Corea del Sud
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  • martedì 15 dicembre 2015

Il bizzarro programma sudcoreano per convincere le persone a non suicidarsi

In un paese con un tasso di suicidi altissimo, l'iniziativa prevede che le persone simulino la loro morte, scrivendo una lettera di addio e chiudendosi in una bara

Corea del Sud

Tra i paesi industrializzati, la Corea del Sud ha il tasso di suicidi più alto: 39 al giorno, in media, secondo i dati dell’OCSE. Alcune ricerche hanno dimostrato un legame tra questo fenomeno e gli elevati livelli di stress sul luogo di lavoro. Per affrontare il problema diverse aziende hanno iniziato a partecipare a particolari programmi che avrebbero l’obiettivo di aiutare le persone ad apprezzare di più la loro vita. Questi programmi, tra le altre cose, prevedono di mettere in scena e partecipare a un proprio finto funerale.

La storia è stata raccontata per BBC da Stephen Evans, che ha assistito a uno di questi rituali. I dipendenti di un’azienda sono stati riuniti in una grande stanza a Seul, appositamente allestita. Ognuno di loro si è seduto a un banco e ha scritto delle lettere d’addio ai propri familiari. A quel punto, racconta Evans, ci sono stati momenti di commozione e pianti disperati. Poi sono stati mostrati dei video: quello di un malato terminale di cancro che è riuscito a sfruttare al massimo i suoi ultimi giorni, quello di un uomo nato senza braccia e senza gambe che però ha imparato a nuotare e altre storie simili. Dopodiché ognuno dei partecipanti si è sdraiato dentro una bara disposta accanto al banco tenendo tra le mani una propria fotografia, avvolta in un nastro; le bare poi sono state chiuse da un uomo vestito di nero che dovrebbe rappresentare “l’Angelo della Morte”. Al buio per 30 minuti dentro la bara, i partecipanti avrebbero dovuto riflettere e cercare di capire cosa significhi morire.

Finti funerali

Jeong Yong-mun, uno dei responsabili di questo tipo di programmi, ha spiegato che il rituale «è stato progettato per aiutare le persone a venire a patti con i propri problemi, che devono essere accettati come parte della vita». Evans precisa che è molto difficile sapere che cosa esattamente i dipendenti pensino di queste iniziative («in Corea del Sud è improbabile che qualcuno critichi le politiche aziendali»), ma anche che dalle testimonianze raccolte il rituale sembrerebbe aver avuto comunque un impatto positivo: «Dopo l’esperienza della bara, mi sono reso conto che dovrei provare a vivere con un nuovo stile di vita», «Mi sono reso conto che ho fatto molti errori. Spero di diventare più appassionato al lavoro che faccio e di trascorrere più tempo con la mia famiglia», hanno raccontato alcuni partecipanti.

Nelle aziende della Corea del Sud sono diffuse anche altre pratiche molto particolari, come fare ginnastica o “esercizi di risata” prima di cominciare a lavorare: ogni mattina quando si arriva in alcuni uffici o fabbriche i dipendenti e gli operai devono fare degli esercizi di stretching, in altre devono cominciare a ridere forzatamente. «In un primo momento, ridere mi ha fatta sentire veramente a disagio e mi chiedevo come avrebbe potuto farmi del bene. Ma una volta che si comincia a ridere, non si può fare a meno di guardare le facce dei colleghi e si finisce per ridere davvero insieme», ha raccontato una donna a Evans. L’anno scorso il governo della città di Seul ha cercato di intervenire sui livelli di stress sul lavoro istituendo una pausa obbligatoria e consentendo ai dipendenti di riposare per un’ora durante il giorno. In realtà chi aderiva era obbligato a recuperare andando al lavoro un’ora prima o uscendo un’ora dopo.

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