Oltre ogni ragionevole dubbio

Ieri al processo d’appello di Perugia per la morte di Meredith Kercher è successo qualcosa di banale e di straordinario insieme. È successo che la Corte, dopo nemmeno un’ora di camera di consiglio, ha deciso di accogliere la richiesta delle difese di Amanda Knox e Raffaele Sollecito perché vengano fatte nuove perizie genetiche. Perizie super partes. Ha scritto la giuria nelle sue motivazioni: «Il rispetto della regola posta dall’articolo 533 (pronuncia di condanna soltanto se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio) non consente di condividere totalmente le decisioni della Corte d’Assise di primo grado…».

Cioè, in pratica, le perizie vanno fatte perché due persone non possono essere condannate se non si è assolutamente certi della loro colpevolezza. Certo, è banale questa decisione. È ovvia, dovrebbe essere sempre così. È stata anche ammessa la testimonianza di autisti di pullman di Perugia che smentiscono la testimonianza, prodotta dall’accusa, di un senzatetto che disse di aver visto la notte dell’omicidio la Knox e Sollecito in piazza, in mezzo alla confusione dei ragazzi che salivano sulle navette dirette alle discoteche. Quella sera le discoteche erano chiuse, le navette non funzionavano. Ma non è questo il punto. Il punto è: oltre ogni ragionevole dubbio. In primo grado questo non era accaduto: semplicemente la corte aveva respinto la richiesta di nuove perizie. E il ragionevole dubbio era rimasto, eccome, in una vicenda che sembrava fin dall’inizio aver trovato, anche grazie alla stampa, i due colpevoli preconfezionati, fatti a forma di colpevoli: i “fidanzatini diabolici” (titolo ricorrente sui giornali).

Ovvio che le perizie potranno dare esiti negativi agli imputati. Però si cercherà di andare ogni ragionevole dubbio. E non è poco.