La trattativa sulle nomine per l’Agcom

La tornata di nomine per le Autorità indipendenti può offrire il fianco a considerazioni d’ogni genere, anche molto critiche. Ma anche senza affrontare il merito delle personalità scelte per Agcom e tutela della privacy, un’evidenza salta agli occhi: la distanza abissale fra le aspettative che erano state suscitate quanto a un metodo innovativo nella selezione dei commissari, e come poi la trattativa s’è concretamente svolta nel luogo deputato, cioè in parlamento. Se è consentito il paragone, è come quando Federico Pizzarotti è entrato nello studio di sindaco di Parma e ha scoperto che le regole costituite sono un po’ strette per la sua utopia di democrazia diretta, dei cittadini permanentemente coinvolti nelle decisioni e nelle scelte di chi è stato delegato a fare questo lavoro.

Conoscendo appena un po’ il parlamento, a me non era mai stato chiaro come le autocandidature e l’invio dei curricula potesse fattivamente incrociarsi con le trattative fra i gruppi, inevitabili perché sono loro che votano in aula per candidati graditi a una parte e all’altra. Infatti, l’incrocio non è minimamente avvenuto, e le scelte finali sono scaturite dalle logiche note e consuete dello scambio fra partiti (sulla base delle quali, sia detto per inciso, Agcom è stata per tutti gli ultimi anni un utile presidio berlusconiano).

La rete se ne può scandalizzare, come sta avvenendo: misura tutta la distanza fra le proprie aspirazioni e la prassi politica. Tutti però dovrebbero prendere atto che la buona volontà e le petizioni di principio valgono zero quando devono obbligatoriamente (non solo per vezzo partitocratico) essere calate dentro le procedure prestabilite. Insomma, non esiste una via di mezzo volontaristica fra la trattativa tra segretari di partito e una riforma delle leggi sulle Autorità che azzeri i margini di lottizzazione. Alla fine, come s’è visto, anche l’ottima novità della trasparenza delle candidature, garantita dalla vigilanza dei radicali, s’è dimostrata aggirabile.

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