Le dure proteste contro il Dakota Access Pipeline

È un oleodotto statunitense che passa per una riserva indiana: i Sioux che ci abitano protestano da mesi, ora le cose si sono fatte più tese

Uno striscione al campo allestito dalla tribù Sioux della riserva di Standing Rock per protestare contro il Dakota Access Pipeline, il 4 settembre 2016. (ROBYN BECK/AFP/Getty Images)

Negli ultimi giorni ci sono stati violenti scontri nella riserva indiana di Standing Rock, in North Dakota, quando la polizia è intervenuta in un campo allestito da alcuni manifestanti per protestare contro la costruzione di un oleodotto. Ci sono stati diversi feriti e molti arresti, e la polizia ha usato gli idranti sui manifestanti, oltre a fumogeni, taser e altri dispositivi stordenti o contundenti: una ventina di persone sono state portate in ospedale, e ci sono stati in totale circa trecento feriti. Jack Dalrymple, governatore Repubblicano del North Dakota, ha ordinato lo sgombero dell’accampamento principale dei manifestanti, ma alcuni funzionari statali hanno già detto che l’ordine non verrà eseguito: molti attivisti avevano avvertito che, vista la violenza degli scontri degli scorsi giorni, uno sgombero avrebbe potuto causare ancora più feriti.

L’oleodotto oggetto della protesta è conosciuto come Dakota Access Pipeline, ed è già stato costruito quasi interamente. È sotterraneo, costerà in tutto 3,8 miliardi di dollari ed è lungo quasi duemila chilometri: dovrebbe servire a portare sotterraneamente il greggio dalla Bakken Formation – una zona al confine tra Montana e North Dakota, due stati degli Stati Uniti che confinano con il Canada – fino all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa. Si stima che dalla Bakken Formation si possano estrarre 7,4 miliardi di barili di petrolio. Secondo Energy Transfer Crude Oil, la società dietro al progetto, l’oleodotto aiuterà gli Stati Uniti a essere meno dipendenti dal petrolio proveniente da zone del mondo politicamente instabili, creerà dagli 8mila ai 12mila posti di lavoro ed è il sistema più sicuro, ecologico ed economico per trasportare il petrolio. Il North Dakota negli ultimi anni ha attraversato una crisi economica legata al surplus di petrolio di qualità scadente.

I nativi americani Sioux che vivono nella riserva di Standing Rock si sono opposti alla costruzione del tratto di oleodotto che dovrebbe attraversare il loro territorio, sostenendo che distruggerebbe siti storici e religiosi importanti per la loro storia, danneggerebbe il loro benessere economico e ambientale, e comprometterebbe le loro riserve d’acqua, passando sotto il letto del fiume Missouri. Dave Archambault II, il capo della tribù Sioux di Standing Rock – che è riconosciuta dal governo federale statunitense – ha spiegato che la sua comunità non è stata consultata a sufficienza prima della decisione di autorizzare l’oleodotto, tesi a cui si è opposto il senatore John Hoeven, rappresentante del North Dakota al Senato americano. Alla protesta dei Sioux della riserva di Standing Rock si sono unite altre tribù indiane e diverse organizzazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace. Durante le primarie Democratiche, anche il senatore del Vermont Bernie Sanders si era espresso contro l’oleodotto.

Le proteste dei Sioux vanno avanti dallo scorso aprile, quando fu allestito l’accampamento, chiamato “Sacred Stone”, ma si sono intensificate ad agosto. Quest’estate il campo è arrivato a ospitare un migliaio di persone, anche appartenenti a tribù indiane storicamente nemiche, come i Lakota e i Crow, che si sono unite nella protesta. La situazione ha iniziato a diventare più tesa a partire da ottobre, quando la polizia è intervenuta con arresti di massa e scontri con i manifestanti. Gli attivisti hanno denunciato comportamenti violenti e umilianti da parte della polizia, che intanto ha accusato i manifestanti di aver incendiato le attrezzature nel cantiere dell’oleodotto e di aver costruito barricate per le strade. A fine ottobre, prima delle elezioni americane, si è anche scoperto che Donald Trump in passato ha investito dai 500mila a un milione di dollari in Energy Transfer Crude Oil, e che il CEO della società ha donato oltre 100mila dollari alla sua campagna elettorale, e altri 67mila al Partito Repubblicano.

Le proteste hanno causato molti ritardi nella costruzione dell’oleodotto, che doveva essere completato entro il 2016. A inizio novembre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva detto che si stava verificando la possibilità di un percorso diverso per l’oleodotto, che aggirasse le terre sacre dei Sioux. Parallelamente alle manifestazioni, la tribù di Standing Rock ha anche portato avanti la protesta in tribunale, ma a settembre un giudice ha dato ragione allo United States Army Corps of Engineers, la sezione dell’esercito americano specializzata in ingegneria e progettazione, e che si è occupata dell’oleodotto. A metà novembre il governo statunitense ha bloccato temporaneamente i lavori, negando i permessi per gli scavi sotto il Missouri. Negli ultimi giorni le proteste dei manifestanti sono state complicate dal freddo, peggiorato dagli idranti della polizia. Dai filmati, si è visto che la polizia li ha usati quando era separata dai manifestanti da una recinzione, attirando molte accuse di violenza ingiustificata.

Dopo l’ordine di sgombro, Cecily Fong, portavoce del dipartimento del North Dakota che si occupa delle situazioni di emergenza, ha detto che non sarebbe stato permesso alla polizia di eseguirlo. Lo US Army Corps of Engineers ha detto in un comunicato che al momento non è in programma uno sgombero del campo. La protesta contro Dakota Access Pipeline ha ricordato a molti quella contro il Keystone XL, un tratto dell’oleodotto Keystone il cui progetto fu ritirato dopo le proteste, e che avrebbe dovuto attraversare Montana, South Dakota e Nebraska.

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