Un atto di libertà

Giornate in cui bisogna seguire la cronaca sapendo che sarà sicuramente storia. In questo caso, storia centenaria: le dimissioni di Benedetto XVI segnano una svolta della quale non siamo neanche in grado di valutare appieno le implicazioni. Se non su un punto: dobbiamo fare i conti con una scelta che esalta la libertà dell’uomo anche contro la tradizione, la consuetudine, il vincolo per quanto sacro lo si consideri. È un fatto straordinario – e, ammettiamolo, sorprendente e spiazzante – che proprio la Chiesa affidi a un gesto di libertà il proprio futuro e anche le proprie speranze di tornare punto di riferimento dei popoli.

Parliamo di modernità senza saperla effettivamente decifrare, covando dentro di noi la paura (fondata) che possa essere portatrice di nuove ingiustizie e nuove schiavitù, materiali e immateriali. Oggi, a proposito di Joseph Ratzinger, la pressione (da lui stesso evocata) dello stare al passo coi tempi si traduce con l’obbligo a fare un salto, ad accelerare un cambiamento, all’interno dell’istituzione più refrattaria al cambiamento che si conosca.

Se però la rottura la impone un uomo di fede, di rigore e di tradizione, e la impone attraverso appunto un gesto di inaudita libertà (ancorché sofferto, doloroso, per certi versi imposto dall’età e dalla debolezza fisica), il messaggio principale è che non bisogna aver paura: fra tanti confronti che si faranno, anche in opposizione, fra Ratzinger e Wojtyla, qui troviamo un comune tratto di incoraggiamento e di fiducia.