Mosse tattiche

Grillo insulta Bersani per il solo fatto di aver ricevuto da lui una proposta nient’affatto indecente. E visto che non siamo più in campagna elettorale, la questione va letta in termini di motivazioni e di conseguenze politiche.

Di Grillo nessuno pensa più da tempo che sia un pazzo o un comico. Può darsi però che le sue mosse non siano – almeno, non ancora – quelle di un Talleyrand. La sequenza delle sue uscite di ieri si presta a una lettura politica abbastanza banale: il leader di M5S non è in grado di raccogliere la sfida lanciatagli dal Pd su contenuti che pure sarebbero di sua competenza e di suo interesse; per la tenuta e forse la stessa ragion d’essere del proprio Movimento ha bisogno che si realizzi la profezia del governissimo-inciucio tra Pdl e quello che lui chiama Pd-meno-elle.

In fondo, è stata sempre la stessa storia per tutti i capi estremisti sotto tutti i cieli e in tutti i tempi. Reggono finché tirano la corda. Se la corda s’allenta, cadono (poi finisce anche sempre che la corda si spezza, ma questo è un altro discorso, prematuro per M5S).
Questa profezia grillina non si avvererà. Il governo Bersani-Berlusconi non vedrà mai la luce. È l’ultima delle ipotesi in termini probabilistici, e il fatto che ci siano antichi dirigenti del Pd che la propugnano la rende non più concreta ma casomai ancora più remota.

Dovessimo scommettere un euro su una soluzione, lo metteremmo oggi su un esecutivo super-tecnico e super-istituzionale incaricato di traghettare il paese verso elezioni in ottobre, consentendo l’elezione del nuovo capo dello stato e una minima tenuta dei conti pubblici, poco o nulla di più. Neanche la riforma elettorale, ahinoi.

Nella vulgata, gli insulti di Grillo hanno esposto il segretario Pd a una brutta figura e lo hanno ulteriormente indebolito. Ora, senza pretendere che Bersani ne sia stato rafforzato, per quanto riguarda il Pd è chiaro che un segretario assalito e insolentito è un segretario che va difeso da tutti con accanimento. Anche perché il messaggio di Berlusconi non cambia i termini della questione e un’alternativa al tentativo avviato l’altro giorno continua a non esistere.
Dopo di che, dal profondo del Partito democratico sentiamo montare l’onda potente e inarrestabile di una domanda di cambiamento totale, nei tempi rapidi imposti dall’incombere di nuove elezioni. La spuma dell’onda è già all’orizzonte: uno tsunami ne chiama un altro.

Stefano Menichini

Giornalista e scrittore, romano classe 1960, ha diretto fino al 2014 il quotidiano Europa, poi fino al 2020 l’ufficio stampa della Camera dei deputati. Su Twitter è @smenichini.