Tifosi e no

Ieri a Roma in curva Nord, quella della Lazio, si sono intonati ben alti e distinti cori antisemiti. «Giallorosso ebreo», erano le parole, rivolte sia ai tifosi leccesi (era in corso Lazio Lecce) sia, presumibilmente, ai tifosi romanisti. Il resto dello stadio non ha fischiato, non ha dato segni di disapprovazione o fastidio. Non risultano prese di posizione da parte del presidente Lotito né di altri dirigenti della Lazio.

Certo, è successo altro domenica 22 aprile, ben altro. È quello che tutti i giornali raccontano sotto il titolo di “Ricatto ultrà”, “Genoa in ostaggio”, “Giocatori costretti a togliersi la maglia”. È successo che gli ultras della curva nord di Marassi sono prima riusciti a interrompere la partita, poi a presidiare il tunnel degli spogliatoi dicendo: «Se volete passare di qui vi togliete la maglia, che state disonorando» (il Genoa stava perdendo in casa 0-4 con il Siena). I giocatori si sono tolti la maglia, “costretti”, scrivono i giornali.

Costretti? Già su questo ci sarebbe da discutere. Intendiamoci, ciò che è accaduto a Genova è gravissimo. Ma è anche l’ennesimo atto di una rappresentazione che va avanti sempre uguale. Quanto sono false e abusate le frasi dei telecronisti sportivi: «Questi personaggi non hanno nulla a che fare con il calcio». Peccato che all’inizio delle telecronache si parli di «meravigliose coreografie». E chi le fa le coreagrafie? Si fanno da sole? E di «tifo fantastico». Già, e chi li intona i cori? Si parla di «appassionati che si sobbarcano centinaia di chilometri per stare vicini alla squadra». Salvo poi dire, due giorni dopo, «che quelli non sono tifosi».

Si fa finta di non sapere che quegli ultras, proprio quei capi ultras, sono gli stessi che si vedono alla Pinetina, a Milanello, a Trigoria, a Formello. Provate a girare, la domenica sera o il lunedì, giorno di riposo dei calciatori, per i locali di corso Como, a Milano. Vedrete giocatori in compagnia di boss delle curve. E così a Roma, a Napoli, ovunque. I leader delle curve diventano accompagnatori, amici e guardie del corpo dei giocatori. Si conoscono, sono spesso amici, sono vasi comunicanti. Il coro più importante che una curva può intonare è «uno di noi». Quel giocatore è «uno di noi». Se smette di esserlo vuol dire che ha tradito, sono guai. E se sei «uno di noi», un amico, allora sarai nostro ospite in curva. Ma poi non potrai rifiutarti di venire alla nostra festa, alla nostra serata. Se sei uno di noi, se ci vediamo in discoteca o in quel locale, se facciamo magari qualche affare insieme, allora io mi sentirò libero di chiederti, come è successo a Bari, di perdere una partita, così noi capi ultras ci possiamo fare un po’ di soldi con le scommesse.

In una discussione andata in onda su Sky Massimo Mauro diceva che la scena peggiore vista a Marassi è stata quella di Sculli che parla con un capo della curva. Che cerca una soluzione. È una discussione tra persone che si conoscono, che convivono, che devono continuare a farlo. Nel 2004 le due curve unite interruppero il derby Lazio-Roma. «Sospendete la partita», intonavano. Sostenevano che un tifoso fosse morto, fuori dallo stadio, investito da un’auto della polizia. Non era vero, ma loro non arretravano. I giocatori, interpellati, dissero: «Non giochiamo, torniamo a casa». Per paura. Ma probabilmente non paura di conseguenze immediate ma paura di ciò che sarebbe accaduto dopo. C’è un accordo tacito tra giocatori e ultras, guai a farlo saltare. Lo stesso è accaduto ieri a Genova: è saltata una normalità apparente che però è stata ripristinata dopo il colloquio tra calciatore e capo ultras. Il pullman del Genoa ha lasciato lo stadio disturbato solo da qualche urlo di passaggio. La normalità era stata ripristinata.

C’è anche chi non si toglie la maglia. Ci ha provato ieri Sebastian Frey, portiere del Genoa. Diceva, rivolto ai tifosi, «Questa maglia è mia, non me la tolgo. È mia.» Gillet, portiere del Bari, si rifiutò di aderire alle richieste degli ultras: «Fatti passare un gol, che vuoi che ti costi? Tanto siamo già in B». Gillet disse di no. E gli ultras: «Guarda che tu vivi in questa città, ci incontri, ci vedi, frequentiamo gli stessi posti».

Per lungo tempo Clarence Seedorf, giocatore del MIlan, è stato fischiato dalla sua curva. Perché giocava male, si diceva. Ma non era così, o meglio, non era solo così. Quando morì Gabriele Sandri, Seedorf fu l’unico giocatore che si rifiutò di mettere la fascia nera a lutto. Non perché non ritenesse quella morte grave e assurda ma perché non capiva, non sapeva bene che cosa era accaduto. Gli dissero «Tu fallo», lui rispose «No, voglio prima capire». Ne ha pagato le conseguenze.

Le ambiguità, le contiguità, riguardano anche le società. Vogliamo far finta di non sapere che per anni i capi ultras hanno avuto i biglietti per le trasferte direttamente dalle società? Biglietti poi rivenduti a caro prezzo, biglietti con cui tanti leader delle curve hanno fatto molti soldi. E che i negozi ufficiali di merchandising delle squadre all’interno degli stadi sono spesso in gestione ai boss ultras? Ma poi, qualcuno si domanderà come mai all’ingresso degli stadi vengono sequestrati accendini e bottigliette, ma fumogeni e petardi riescono comunque a entrare. Da dove passano? Si dice spesso che le società sono ricattate dagli ultras. È vero anche questo, sicuramente. Ma è tutto molto più complesso, è un rapporto di ricatto e sudditanza, ma anche di convenienza. Perché gli ultras fanno comodo quando si tratta di fare pressioni sul mondo arbitrale. O su allenatori e giocatori. Gli ultras fanno comodo quando la tua squadra finisce in Lega Pro, e loro sono sempre lì, a fare il tifo.

Succederanno ancora cose come quelle di Genova. E ci saranno ancora cori razzisti e antisemiti. A Dortmund, in Germania, il Borussia ha proibito per tre anni l’accesso a un gruppo di tifosi che aveva intonato cori razzisti. Lo stesso aveva fatto due anni fa il Chelsea. In Italia siamo ben lontani. Cori razzisti sono consuetudine di molte curve. La Juventus è stata avvertita più volte: se i vostri tifosi continuano con questi cori, scatterà la squalifica. Ma poi la domenica dopo la storia continua e non succede nulla. Chissà poi se l’arbitro di Lazio-Lecce ha scritto delle urla antisemite nel suo referto. Se sì, la Lazio si beccherà un paio di migliaia di euro di multa, non di più. Lotito continuerà probabilmente a non dire nulla.

E continueranno naturalmente i commenti in coro di tutto l’ambiente, stretto e unito: «Ma questi non c’entrano nulla con il calcio». Un po’ come un tempo qualcuno rispondeva: «La mafia? Ma la mafia non esiste».

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