Domenica sera Report ha dedicato la sua inchiesta principale alla privacy su internet, con parentesi aperte su altri temi che riguardano la rete (e un servizio successivo sulla pirateria). La puntata è stata commentatissima in diretta in rete, con molti dissensi ma anche molti interventi in difesa della trasmissione. Qui i messaggi apparsi su Twitter, qui le discussioni su Friendfeed, qui altre cose in giro per la rete.




IMHO l’unica critica che si può muovere a Report è il fatto che abbiano mischiato cose che stanno su piani diversi. La signora che si lamenta della figlia treenne finita in tv, poteva evitare di metterla su youtube, no?(ma anche mediaset..) Quella che FB non sarebbe gratuito perchè Cityville si paga è una sciocchezza perché evidentemente non è obbligatorio giocarci così come non è obbligatorio scrivere tutti i dati fino al codice fiscale! Quindi questo era il capitolo “fatevi furbi”. Altra questione, del tipo “chi sono veramente i ragazzi in felpa”, riguarda il fatto che Google possa tracciare i tuoi gusti, salvare le tue ricerche, e poi venderle. E ancora se queste aziende basano il proprio valore azionario sulla base di quanti profili “schedati” hanno raccolto o cercano di utilizzare i propri mezzi per indirizzare il modo di pensare della gente su richiesta di qualche oligarca russo pieno di gasdollari.
In realtà (e per favore smettetela con i vittimismi, posso lodare un giornalista ogni giorno e poi prenderlo a calci se fa una cazzata, è normale, non esistono i santi)il problema del reportage di ieri è che molti passagi erano comprensibili a pieno solo a chi conosce già un poco la rete.
Andava fatto un lavoro di spiegazione passo passo altrimenti la differenza tra responsabilità dell’utente e del gestore in un problema ne esce fuori come nebuloso.
Piccolo esempio: quando hanno chiesto a google chi potesse leggere le mail il tizio ha detto che nessuno le può leggere se non ha accesso all’account perchè i dati vengono richiamati sul momento. Ora io so che quello che ha detto vuol dire che le mie mail su gmail sui loro server sono un pezzo qui un pezzo lì e un pezzo da un altra parte ancora, rendendo quindi impossibile che qualcuno sia così interessato alle mie mail da bucare diversi server di google e mettersi a scoprire come trovare i miei dati e come ricostruirli.
Ma una persona che non conosce la rete cosa ha capito?
@oneiros
Condivido il fatto che ci sarebbe bisogno di più formazione base da parte di report, ma considera anche che una puntata dovrebbe durare il triplo del tempo, solo a spiegare le basi!
Sinceramente, si fa tanto chiasso perché report è andato a smontare il giocattolo di molti. Pensiamo con la nostra testa prima di tutto.
Autoironia… :-)
http://youtu.be/3ZzP_69ZTFk
la solita qualità di report (ottima rispetto la tv italiana)
@marco
Qundo ti rivolgi a delle persone presentandogli una cosa non puoi esimerti dal spiegargli come funziona, o non stai rendendo un buon servizio.
Non è rivolto a te, non solo perlomeno, ma quello che mi sta dando molto fastidio nei commenti sul post nei vari articoli sulla vicenda è che sì da per scontato che la gente abbia avuto da ridire sull’idea di facebook, e non sulle questioni tecniche del servizio.
Io non ho visto la puntata di Report di ieri ma ho letto lo script: http://www.report.rai.it/dl/docs/1302458627250prodotto_pdf.pdf e mi pare che questa lettera aperta alla Gabanelli non centri il problema. Report è un programma di inchiesta, non di approfondimento socio-antropologico. L’enorme ruolo della generazione digitale nei campi dell’informazione, della conoscenza e della sensibilizzazione politica non mi pare sia stato demonizzato, anche se effettivamente un accenno, per il pubblico generalista al quale la trasmissione era rivolta, andava fatto. Ma un’inchiesta giornalistica che sveli ciò che sfugge all’attenzione comune (suppongo anche dell’utente medio dei social network) deve essere ben altro. Il tema del trattamento dei dati personali dovrebbe starci a cuore, e sostenere che avvisarci del rischio di diventare prodotti commerciali non serve a nulla mi sembra puerile. E’ pur vero che siamo prodotti commerciali appetibili per le imprese the oltre 50 anni, e anche mentre camminiamo per strada I volti dei cartelloni pubblicitari ammiccano a noi e per noi. Ma ora siamo obiettivi molto più sensibili e avvistabili perché abbiamo deciso di condividere volontariamente parte della nostra identità.
Da consumatore della rete e dei social network dico che l’effetto positivo della trasmissione ci sia stato, avendoci costretto a dare una seconda mano a quella coscienza digitale di cui siamo, giustamente, entusiasti sostenitori.
forse il senso della puntata è sfuggito. Si parla ne più ne meno di uno strumento del quale l’ideatore compare spesso in video o conferenze attaccando con il solito pippone della comunicazione, del come tutti possano stare in contatto, di quanto è bello FB, del futuro dei rapporti umani, bla bla bla. Tutto molto bello ma la realtà è un’altra: FB è un’azienda che vende prodotti, cioè noi stessi. Per carità è normalissimo, non sono un catastrofista, il fine naturale di un azienda è fare profitto. Ma bisogna conoscere le dinamiche di uno strumento sul quale noi intratteniamo conversazioni private, pubblichiamo foto,depositiamo dati personali ecc. Non credo che tutti ne siano al corrente, neanche tra gli “addetti ai lavori”. Credo però che nella società essere dei consumatori coscienti sia un diritto ma soprattutto un dovere.