Dissociarsi è giusto

Siamo alla frontiera di un conflitto epocale, a due passi da un massacro perpetrato da «un grande amico dell’Italia» contro il suo stesso popolo, alla vigilia di cambiamenti complicati e drammatici che ci coinvolgeranno molto. Ma ieri abbiamo ascoltato dal ministro della giustizia quale siano ora le priorità del governo italiano: la separazione delle carriere dei magistrati, lo stop alle intercettazioni, la prescrizione breve e, obiettivo più alto, la trasformazione della Corte costituzionale in organismo partitico.

Dunque mentre l’89 arabo manda uno tsunami verso le nostre coste, Berlusconi è concentrato sulla solita cosa: la propria esclusiva salvaguardia personale. Un obiettivo talmente importante da fargli tentare lo stravolgimento di uno dei concetti base della Costituzione, la terzietà della massima istituzione di tutela della legalità repubblicana. Da Berlusconi ci aspettiamo il peggio, e lo abbiamo sempre, ma la cosa incredibile è che ci siano persone che, atteggiandosi ad addolorato stupore, dicono di non capire come l’opposizione non voglia collaborare a questa agenda riformistica del governo. Non solo obnubilati seguaci del premier («mi sento legato al suo destino perinde ac cadaver in assetto di obbedienza consapevole», scriveva ieri Giuliano Ferrara) ma anche osservatori presunti neutrali.

Mettiamola così. È giusto che il Pd e gli altri non si sfianchino nelle spallate, e che spostino i propri sforzi sul migliorare se stessi in vista del regime change italiano. Ma qualsiasi profferta di collaborazione non può che essere rigettata con offesa, fino a quel momento.

Ieri al Jazeera dedicava servizi e immagini alla connection fra Gheddafi e l’Italia di Berlusconi (e non solo di Berlusconi: quanta irrealistica realpolitik anche a sinistra), esponendoci all’odio non solo della futura ipotetica classe dirigente libica, ma di tutte le masse arabe che si sentono parte di una lotta comune. A cominciare dal sit-in del Pd, oggi pomeriggio al Pantheon, la dissociazione piena, totale, dall’attuale leadership italiana non è un gesto di parte: è un atto di responsabilità verso il paese.