Berlusconi va ascoltato. Può far poco

Berlusconi è una delle due colonne che tengono in piedi il tentativo di governo di Enrico Letta. Prima di ogni altro ragionamento, a sinistra occorre tenere presente questa condizione: è una condizione forzata ma non per questo meno reale. La prima conseguenza è che se il Pdl chiede qualcosa al governo, il presidente del consiglio è tenuto a prestare ascolto. E a sforzarsi di soddisfare le esigenze legittime e compatibili.
I limiti sono dati dall’accettabilità delle richieste, non dal perimetro dei temi. Il programma del governo sulla giustizia è molto vago, e non a caso: questo non significa che sia proibito assumere iniziative. In via pregiudiziale Letta può porre un solo veto, e l’ha già fatto: l’epoca delle leggi ad personam è chiusa per sempre.
Per quanto questa situazione (i processi, le condanne eccetera) fosse facilmente preventivabile quando sono nate le larghe intese, solo adesso Berlusconi misura il limite del suo indiscutibile successo politico post-elettorale.

Il Pdl ha giocato molto meglio del Pd la partita di primavera, i rapporti di forza però rimangono sfavorevoli a forzature da destra. E anche l’operazione che è stata dipinta come il capolavoro del Cavaliere – la rielezione di Napolitano – ha avuto in ogni caso come esito che sul Quirinale è tornato un capo dello stato che per sette anni non aveva mai mollato d’un centimetro nella difesa dell’autonomia della magistratura. Anzi. Nel centrodestra è vivo e riaffiora continuamente il dispetto per la tenaglia che hanno visto spesso stringersi a loro danni tra presidenza della repubblica e corte costituzionale.
Per finire, Letta, il Pd e tutto il centrosinistra possono affrontare la difficile fase post-Ruby con un piano B che due mesi fa non c’era, e di cui il Pdl non dispone. Senza neanche una vera riforma varata, nessuno può sperare nelle elezioni anticipate. Qualcuno però sa adesso di non doverle temere: non si chiama né Berlusconi né Grillo, è il Pd se dovesse affidarsi alla guida di Matteo Renzi.