Chi erano i Nar, condannati per la strage di Bologna

Gilberto Cavallini è stato condannato all’ergastolo per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. 85 morti, la più grave nella storia terrificante delle stragi in Italia. È il quarto dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, a essere condannato per la strage. Prima di lui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro avevano avuto l’eragastolo; Luigi Ciavardini era stato invece condannato a 30 anni.

Poche ore prima della sentenza Cavallini ha detto: «Non accetto di dover pagare per ciò che non ho fatto. Noi Nar abbiamo fatto tutto alla luce del sole. E non accetto la falsificazione della nostra storia. Abbiamo lasciato in mezzo alla strada molte vite umane, anche dei nostri camerati e amici. Se voi pensate che dei ragazzini di poco più di 20 anni siano gli esecutori di ordini di gruppi di potere come la P2 o la mafia, fate un grosso errore».

C’è una verità giudiziaria sancita da anni di processi. Seicentomila pagine di atti, ricostruzioni, testimonianze. Eppure in tanti continuano a dire, soprattutto a destra, non solo radicale, che bisogna ancora cercare la verità. Riccardo Bocca ha scritto un libro importante: Tutta un’altra strage, uscito qualche anno fa, in cui raccoglieva tra tante altre cose, la testimonianza di una donna che aveva riconosciuto Francesca Mambro davanti alla stazione di Bologna, quel 2 agosto. E poi, appunto, seicentomila pagine di atti, ricostruzioni, verbali, testimonianze. Tutto documentato, fino alle sentenze passate in giudicato per Mambro, Fioravanti, Ciavardini. Una verità c’è: quella giudiziaria. Io non ho elementi per dire che le sentenze siano giuste o sbagliate. Ma quelle sentenze ci sono.

So però chi erano i Nar, quei ragazzini di 20 anni, come li definisce Cavallini. So che per esempio la sera del 28 febbraio 1978 decisero di “andare a caccia dei rossi”. Erano in otto. C’erano i fratelli Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi. Partirono dal fungo, all’Eur, dove si trovavano. Arrivarono in piazza don Bosco dove un gruppo di ragazzi si stava facendo una canna su una panchina. Di sinistra sì, ma non particolarmente militanti. Erano lì a chiacchierare, a fumare. Gli spararono addosso. Cristiano Fioravanti colpì al petto Roberto Scialabba, poi gli si inceppò l’arma. Ci pensò il fratello, Valerio. Si sedette sulla schiena di Roberto e gli sparò due colpi alla nuca. Poi se ne andarono. Scialabba aveva 24 anni, Valerio Fioravanti 20, suo fratello Cristiano 18.

Qualche anno prima, il 27 aprile 1976, Gilberto Cavallini a Milano assieme a una dozzina di camerati, assalì a coltellate tre studenti “apparentemente di sinistra”. A Gaetano Amoroso squarciarono l’addome. Morì due giorni dopo, aveva 21 anni. In via Uberti c’è una targa che lo ricorda.

Cavallini entrò nei Nar nel 1979. Fu lui, il 23 giugno 1980, a uccidere il giudice Mario Amato che indagava sui terroristi neri. Lo raggiunsero mentre aspettava l’autobus, Cavallini scese da una moto guidata da Ciavardini. Sparò alla nuca del giudice. Dopo, ricordando i capelli di Amato che si aprivano volando via, disse: «Ho visto il soffio della morte». Amato aveva detto: «Sto arrivando alla visione di una verità d’assieme che coinvolge responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi». Poi aggiunse: «Mi hanno lasciato solo».

Il poliziotto Francesco Evangelista, detto Serpico, fu ucciso davanti al liceo Giulio Cesare, a Roma. C’erano Fioravanti, Giorgio Vale, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini. Volevano ridicolizzare la polizia, dissero. Alessandro Alibrandi era un altro dei ventenni dei Nar. A 17 anni era stato tra quelli che avevano sparato a Walter Rossi, ucciso mentre distribuiva volantini antifascisti. Con Fioravanti, Mambro, Cavallini, Vale, il 21 ottobre 1981 tese un agguato al capitano della Digos Francesco Straullu e all’agente Ciriaco Di Roma. Alibrandi e gli altri spararono con armi automatiche e proiettili potenziati: credevano che il capitano avesse in dotazione un’auto blindata. Non era così. Il gruppo aveva con sé una lancia che voleva “simbolicamente appuntare sul petto del capitano come richiamo agli indiani d’America”. Non poterono farlo perché il corpo di Straullu, totalmente straziato, era finito per la violenza dei colpi addirittura sotto il sedile.

A volte i Nar andavano anche in trasferta: a Milano, a caccia di giovani di sinistra. Si appostarono sotto casa di Andrea Bellini, leader conosciutissimo dell’Autonomia Operaia milanese, per ucciderlo. Bellini si salvò perché in quei giorni dormiva fuori casa.

Un’inchiesta condotta da giornalisti di Radio Popolare tra cui Umberto Gay indicò come membri dei Nar gli assassini di Fausto e Iaio, uccisi a Milano il 18 marzo 1978. Una verità giudiziaria però non è mai arrivata.

Dal 1977 al 1981 i Nar si lasciarono dietro un’infinita scia di sangue. Ebbero contatti con la Banda della Magliana, è accertato. Molti di loro non ci sono più. È morto Alibrandi, sono morti Vale e Anselmi. Di qualcuno di loro si è tornato a parlare, come di Massimo
Carminati che non ha mai smesso di essere un criminale.

Io non so se la condanna di Cavallini, Fioravanti, Mambro e Ciavardini sia giusta. So però chi erano i Nar e che cosa hanno fatto.