La fortuna dei moderati

La politica segue percorsi tortuosi, lungo i quali le cronache del giorno per giorno si perdono. C’è sempre una curva dietro la quale uno come Berlusconi riesce a piazzare qualche trappola. Alla fine però la logica prevale. Così è con la vicenda del ruolo politico di Mario Monti e dello scenario a cavallo delle elezioni del 24 febbraio.

Perché, come appunto voleva la logica, la parentesi tecnica va a chiudersi col risultato politico che era implicito già mentre la parentesi si apriva: dal novembre 2011 a oggi si è rafforzato un centrosinistra europeista e riformista e si è aggregata un’area centrista che a questo punto taglia fuori il berlusconismo dalla competizione per il governo; stringe col centrosinistra un patto di transizione sul doppio binario della fuoriuscita dalla crisi economica e della riforma delle istituzioni; comincia a crescere per essere prima o poi (meglio prima che poi, nell’interesse del sistema) vera alternativa alla sinistra.
Dove per alternativa intendiamo non più la guerra di civiltà e il regime di delegittimazione reciproca nei quali siamo vissuti per vent’anni, bensì una matura democrazia dell’alternanza.

Si discuterà molto del ruolo esatto che il premier deciderà di ricoprire. Ma a ben guardare era logico che Monti fosse protagonista anche di questa fase. Lo è stato fin qui, sterzando nella guida del paese rispetto alla rotta populista e demagogica che ci aveva resi invisi alla comunità internazionale. Non può non esserlo nell’ultimo decisivo passaggio elettorale: l’opera va compiuta, e le forze centrali non possono farlo senza evocare la personalità del professore.

Niente da fare: usciamo dalla stagione dei partiti personali ma rimane l’esigenza di leader forti, riconosciuti. È anche la lezione delle primarie e del Pd di Bersani. Sarà un handicap per i centristi avere un Monti candidato virtuale. La loro campagna ne soffrirà. Questo però non accade per caso. Accade perché la fuoriuscita dei moderati dal lungo equivoco berlusconiano (nel quale hanno voluto vivere per troppi anni) è stata decisiva per spodestare il Cavaliere ma è troppo recente e incompiuta, appesantita da un ricambio insufficiente di ceto politico, per risultare già vincente. La fortuna dell’Italia – anche di questa Italia che non voterà mai a sinistra – è che invece il Pd è maturato in tempo utile per offrire a tutti una sponda solida in un momento storico pericolosamente magmatico.

Stefano Menichini

Giornalista e scrittore, romano classe 1960, ha diretto fino al 2014 il quotidiano Europa, poi fino al 2020 l’ufficio stampa della Camera dei deputati. Su Twitter è @smenichini.