Quanto risparmiare per la pensione

Oggi ospito un articolo di Riccardo Stucchi, ingegnere civile che lavora da anni in Svizzera nel settore infrastrutture nell’ambito della ricerca e sviluppo, con cui ho collaborato più volte. Nel tempo libero è un curioso osservatore della realtà con occhio matematico.

Vi siete mai chiesti a quanto ammonterà la vostra pensione? Ma soprattutto, sarà sufficiente a mantenere il tenore di vita che si aveva durante la vita lavorativa? Il dilemma non è di poco conto. L’aspettativa di vita supera attualmente gli 80 anni. Si tratta quindi di avere un reddito sufficiente per un lasso di tempo che potrebbe essere di 15-20 anni.

Con il vecchio sistema retributivo il calcolo era abbastanza semplice. La pensione corrispondeva, semplificando, a una percentuale dell’ultima retribuzione: l’80% per un’anzianità contributiva di 40 anni o il 70% per un’anzianità contributiva di 35 anni.

Il nuovo sistema contributivo ha complicato un po’ le cose: l’ammontare della pensione dipende dai contributi effettivamente versati dal lavoratore durante la sua vita lavorativa. Per stimare la rendita fornita dall’INPS (in valore assoluto e in termini percentuali rispetto all’ultima retribuzione) bisogna ricorrere ad alcuni strumenti di calcolo, come questo.

Con il dato della rendita INPS in mano potrete decidere se integrare la vostra pensione, cioè utilizzare qualche strumento di investimento per avere, una volta raggiunta l’età pensionabile, un reddito aggiuntivo alla rendita di base. Nel fare questa valutazione, l’obiettivo potrebbe essere raggiungere la medesima percentuale dell’ultima retribuzione che il vecchio metodo retributivo garantiva, ossia il 70-80%.

Una volta definito l’obiettivo, bisogna stabilire quanto investire annualmente. Nell’analisi che segue abbiamo ipotizzato di investire in un ETF con le seguenti caratteristiche. Costi: 0.65% l’anno; aliquota sul rendimento annuale del 26%. La scelta è ricaduta su un ETF e non su un fondo pensione aperto perché, come mostrato qui, i maggiori costi di questi ultimi possono vanificare i vantaggi fiscali.

Lo scenario indagato è questo: si investe una certa cifra per 35 anni e, una volta raggiunta l’età pensionabile, il capitale maturato verrà disinvestito progressivamente per 20 anni fornendo quel reddito aggiuntivo che va ad integrare la rendita INPS. Assumendo un rendimento medio dell’investimento tra il 2% e il 4%, il rapporto tra la cifra che andrà a integrare la pensione e la cifra investita varia tra 2.2 e 3.3. In altre parole, investendo 1000 euro all’anno si potrà integrare la pensione con una cifra variabile tra 2200 e 3300 euro all’anno. Il risultato è notevole ed è frutto della capitalizzazione composta.

Le cifre riportate sono state calcolate assumendo un’inflazione nulla, similmente a quanto accade in questi anni. Ma cosa succederebbe ai nostri risparmi in caso di tassi di inflazione superiori? Un tasso di inflazione del 2% (pari all’obiettivo della BCE) ridurrebbe il rapporto integrazione/versamento a 1.9-2.9, mentre con un tasso del 6% il rapporto sarebbe 1.4-2.1. Abbiamo ipotizzato di incrementare la cifra investita ogni anno del tasso di inflazione, cosa che attenua gli effetti dell’inflazione. I rendimenti considerati sono invece i medesimi, ma sono considerati come rendimenti “reali”, ossia oltre al tasso di inflazione.

Variando la durata della fase di accumulo i risultati sono meno attraenti:
20 anni: rapporto integrazione/versamento 1.2-1.6 (inflazione nulla), 1.1-1.4 (inflazione 2%), 0.9-1.2 (inflazione 6%);
10 anni: rapporto integrazione/versamento 0.6-0.7 (inflazione nulla), 0.5-0.6 (inflazione 2%), 0.5-0.6 (inflazione 6%).

Non perdete tempo, quindi. Valutate fin da giovani se avrete bisogno di un’integrazione alla vostra pensione. Mai come in questo caso vale il detto: il tempo è denaro!