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Cambiare la BCE?

Secondo molti per risolvere la crisi europea la BCE dovrebbe fare da "prestatore di ultima istanza": che cosa vuol dire e perché non succederà

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Nel suo ultimo discorso da presidente del Consiglio in carica, reso pubblico con un videomessaggio registrato il 13 novembre, Silvio Berlusconi ha detto che una responsabilità pesante della crisi dell’euro è della Banca Centrale Europea, per non aver voluto fare il “prestatore di ultima istanza, garante della moneta”. L’espressione usata da Berlusconi (in inglese lender of last resort) è stata molto usata nelle ultime settimane da molti analisti e commentatori italiani e stranieri, per indicare il ruolo che la BCE dovrebbe avere per risolvere la crisi del debito e che invece si ostina a non voler tenere. In Italia la tesi è stata raccolta soprattutto dal centrodestra – alcuni l’hanno usata soprattutto in chiave anti-UE – ma all’estero il dibattito è molto frastagliato e meno definito politicamente (uno dei sostenitori di questa tesi è Paul Krugman, professore, economista liberal, premio Nobel e columnist del New York Times).

Chi presta quando nessuno vuol prestare
Il prestatore di ultima istanza, nel linguaggio finanziario, è un’istituzione che presta denaro a chi non riesce più a ricevere prestiti. Di solito è una banca centrale nazionale, che opera da prestatore di ultima istanza per esempio quando va in soccorso di banche in difficoltà, in modo da evitarne il fallimento. La banca centrale di un paese che ha una propria moneta ha un modo a disposizione per poter prestare denaro praticamente all’infinito: battere nuova moneta, e questo aspetto diventerà importante tra poco.

Trasferito alla situazione europea, chi chiede alla BCE di fare da prestatore di ultima istanza sostiene che la BCE dovrebbe comprare miliardi e miliardi di euro di titoli di Stato emessi da paesi come Italia e Spagna, che ora devono promettere tassi di interesse molto alti per farsi prestare denaro dai mercati (oltre il 6% per i titoli con scadenza a dieci anni, nel caso dell’ultima asta dei titoli italiani), in modo da stabilizzare e “tranquillizzare” il mercato, provocando un abbassamento dei tassi. Negli ultimi mesi la BCE si è limitata a comprare i titoli greci, spagnoli, italiani e francesi (provocando infatti un atteso abbassamento dei tassi di interesse, anche se ridotto), ma in quantità estremamente limitate rispetto a quanto avrebbe dovuto fare per incidere in modo risolutivo. Perché non lo fa?

L’inflazione
Il motivo è molto semplice: decine di miliardi di euro di titoli di Stato nazionali italiani e spagnoli devono essere pagati, e pagati in euro. Se accettasse di fare il prestatore di ultima istanza, la BCE dovrebbe anche accettare, in via di principio, la possibilità di stampare più moneta per comprare il debito pubblico dei diversi stati nazionali (se poi lo faccia o meno, concretamente, dipende da diversi fattori): e stampare più moneta può significare un aumento dell’inflazione.

L’aumento dell’inflazione – cioè un aumento generale e continuo dei prezzi di beni e servizi – è proprio il pericolo che finora hanno voluto evitare la BCE e la Germania, che è tra i paesi più contrari ad acquisti massicci della BCE (Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca, rilascia di frequente dichiarazioni intransigenti su questo punto) nonché il paese europeo economicamente più importante. Quando e se verrà messo a punto il fondo di stabilità europeo, l’EFSF, i suoi 440 miliardi di euro dovrebbero servire proprio all’acquisto di titoli di Stato a rischio, senza più chiamare in causa direttamente la Banca Centrale Europea. Tutte ragioni che oggi rendono piuttosto implausibile un cambio di atteggiamento della BCE.

I critici di questo atteggiamento dicono che i timori per l’inflazione sono esagerati, ma finora la BCE non ha voluto prendere in considerazione l’ipotesi di stampare nuova moneta: la questione riguarda anche la sua autonomia dai diversi governi nazionali, a cui l’istituzione europea tiene moltissimo. Chi difende la BCE sostiene invece che il rischio dell’aumento dei prezzi – e quindi dell’erosione del potere d’acquisto, tra le altre cose – potrebbe rallentare ulteriormente i consumi e la ripresa, compromettendo il risultato che si otterrebbe sul fronte del mercato dei titoli.

foto: TORSTEN BLACKWOOD/AFP/Getty Images

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