Le dieci migliori idee che ho imparato negli anni dieci

Ho visto liste dei migliori libri del decennio, dei migliori film, degli eventi politici più importanti, dei traguardi personali, e così via. Ma la cosa a cui tutti dovremmo dedicare una lista e che invece non ho letto neppure una volta sono le migliori idee che ci hanno segnato personalmente.

Ci piace dirci di mentalità aperta e di spirito critico, disposti a cambiare idea di fronte a fatti e argomenti convincenti, ma su quali cose importanti abbiamo cambiato idea negli ultimi dieci anni? E quali nuove idee abbiamo guadagnato?

Questa è una bella lista che vorrei leggere. Mentre voi preparate la vostra, io ho provato a mettere assieme una versione (imprecisa, traballante, eccetera, eccetera, eccetera) della mia.

Provo a fare un rapido sunto di ogni idea nel minor numero di parole possibile, e aggiungo qualche link che mi sembra utile (nessun contenuto ovviamente condivido per intero). È una lista lunga e densa—che volete di più dalla vita?

***

1. Che cambiare idea non è una faccenda binaria del tipo “o tutto o niente”. Questa è forse la cosa più importante nonché una prefazione necessaria per leggere questa lista. Le nostre opinioni sono delle scommesse o degli esperimenti. Cambiare idea non vuol dire passare da “penso che questo sia certamente vero” a “penso che questo sia certamente falso”, o viceversa. Cambiare idea vuol dire aggiornare continuamente, sulla base di fatti e argomenti, quanto probabile sia che quell’idea sia davvero buona—da poco più di 0% a poco meno di 100%.

Sembra una cosa bislacca, ma applicata bene ha un enorme potere chiarificatore. Ragionare su un continuum invece che con un interruttore ON/OFF è, direi a mio figlio, una specie di super-potere razionale. Se potessi persuadervi di una sola di queste dieci idee, probabilmente sceglierei questa.

 

2. Che le cose stanno in un certo modo piuttosto che in nessun modo. A 10 anni avevo appena imparato che là fuori c’era una verità oggettiva. A 20 anni questa storia della verità oggettiva mi sembrava naïve e superficiale, e avevo tutta una serie di teorie suggestive su come la “verità oggettiva” fosse spesso solo la “versione ufficiale” (e pigra o oppressiva) delle cose. Poi a 30 anni ho capito invece che negare che le cose possano stare in un certo modo (o negare che possiamo capire in che modo stanno per davvero) è proprio il modo perfetto per non migliorare le cose e mantenere pigrizia e oppressione. E sono (ri)diventato un realista ingenuotto.

  • Verso occidente l’Impero dirige il suo corso di David Foster Wallace. Novella che usa le forme spumeggianti del postmodernismo per provare a tirarsi fuori dal pantano postmoderno.
  • Berlusconi o il ’68 realizzato di Mario Perniola. Non ricordo se al tempo la Camera dei Deputati avesse già votato che, dopotutto, Ruby avrebbe potuto essere per davvero la nipote di Mubarak. Ma era comunque chiaro che l’“immaginazione al potere” in Italia aveva preso forme inquietanti.
  • Recensione/saggio su Vizio di forma del sottoscritto. In cui provo a spiegare, ragionando sul bel film di Paul Thomas Anderson tratto dal bel romanzo di Pynchon, perché la sfiducia pynchoniana su come stanno le cose per davvero è finita per diventare una cosa reazionaria.

 

3. Che distinguere i “fatti” dalle “opinioni” è un modo strambo e subdolo per dire che non esistono opinioni migliori di altre. Che invece esistono. Questa va a braccetto con quella di prima. Dire che i “giudizi di valore” sono solo opinioni è una cosa abbastanza stramba. Pure i “giudizi di fatto” sono infatti opinioni che correggiamo e mettiamo costantemente in discussione. Che il sole gira intorno alla terra è un’opinione, ed è stata creduta corretta per un bel po’. Che la schiavitù sia moralmente giusta è un’opinione sopravvissuta ancora più a lungo di quell’altra, e altrettanto sbagliata. Le cose stanno in un certo modo (compreso se la schiavitù sia moralmente giusta) e il nostro compito è migliorare e correggere le nostre opinioni sulle cose.

 

4. Che la fonte ultima delle buone idee non esiste. Credo che stia nevicando. Perché? Perché me lo dice l’app dell’iPhone appena mi sveglio. Ma è l’app del meteo una valida fonte di conoscenza? Forse no, allora scosto la tenda e guardo fuori dalla finestra. Vedo che sta nevicando. Ma con questo buio e appena sveglio, sono i miei occhi una valida fonte di conoscenza? Lo è Roberto Burioni quando mi parla di vaccini? Lo è il New York Times quando mi parla di Trump?

Rifiutare il principio di autorità è una robetta abbastanza facile, che viene spontanea con l’adolescenza. La cosa davvero difficile, però, è riuscire a non sostituire le vecchie autorità con delle nuove autorità. Il punto è che non esiste una fonte ultima della conoscenza. Tutta la nostra conoscenza è fallibile e possiamo solo sperare di individuare e correggere l’errore. E qual è il miglior metodo che abbiamo trovato finora per correggere errori? “Criticare le teorie o le congetture degli altri e – se riusciamo a insegnarci a farlo – criticare le nostre stesse teorie o congetture”.

 

5. Che mentiamo, anche a fin di bene, molto più di quanto dovremmo. È di nuovo la stessa storia: a 10 anni pensi che mentire sia sbagliato, a 20 anni pensi che quella che credevi a 10 anni fosse una storiella ridicolmente naïve. Poi, se sei fortunato, a 30 anni diventi ancora più bravo a pensare alle cose.

I casi in cui mentire è una buona idea, incluse le cosiddette bugie bianche che si dicono per “proteggere” gli altri da una qualche sofferenza e incluse anche le bugie che si raccontano ai bambini solo perché sono bambini, sono molto ma molto di meno di quanto si pensi normalmente.

 

6. Che dovremmo dare al futuro lo stesso valore del presente. Avere 1000 euro tra 10 anni non ha lo stesso valore di avere 1000 euro adesso, anche se i 1000 euro tra 10 anni fossero assolutamente certi.

In finanza questa cosa si calcola con un “tasso di sconto”. Vale lo stesso ragionamento anche per le altre cose della vita diverse dai soldi? Un pomeriggio piacevole tra 2 mesi vale meno di un pomeriggio piacevole domani? Il benessere dei nostri trisnipoti vale meno del nostro benessere? La questione è complicata, ma mi sono convinto sempre più che il “tasso di sconto sociale” più corretto sia zero o comunque un numero molto piccolo.

Questo significa che dovremmo dare agli effetti a lungo e lunghissimo termine delle nostre scelte molto ma molto più peso di quanto ci venga spontaneo fare, come individui e come società.

  • Against the Social Discount Rate (pdf) di Tyler Cowen e Derek Parfit. Un articolo accademico che difende questa tesi.
  • Stubborn Attachments di Tyler Cowen. Libretto non tecnico e ben scritto sul perché dovremmo dare moltissima importanza agli effetti a lungo termine, soprattutto agli effetti positivi a lunghissimo termine della crescita economica.
  • Against Discount Rates di Eliezer Yudkowsky

 

7. Che il concetto di identità personale è enormemente sopravvalutato. Immaginate che un teletrasportatore vi possa portare in un minuto a New York. Il modo in cui funziona, però, è questo: l’aggeggio crea una replica esatta di voi a New York — cellula per cellula, molecola per molecola, inclusi tutti i vostri ricordi eccetera — e distrugge l’originale. Siete ancora voi quelli arrivati a destinazione?

Derek Parfit (che abbiamo già incontrato un paio di volte) dedica tutta la terza parte del suo libro Reasons and Persons a giocare con questo e altri esperimenti mentali. Lui conclude, alla fine, che il concetto di identità personale è sopravvalutato. I buddhisti, arrivandoci per un’altra via, pensano grossomodo la stessa cosa. E credo che Parfit e i buddhisti abbiano parecchio ragione. È un rompicapo mentale, ma non solo. Ci spiega perché il confine tra noi e gli altri è più sottile di quello che pensiamo e perché è sbagliato attaccarsi a un’idea fissa di se stessi.

 

8. Che tante volte provare a quantificare le cose, persino con numeri grandemente imprecisi, può essere illuminante. A volte metto le percentuali alle cose. Per esempio, il mio ottimismo sugli effetti benefici sulle discussioni di internet è passato negli ultimi anni da 67% a 56%. E la mia convinzione che Brexit sarà dannosa per i britannici è recentemente passata da 68% a 65%. Oppure: penso che le chance che Trump sia rieletto siano del 46% e che solo il 7% dei lettori troverà questo post esaltante. O cose del genere. E tante persone intelligenti pensano che sia un esercizio non solo strampalato ma proprio assurdo, o stupido, o persino dannoso.

Invece spesso provare a mettere dei numeri alle cose è utile. Ci obbliga a riflettere più attentamente a quello che crediamo (“Quanto sono davvero convinto che Brexit sarà un male per i cittadini UK? Quanto le cose successe negli ultimi due o tre anni modificano questa mia convinzione?”) e comunica a chi ci legge o ascolta una qualche informazione che è spesso (ma non sempre) meglio di nessuna informazione.

E ovviamente lo so che non è per davvero 77% o 7%! Ma a volte tirare fuori dei numeri dal cappello e usarli per prendere una decisione è meglio che tirar fuori la decisione dal cappello. (Nell’originale della citazione non si trattava del cappello).

 

9. Che quando metti assieme un gruppo di persone che seguono razionalmente i propri obiettivi, il risultato può comunque essere un disastro collettivo. In tanti saprete cosa è il dilemma del prigioniero e come funzionano quel tipo di situazioni che seguono la stessa struttura del dilemma del prigioniero. La cosa ha però una portata filosofica più generale. Quando gli individui dentro al sistema seguono una certa logica che massimizza i loro obiettivi individuali, è possibile che il risultato collettivo sia contrario a quei loro obiettivi.

Scott Alexander (uno dei tanti incredibili blogger, economisti, filosofi, scienziati, commentatori che ho scoperto in questi dieci anni) racconta questa cosa in modo quasi poetico o mistico, leggendola dentro i versi di Howl di Allen Ginsberg, in un post che ho riletto diverse volte negli ultimi anni.

 

10. Che alla fine bisogna scommettere sulle persone. Quando si parla di immigrazione, la maggior parte delle persone pensa agli immigrati come persone in più con cui bisogna spartire una quantità fissa di risorse. Molti sono infastiditi dall’idea. Alcuni sono invece compassionevolmente pronti a spartire quel che c’è con i nuovi arrivati. Nessuno di questi, però, pensa che queste persone in più potrebbero anche portare idee in più, energie in più, lavoro in più.

Questa mentalità a somma zero pervade i nostri discorsi su molte altre questioni: la crescita della popolazione, le pensioni, i rapporti personali, il fare figli, la condivisione di conoscenza, le discussioni di politica. Dovremmo sbarazzarcene e scommettere di più sulle persone.

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