento. Chittò aveva ottenuto il sostegno formale di un candidato civico di sinistra che al primo turno aveva preso il 3,47 per cento.

La campagna elettorale di Sesto San Giovanni era stata molto dura, e ricca di episodi sgradevoli: Chittò aveva ricevuto minacce di morte anonime e insulti sessisti soprattutto per le sue posizioni in materia di accoglienza dei migranti. Era tra i 76 sindaci su 134 della città metropolitana di Milano che a metà maggio avevano firmato il protocollo per la distribuzione dei rifugiati nei vari comuni del territorio: «Il clima politico di odio e sempre più avvelenato sollevato da alcuni in campagna elettorale sul tema degli immigrati genera anche queste conseguenze», aveva spiegato. Erano stati insultati su Facebook anche Fayez Eissa, italiano di origine egiziana candidato al consiglio comunale per il PD, l’assessora Roberta Perego e la consigliera Lidia Speranza.

Durante la campagna elettorale ci sono state denunce per diffamazione, manifesti anonimi con reciproche accuse ai candidati e lettere di appello al voto arrivate anche ai defunti; i leader nazionali di partito hanno partecipato a comizi e manifestazioni. La questione dei migranti però ha prevalso su qualsiasi altro argomento. Si è parlato soprattutto della moschea e del centro culturale islamico, oggi in un prefabbricato: Di Stefano ha insistito molto sui finanziamenti provenienti dal Qatar per la costruzione della moschea, ha accusato di fondamentalismo Bilal Daoou, candidato del PD e esponente dei Giovani Musulmani d’Italia, e ha detto che con la nuova moschea ogni venerdì almeno 4.000 musulmani avrebbero “invaso” Sesto da tutta la provincia (la nuova moschea potrà accogliere invece non più di 600 fedeli). Per giorni è circolato anche un volantino rosso, anonimo, che diceva: «Se anche tu vuoi una Sesto musulmana, vota Chittò». Dietro c’era la cronistoria di un presunto pericolo estremista in città.

Chittò ha dunque attribuito la sua sconfitta soprattutto al “clima di odio” creato dai suoi avversari e legato alla questione dei migranti; ha detto anche che la situazione è peggiorata dopo l’uccisione di Anis Amri, l’uomo sospettato di avere compiuto l’attentato terroristico a Berlino nel dicembre del 2016, fuori dalla stazione della metropolitana di Sesto San Giovanni: quell’episodio avrebbe dovuto dimostrare, secondo la sindaca, che i controlli e i pattugliamenti erano stati efficaci, e invece è stato utilizzato per costruire una campagna elettorale basata sulla paura.

Il centrodestra ha invece attribuito la propria vittoria al fatto che negli ultimi anni la città sia stata male amministrata: «Chi governa la città, in questi anni ha sistematicamente fatto ricadere i costi del malgoverno e del sistema sui cittadini: incuria e degrado, aumento della pressione fiscale, abbandono del commercio di vicinato, perdita di posti di lavoro, abbandono delle periferie, scarsa manutenzione delle strade e del verde, crescente senso di insicurezza dovuto all’aumento della microcriminalità, perdite nelle società comunali ripianate con soldi dei cittadini, piscine chiuse, oltre 7 milioni di buco nelle casse comunali per tasse non pagate, mancanza di abitazioni popolari, impianti sportivi inadeguati e scarsa pulizia generale». Di Stefano ha anche spiegato che i vari partiti finora all’opposizione e i movimenti di area hanno saputo presentarsi uniti e «aperti al civismo»: «Abbiamo vinto perché abbiamo parlato alla gente, perché non stiamo chiusi nei palazzi», ha detto il nuovo sindaco.

Nel dopoguerra Sesto San Giovanni era la città delle fabbriche, delle industrie siderurgiche e una città operaia molto attiva nelle lotte sindacali degli anni Settanta e Ottanta. La grande industria ha lasciato la città negli anni Novanta, sostituita dalle nuove società del terziario avanzato, dove in genere gli impieghi sono più precari e meno remunerati: oggi più di un terzo dell’intera superficie del comune è occupato da quel che rimane delle acciaierie Falck e degli altri impianti ormai in disuso. Anche la sinistra è quasi scomparsa. Se appunto una volta un abitante su due era iscritto al PCI, nel 2007, alla fondazione del PD, gli iscritti erano 800 in una città di 80 mila abitanti. Oggi sono circa 200 e sono sempre più anziani. La crisi della sinistra a Sesto San Giovanni ebbe poi una rapida accelerazione con l’inchiesta giudiziaria , iniziata nel luglio 2011 ma finita in nulla, che coinvolse l’ex sindaco Filippo Penati. Da sindaco di Sesto fino al 2001, Penati secondo le accuse aveva favorito alcuni privati e società concedendo permessi edili in cambio di denaro e finanziamenti per l’area Falck o “area ex Falck”, dal nome delle acciaierie che una volta vi avevano sede. Fu un’indagine di cui si parlò moltissimo sui giornali nazionali; tutti gli imputati nel 2015 sono stati assolti in primo grado.

Roberto Di Stefano ha 39 anni ed era vice presidente del consiglio comunale di Sesto San Giovanni, eletto con Forza Italia nel 2007 e poi nel 2012. Ha lavorato come operaio alla Pirelli, si è laureato in Scienze politiche ed è giornalista pubblicista. In seguito ha lavorato nel campo assicurativo. Dopo il risultato di ieri, su Facebook ha scritto: «Stasera abbiamo fatto la storia: dopo 72 anni di governo della sinistra abbiamo liberato Sesto! Un’emozione incredibile: sono il Sindaco di Sesto San Giovanni».

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