“Inside Out” e la vittoriosa sconfitta

Ieri ho visto Inside Out. Io e mia moglie l’abbiamo visto di pomeriggio, per evitare la calca del venerdì sera e soprattutto perché così abbiamo potuto piangere come vitelli senza problemi. Lei è una dura, ma io ho iniziato a piangere già a metà del corto che precede il film, Lava. E poi è arrivato Inside Out. È quasi inutile dire che la tecnica, l’animazione, il design dei personaggi sia perfetto: è la Pixar che ha fissato questo altissimo standard, e in un certo senso ce lo aspettiamo. Ma quello che differenzia questo film – e la Pixar – da tutti gli altri, è la scrittura.
E soprattutto come la Pixar arriva a questa scrittura.

Il libro più interessante, dal punto di vista professionale, che ho letto quest’anno, è proprio un libro sulla Pixar, scritto dal suo presidente, Ed Catmull: Creativity Inc. – Overcoming the Unseen Forces That Stand in the Way of True Inspiration. Catmull parte dalla sua storia, che è di fatto la storia dell’animazione digitale: dai primi esperimenti all’arrivo di quel genio di John Lasseter, dall’entrata in scena di Steve Jobs ai primi esperimenti, fino al primo trionfo, Toy Story. Poi, però, il libro diventa un’indagine sul metodo della Pixar, da un punto di vista non solo interno, ma anche imprevisto. Dopo tutti i trionfi della società (da Alla Ricerca di Nemo agli Incredibili, fino a WALL-E, forse il suo vertice assoluto), Catmull non si interroga tanto sul perché le cose siano andate bene, ma sulle cose che sono andate male.

Sugli errori, le false partenze, i veri e propri disastri (giornate drammatiche in cui lui, Lasseter e il Pixar Brain Trust, il gruppo ristrettissimo di autori Pixar che supervisiona tutti i film della compagnia, decisero di buttare via – letteralmente – progetti già parecchio avanzati ma sbagliati e ricominciare tutto da zero: Ratatouille ne è un esempio). L’obiettivo resta risolvere i problemi, nonostante i trionfi. Anzi: prevedendo i passi falsi che derivano proprio da quei trionfi (la sicurezza in se stessi, la tendenza a ripetere “quello che funziona”). Ma la cosa più interessante è COME la Pixar ci ragiona su. In un modo che riecheggia, stranamente (o forse in modo del tutto coerente), il tema di Inside Out.

Catmull ragiona a lungo sul concetto di fallimento creativo. Quando lui e Lasseter, nel 2006, prendono il controllo creativo anche dell’animazione Disney tradizionale – in crisi da anni dopo il “Rinascimento” degli anni ‘90 – la prima cosa che notano è la paura del fallimento che attanaglia registi, sceneggiatori e animatori. Una paura che li spinge ad andare sul sicuro, ad annacquare concetti e idee originali, a scendere verso il minimo comun denominatore. Una paura che distrugge qualunque potenziale creativo. Una paura mista a censura (Fai quello che hanno già fatto, vai sul sicuro!) e autocensura (Se oso questo, che non è quello che facciamo di solito, poi magari va male e mi licenziano!) che per chiunque faccia un lavoro creativo, a ogni livello, è paralizzante. Lo so perché quella paura l’ho provata anch’io, e tanti artisti ne hanno parlato in modi diversi: uno è Dylan Horrocks col suo bellissimo Sam Zabel e la Penna Magica. Nel mio piccolo, sono arrivato alla stessa conclusione di Catmull (ma molto dopo di lui): con la paura non si crea niente di buono.

Catmull cancella questa paura abbattendo il tabù del fallimento creativo. Confessando che il percorso che ha portato i già eccezionali registi Pixar ai loro film, da Pete Docter allo stesso Lasseter, da Andrew Stanton a Brad Bird, non è stato affatto facile ma anzi costellato di altri errori, disastri, vicoli ciechi creativi. Di fallimenti, insomma.

(Altro problema per i creativi: noi, quel percorso, non lo vediamo. Vediamo solo il risultato finale, portato a un livello di eccellenza, e lo paragoniamo al nostro processo, magari ancora acerbo, con un risultato che è inevitabilmente deludente. Invece di affidarci al processo creativo, ne consideriamo solo il prodotto finale.)

Ma il fallimento, spiega Catmull, non deve fare paura. Il fallimento è UTILE. Va capito e accettato, perché è l’unica strada che porterà a un successo. Catmull paragona il processo creativo a quello scientifico, fatto di ipotesi da verificare. Se l’esperimento conferma l’ipotesi, bene: abbiamo scoperto qualcosa di nuovo. Se non la conferma, si passa alla prossima ipotesi e al prossimo esperimento. Ma nessuno si sogna di biasimare uno scienziato per aver formulato un’ipotesi errata e averla testata in laboratorio, nessuno considera quell’ipotesi un “fallimento”: quell’errore serve semplicemente a escludere una strada. Il che ci aiuta a trovare quella giusta. Se non biasimiamo uno scienziato per aver “fallito”, perché farlo con un artista, per il quale la paura – e l’accettazione del fallimento – sono peraltro molto più devastanti perché intime, legate alla propria autostima? Un artista mette se stesso nel suo lavoro: rifiutarlo, accettarne il fallimento, ha sempre un costo, per la personalità dell’artista stesso.

Insomma, per Catmull il fallimento non va demonizzato. Va accettato, perché serve. Reso normale nell’economia di una creazione, nel budget di un film. Va previsto, capito. Quasi auspicato. Un’idea incredibilmente liberatoria, che andrebbe adottata in ogni industria creativa. I creativi sono lì per fallire. Sbagliare. E poi arrivare a qualcosa di davvero buono e originale. Se non osassero, non sarebbero artisti.

Il che ci porta a Inside Out, con dei minimi spoiler (ritenetevi avvisati).

Tutto il film è in realtà la storia di un’accettazione, anzi: di un fallimento. Riley, la protagonista, cresce. E le sue emozioni – soprattutto Gioia – devono accettare che i ricordi puri e perfetti dell’infanzia non torneranno. Tutto il film è un modo divertente, macchinoso e complicato di spiegarci come cambiamo, quando cresciamo. Ogni emozione, all’inizio, è pura, incontaminata. Ma crescere significa non solo accettare che tantissimi di quei ricordi si perderanno in un abisso nero (in una delle raffigurazioni più vere, semplici e terribili dell’oblio e della fine dell’infanzia). Significa accettare che quei ricordi saranno d’ora in poi agrodolci: belli ma tinti di tristezza, malinconici ma toccati dalla gioia. L’età adulta, insomma.
Il cambiamento è inevitabile e ha sempre il sapore di una sconfitta, all’inizio. Ma andando avanti, si trova qualcos’altro. Si ricomincia. In fondo, è lo stesso messaggio degli ultimi, struggenti minuti di Toy Story 3. Anche in quel caso, una resa, una rassegnazione, un fallimento sono necessari, per andare avanti. Per creare come per vivere.

Sono cose coraggiose da dire, soprattutto in un film costoso e che, per forza di cose, deve sorreggere una corazzata di merchandising. Ma è questo senso di accettazione che rende la Pixar moderna, contemporanea, molto più della pur eccezionale tecnologia. Capire che il fallimento è una tappa sulla strada che porta a essere migliori, nella vita e nell’arte. Perdendo irrimediabilmente qualcosa, ma guardando con fiducia a quello che arriverà. Sconfitte vittoriose, insomma, in una cornice di entertainment che funziona alla perfezione.

E in tutto questo, la gag del gatto è una delle cose che mi hanno fatto più ridere negli ultimi anni.