Rita Levi Montalcini e l’ultima intervista

L’ultima volta che ho visto Rita Levi Montalcini era il 21 aprile 2010. Il giorno dopo avrebbe compiuto 101 anni. Per quel giorno Giampaolo Colletti aveva organizzato una grande festa sul web per celebrarla: “Rita101”, l’aveva chiamata e mi sembrava una bellissima idea. Giampaolo Colletti è un ragazzo con entusiasmo contagioso ed è il leader di un network di centinaia di web tv sparse per l’Italia che va sotto il nome di AltraTv. L’idea era di una festa “a rete unificata” in collegamento con ricercatori e scienziati italiani in tutto il mondo. Giampaolo Colletti si era rivolto a me, che allora era direttore di Wired, perché sulla prima copertina di Wired Italia, il 19 febbraio 2009, avevo voluto che ci fosse proprio lei: Rita Levi Montalcini. Con il senno di poi era stata una scelta fantastica, che portò fortuna e simpatia al giornale, ma allora molti mi guardavano come a un pazzo. “Come può mettere una vecchia in copertina del primo numero di un giornale come Wired? Lei sta facendo un errore madornale”, mi sentii dire. Ma la Montalcini non era una vecchia, risposi, non lo è mai stata. Era il simbolo dell’Italia che volevamo raccontare, l’Italia che credeva nella ricerca e nella innovazione, l’Italia che non era scappata mai neanche quando questo paese faceva cose orrende, l’Italia che non si fermava mai neanche quando gli anni erano ormai a tre cifre.
Mi aveva letteralmente stregato, per esempio, scoprire che tutte le mattine la professoressa lasciava la sua casa alle spalle di villa Torlonia per andare fino a Tor Pagnotta, una periferia dall’altra parte del mondo dove la sua fondazione sul cervello aveva trovato sede, e passava la giornata con i suoi giovani ricercatori. A 100 anni. Era un mito quella donna per me: anzi un alieno. Per questo trovai particolarmente felice la scelta dell’art director di Wired David Moretti di titolare quella copertina “ItAliens”, una espressione che voleva illuminare le intelligenze sconosciute dal pianeta Italia. Sconosciute o dimenticate o non apprezzate come lei.
Andai io stesso alla Fondazione Ebri un giorno per verificare che le foto venissero bene: avevamo incaricato una star mondiale, Albert Watson che le fece un ritratto bellissimo. Elegante, sorridente, sereno, profondo. Per un po’ con quella foto ci facemmo varie prove di impaginazione poi David Moretti ebbe l’intuizione di “metallizzarla”: le diede un effetto platino che la rendeva quello che sarà per sempre, una icona senza tempo. Il giorno dopo la nostra visita all’Ebri, la professoressa incontrò la persona che avevamo scelto per farle l’intervista: lo scrittore Paolo Giordano, in quei tempi in testa alle classifiche con La Solitudine dei Numeri Primi. Mi ero molto raccomandato con Paolo sul taglio da dare all’intervista e lui per fortuna non seguì nessuna delle mia raccomandazioni. Fece di testa sua e mi restituì un ritratto di notevole bellezza con una frase che scolpimmo su quella copertina di platino:

“Com’è la vita a 100 anni? Il corpo faccia quel che vuole, io sono la mente”.

Quella frase da allora fa parte di me: come una lucina in fondo al cuore che si accende quando ho bisogno di aiuto.
E così quando Giampaolo Colletti mi chiese di incontrarla di nuovo per girare un breve video per “Rita101” non esitai un istante. Il problema è che la professoressa qualche settimana prima era caduta, era caduta molto male, si era rotta un femore “e a 100 anni la rottura di un femore è un dramma” mi aveva messo in guardia Piero Ientile, il suo storico segretario-assistente che conoscevo da un po’ e ho potuto vedere che le è sempre stato accanto con devozione assoluta. Mi disse anche che in quell’anno le condizioni della professoressa erano molto peggiorate, che non era sicuro che ce l’avremmo fatta a fare l’intervista, forse un saluto e basta, ma solo se la professoressa se la fosse sentita.
Il giorno stabilito quindi bussai nella sua abitazione romana. Piero mi accolse titubante, temeva che stessi perdendo tempo e basta. Con me c’era una troupe di Current Tv che doveva filmare l’incontro e farne una clip. Per un bel po’ rimanemmo in silenzio nel salottino con vista su villa Torlonia. Stavamo ormai per andare via quando all’improvviso sentimmo un rumore e in corridoio l’ho vista arrivare. Sulle sue gambe. Con il femore da poco operato. Mi sembrava di avere una visione. Rita Levi Montalcini si faceva avanti lentamente con un bastone senza una smorfia di dolore. Lentamente ma senza fermarsi mai. Avevo il cuore a mille.
Allora ci siamo accomodati sui suoi divani e abbiamo realizzato il video che vedete in rete.
Quel giorno avrei voluto chiederle mille cose. Per esempio di una cosa che aveva detto una volta che mi ha molto colpito e addirittura ha determinato molte mie scelte, un certo modo di vedere il mondo. Era il 30 dicembre 2008 e sull’Unità era uscita una sua intervista con Concita De Gregorio. Una delle domande era: “Qual è stata la più grande invenzione del ‘900?”. E la professoressa aveva risposto: “E me lo chiede? Internet!”. Aveva detto Internet. A 100 anni. Una delle più grandi neuroscienziate di tutti i tempi. Aveva capito il senso vero, profondo della rete.
Ma quel giorno del 2010 non ci fu modo di parlarne. La professoressa parlò invece del capitale umano, la vera ricchezza dimenticata dell’Italia, e disse poche bellissime parole sui giovani e sul futuro. Il dialogo finì con la frase “il corpo faccia quel che vuole, io sono la mente”. La volle ripetere con un sorriso dolce che non era di sfida ma di serena consapevolezza che il suo tempo stava arrivando.
Dopo quel giorno ho fatto vedere quel video decine di volte nelle conferenze a cui ho partecipato e ogni volta l’effetto è stato lo stesso. Emozione, commozione vera. E gratitudine per una donna immensa.

Ho bussato di nuovo a casa Montalcini alla fine di luglio di quest’anno. Volevo sapere come stava e speravo di convincerla a dire qualcosa per l’inizio dell’anno scolastico. Qualcosa che ispirasse i ragazzi, che li convincesse che, nonostante tutto, non c’è niente di più importante dello studio per costruirsi un futuro. Piero Ientile questa volta era stato molto netto: sarebbe bellissimo, sarebbe il suo testamento spirituale, ma mi pare impossibile, mi disse, non sta bene, risentiamoci a fine agosto. Nei primi giorni di settembre ero nel suo salottino marrone, identico a due anni prima, gli stessi libri, le stesse foto. Un taglio di luce estiva illuminava le piante del balcone. Piero mi raccontò dei progressi che la Fondazione stava finalmente facendo dopo aver rischiato la chiusura e mi diede un foglietto con il testo che la professoressa avrebbe voluto leggere ma aggiunse che stavolta era meglio se lo registrava solo lui. Lasciai così una videocamera montata davanti alla sedia della Montalcini. La mattina seguente ricevetti una telefonata: “La professoressa ti ringrazia tanto ma non vuole parlare, non vuole più dire niente. Mi dispiace Ricca’”.
Aveva ragione anche stavolta. Ci ha detto tanto, Rita Levi Montalcini, e ci ha dato tantissimo, non solo le scoperte scientifiche ma anche l’orgoglio di essere italiani. E io ora vorrei solo dirle grazie. Grazie per esserci stata. Grazie per averci ispirato. Il suo corpo faccia quel che vuole, lei è la mente.

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