Il pappino di miglio

1994
Non sono mai stato un alunno attento.
Ho sempre seguito solo ed esclusivamente quello che mi interessava, pensando ad altro nelle restanti ore. Al liceo, seguendo questa tradizione (la migliore formazione professionale per una vita da sceneggiatore precario), presto quindi attenzione solo a quello che mi interessa (italiano, latino, greco, storia, filosofia, inglese).
Nelle ore che considero una cagata pazzesca (matematica, scienze, religione, ginnastica), disegno e soprattutto leggo. X-Men, Topolino, Ciak, i Peanuts nei libriccini di Baldini&Castoldi. Poi faccio qualche incursione nell’antologia usata per le lezioni di italiano, soprattutto nelle parti che non leggeremo mai, dati i tempi e i programmi. So che lì dentro ci sono cose interessanti fin dalle elementari, quando invece di qualche pallosa poesia lettaci dalla maestra mi ero messo a leggere un esilarante racconto di Mark Twain su un maiale che scappa da una fiera, seminando il panico.
Un giorno, ci trovo un brano di Fantozzi.

Ho sedici anni e naturalmente ho già visto tutti i film, perché girano sempre in TV e mi fanno ridere tantissimo. Ho anche passato la fase dei tormentoni con i compagni di scuola: “Com’è umano lei!”, eccetera.
Ma non avevo idea dell’esistenza dei libri.
Quindi, durante una qualche lezione di cui non mi frega assolutamente niente (forse scienze), inizio a leggere questo brano di Fantozzi. È la scena in cui Fantozzi va alla partita in un inverno terrificante, quasi tolstojano; torna a casa col raffreddore e allora Pina gli fa “il rimedio della nonna”: il pappino di miglio bollente da mettere sul petto, bello caldo, per farglielo passare. Questo pappino di miglio è così caldo, ma così caldo, ma così caldo, che Fantozzi ha le allucinazioni e prima si crede Hitler pronto a invadere la Polonia, poi va direttamente in crisi mistica. Ricordo il dettaglio della “carne sfrigolante” del suo petto.
Poi ricordo la fatica di non esplodere a ridere durante la lezione. Quando non devi ridere, ma non puoi non ridere, e ridi ancora di più, dentro, senza fiato, con le lacrime.
Lo passo al mio amico Matteo, vicino di banco e collega di cabaret di classe. Ride tantissimo anche lui. Quella lezione di scienze è dimenticata per sempre: quel libro, no.

2001
Sono un umile obiettore di coscienza. Lavoro nella biblioteca del mio paese, brontolando contro il destino cinico e baro che mi toglie dieci mesi di vita per fare il servizio civile.
Tra l’altro è appena finita la mia prima storia decente, e pure male, per cui, insomma, tanta allegria. La biblioteca del mio paese è vecchia e, diciamo, politicamente connotata: un sacco di libri di Marx ed Engels, mai letti da nessuno, a parte qualche estremista di sinistra negli anni ’70. Passo in quella biblioteca tutta l’estate: ai tempi la considero una condanna, ora ricordo quei giorni come tra i più stabili e tranquilli della mia vita.

Comunque, in un pomeriggio senza visitatori, al culmine della rottura di balle, scovo un tesoro. Fantozzi e Il Secondo Tragico Fantozzi. Edizioni originali.

Torno a ridere tantissimo. Anzi, centellino quei due libri: sono la mia àncora di salvezza nei giorni più noiosi. L’iperbole eretta a sistema narrativo, una scrittura colta e spiazzante, cattivissima eppure pietosa. E poi fanno ridere. Tanto.
Qualche mese dopo, la biblioteca deve rinnovarsi. Bisogna buttare via parecchi libri vecchi e malconci, logorati dall’uso, dagli anni e persino da un’alluvione, e comprarne di nuovi. BUTTARLI? Manco per idea. A casa mia e nella mia vita, i libri si possono comprare sempre e non si buttano MAI. Alla fine si trova un accordo: daremo via tutti i libri vecchi a una casa di riposo, gratis.

Però, ammetto che ne tengo due. L’alternativa sarebbe buttarli. E poi sono così stropicciati e rovinati dal tempo che non valgono più nulla.
Fantozzi e Il Secondo Tragico Fantozzi. Edizioni originali.
Buttarli? Mai. Anzi: rileggiamoli.

2017
Al telefono io e mio padre, insegnante di italiano e latino in pensione, parliamo spesso di cose che ci fanno ridere. Dai Monty Python a Totò, da Aldo Giovanni e Giacomo a Mai Dire Gol. Mio padre mi racconta di quando faceva i temi in classe, quelli da tre ore. Lui preparava i temi, gli alunni li facevano, e lui li teneva d’occhio. Mio padre è un tipo buonissimo, ma ha il physique du role dell’insegnante feroce. Per gli alunni, il suo tema era sempre una battaglia.
Per lui, invece, erano tre ore di attesa. Un giorno, mi racconta, prende l’antologia. Inizia a gironzolare per le pagine, cercando qualcosa da leggere, un occhio alle pagine e un occhio ai ragazzi coi loro temi su Dante. Incappa, dice, in un pezzo che non aveva mai letto.
Fantozzi va alla partita, si becca il raffreddore e… sì, il pappino di miglio. Mio padre inizia a leggerlo. Ma deve smettere, perché dopo poche righe gli sta venendo da ridere tantissimo, e i ragazzi stanno facendo il tema, e lui non può esplodere a ridere come avrei fatto – e avevo fatto – io. Gli ricordo che i due libri sono nei miei scaffali.
Fantozzi e Il Secondo Tragico Fantozzi. Edizioni originali.

Questa è una storia di libri letti di nascosto, salvati dal macero, malconci e stropicciati. Di righe maltrattate dagli anni, ma sempre vive e ferocissime. Di cose che leggiamo nei momenti sbagliati, ma che vincono sempre, perché fanno ridere tantissimo. Perché ridere è sempre sovversivo, perché l’iperbole demolisce tutto, perché far ridere qualcuno è un potere enorme e meraviglioso, che non se ne andrà mai, anche dopo decenni, anche quando se ne va chi l’ha scritto.

Fantozzi e Il Secondo Tragico Fantozzi. Edizioni originali.
Distrutte dagli anni, stropicciate e ingiallite.
Ma sempre, come avrebbe detto il ragioniere, dei capolavori mostruosi.
Appena torno a casa dei miei, vado a rileggerli.