Il fai-da-te degli investimenti

Il cliché che, parafrasando, dice “il non far nulla è pur sempre far qualcosa” non riceve l’attenzione che meriterebbe. Insidioso come l’apparente semplicità di questo quadro (“Arte? Ma questo l’avrebbe potuto fare mio figlio di tre anni!” sentii dire di un’opera simile in una galleria d’arte anni fa), il detto ci suggerisce di non confondere l’inazione per default con la conscia e ragionata decisione di lasciare le cose come stanno: la prima vale al massimo quanto un testa-e-croce mentre la seconda potrebbe significare la differenza tra successo e mediocrità.

Fontana
Il dipinto Concetto Spaziale, Attese di Lucio Fontana (JUSTIN TALLIS/AFP/Getty Images)

In passato ho scritto abbastanza veementemente contro la nostra cultura di cercare sempre qualcosa di più, senza una giustificazione plausibile, di quanto ci possano dare i mercati finanziari (“Ma che ce frega?”). La mia critica però non dev’essere presa per un incoraggiamento a fare il minimo indispensabile, o peggio a delegare il possibile risultato di una gestione al caso.

Nel campo della gestione patrimoniale uno dei suggerimenti spesso evidenziati è il cosiddetto “fai-da-te”, concetto giustificato dalla persistentemente deludente performance e alti costi dei gestori in tutte le classi d’attivo. Ma se è pur vero che per certi periodi tenere dei BOT o BTP in portafoglio (soluzione tipicamente sponsorizzata dai proponenti del fai-da-te) sarebbe stato molto meglio che aver investito in fondi o strumenti più rischiosi, questo fatto non ci esenta di notare che in pratica qualcuno deve pur aver deciso di fare quella scelta. Fai-da-te si, ma sapendo cosa fare insomma.

Lo stesso ragionamento si può impiegare al riguardo del fenomeno dei robo advisors, società di gestione on-line di gran successo che utilizzano processi automatizzati per la gestione di portafogli. Pur privando i loro clienti del piacere di conversare con altri esseri umani, i robo advisors offrono un sistema molto sofisticato e incredibilmente efficace per organizzare le loro disponibilità liquide, e lo fanno a un prezzo ragionevolissimo oltre che con totale trasparenza. Il problema è che qualcuno deve dare al robot di turno un’idea di quali parametri di rischio usare, e inoltre quel qualcuno deve mantenere la disciplina associata alla sua scelta durante periodi di particolare incertezza o volatilità (percepite o reali).

Quello che sto cercando di dire è che sia il metodo fai-da-te sia l’approccio dei robo advisors necessitano una certa familiarità da parte dei loro utenti con cosa vogliono fare, perché e come. Le nozioni necessarie sono accessibili tramite un approfondimento anche superficiale sui mercati da parte dell’investitore (cosa che contrariamente a quello che si pensa è alla portata della maggioranza delle persone; purtroppo pochissimi hanno la voglia o la pazienza di farlo) oppure tramite i servizi di un consulente indipendente che le abbia già acquisite. Come tutto nella vita né l’uno né l’altro metodo ci esentano da un minimo d’impegno e, particolarmente nel caso della scelta del consulente, da un bel po’ di fortuna.

La premessa per l’utilizzo di qualunque processo decisionale nell’investire le proprie disponibilità è dunque di vitale importanza. Riflettiamoci seriamente e non cadiamo nella trappola della scorciatoia più rapida o di quella più sbandierata.