I bravi ragazzi delle curve

Saranno trent’anni che la storia è sempre la stessa: c’è una partita, le curve fanno casino (Inter-Roma di sabato, fischi al minuto di silenzio per Cossiga e contestazioni alla Tessera del Tifoso), e il giorno dopo sui giornali (qualsiasi giornale), leggi le solite cose, ripetute all’infinito: “È una minoranza di teppisti”, “Sono isolati dal resto degli spettatori”, “Questi non sono veri tifosi”. Ma che significa? Come non sono veri tifosi? Si sparano centinaia di chilometri la domenica per le trasferte, con qualsiasi tempo, succedesse qualsiasi cosa. E sono sempre lì, anche se la squadra fa schifo. Come non sono tifosi? Quelle delle curve degli stadi è una storia davvero complessa, che non si liquida parlando di pochi teppisti.

A parte che non sono pochi: alla Roma, in questo momento mancano 20 mila abbonamenti rispetto all’anno scorso. Sono quelli di chi va in curva e protesta contro la Tessera del Tifoso. Comunque, il fatto è che davvero è un mondo complesso. I gruppi ultras sono nati tra fine anni sessanta e primi settanta come aggregazioni spontanee, antagoniste a club ufficiali dei tifosi e antagoniste, spesso, alle società. Si sono trasformate insieme al mondo intorno a loro che cambiava. Sono passate attraverso eroina e aids: così sono morti capi storici, come il Pompa, leader della curva viola a Firenze, l’Armiere, uno dei tipi più violenti che sia mai passato dalla curva nord di San Siro, Ivan, Turcetti, Spugna della curva sud milanista. Poi sono arrivati i leghisti (egemonia nelle curve bresciane e bergamasche e in quella sud di Milano), poi la destra radicale che ora comanda in quasi tutte le curve d’Italia (si salvano Genova, Firenze, Pisa, Livorno e poco altro). Ma non da sola. Perché a gestire le curve e gli affari sono arrivati i gruppi della criminalità organizzata che, insieme ai “neri”, hanno fatto fuori tutto ciò che non era conforme.

Il processo che sta avvenendo è quello di una semplificazione: scompaiono i vari gruppi ne rimane un solo, grosso, potente. A Milano, il gruppo storico milanista della Fossa dei Leoni è stato letteralmente spazzato via dalla curva. Ma proprio spazzato via, nel senso che il gruppo, nato nel 1968, il primo in Italia, ha dovuto sciogliersi. E il suo leader storico non può più mettere piede a San Siro, pena la morte. Ma sul serio, perché la guerra viene condotta non a sberle, a slogan, o a pugni. No, a pistolettate. Ora c’è un solo gruppo in curva sud a Milano: si chiama, appunto, Curva sud Milano. A governarlo sono alcuni malavitosi calabresi che sopportano un po’ di ragazzotti che ruotano intorno a Forza Nuova o gruppi simili. Nella curva Nord, sempre Milano, la conquista da parte della malavita è ancora in atto. A Roma, a Napoli, comandano i clan e nessuno osa muovere un dito. A Torino, nella curva juventina, l’egemonia se la sono conquistata alcuni ceffi di Milano.

Che se ne fa la malavita organizzata delle curve? Fa soldi. Con biglietti che le società regalano, con il merchandising, con le trasferte, con lo spaccio. Con la “manovalanza”. I ragazzi delle curve vengono spesso usati per lavori sporchi. Quando due anni fa ci fu una clamorosa contestazione con assalto alla villa del governatore Soru, in Sardegna, si scoprì che le truppe d’assalto erano costituite dagli “Sconvolts”, tifosi del Cagliari. Ma la questione è soprattutto complessa perché sarà anche vero che tutti a parole ti dicono che quelli delle curve sono teppisti e bla, bla, bla ma poi, guarda caso, Renata Polverini quando era in corsa per la presidenza della Regione Lazio si faceva fotografare nella curva, a braccetto con i capi ultras. E il problema non è che quelli fanno il saluto romano: sono fascisti, per forza fanno il saluto romano. Il problema è che alcuni sono delinquenti. Conosciuti.

E poi, non diciamoci palle. Quando i gruppi ultras fanno le loro feste il dirigente della squadra non manca mai, e nemmeno il giocatore più rappresentativo. Le curve ricattano, basta poco a far multare campo e società, ma fanno anche comodo. Perché possono bloccare per esempio qualsiasi contestazione nei confronti della dirigenza, perché se c’è qualche giocatore scomodo o qualche allenatore da mandare via senza spendere troppi soldi la curva, guarda caso, inizia a contestarlo, a fischiarlo, a farlo uscire scemo. Insomma, i ragazzi delle curve sono come quei parenti sporchi e brutti di cui tutti si vergognano. Ma quando servono…

Un’altra palla che dobbiamo smettere di dirci è quella del razzismo, o meglio del non razzismo. Qualcuno scrive: “Non sono veri cori razzisti, sono solo cori imbecilli”. Urlare “Non ci sono negri italiani” sarà anche imbecille, ma è uno slogan razzista. Il fatto è che non lo urlano solo nelle curve. In tanti vanno dietro, ridono, si divertono, fanno “bu, bu, bu” al giocatore di colore. È così, chi va allo stadio lo sa. Come chi ha più o meno bazzicato le curve sa che ci sono giovani politici che fanno da collegamento tra la curva e politica “presentabile”. A Milano e Roma è così.

Ora c’è la Tessera del Tifoso. Cioè praticamente non puoi fare l’abbonamento a una squadra se prima non fai questa Tessera, una specie di carta d’identità. E non puoi andare in trasferta se non ce l’hai. Le curve la contestano, ovvio. Pare strano che chi parla sempre di garantismo, di rischio di stato di polizia per le intercettazioni, sulla tessera del tifoso non abbia detto una parola. Se poi servirà davvero lo vedremo già nelle prossime settimane.

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