Metti un giorno di pioggia parlando di Rete con i politici [cronache dell’innovazione]

Pioveva, pioveva di brutto. E questo spiega qualcosa forse. Ma non giustifica nulla. L’appuntamento era in una sala accanto a Montecitorio. Titolo del convegno: “Il fattore Internet e le piccole e medie imprese”. Tema attualissimo e urgente, perché finora è stata proprio la “prudenza digitale” della piccole e medie imprese a frenare l’impatto di Internet sulla nostra economia (vedi report McKinsey). Ospite la Fondazione Magna Carta del presidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello (viva! Io quando qualcuno mostra interesse esulto e ringrazio). Il tutto in collaborazione con Google, da mesi impegnata in una battaglia di evangelizzazione dei nostri politici (Il Fattore Internet è il report che Google ha commissionato a Boston Consulting Group, presentato nel maggio scorso).

Bene, pioveva dunque. E alle 10 la situazione dei relatori era questa: presente il country director di Google Italia Stefano Maruzzi; presente Mikaela Bandini che era arrivata da Matera, non proprio una città vicina e ben collegata, per parlarci dei suoi bei progetti che incrociano web e turismo; presente il moderatore (io). Assenti tutti i politici. In compenso anche la sala era vuota (otto persone) e quindi ne abbiamo approfittato per asciugarci.

Piccolo inciso: la sala vuota oramai è una costante di tanti eventi così. Chi segue questo blog sa che ne ho parlato in occasione della giornata per ricordare Maria Grazia Cutuli organizzata dal Corriere della Sera in Campidoglio prima dell’estate, e poi alla Giornata dell’Innovazione del PD a Venezia a settembre. Questo, ripeto, deve farci riflettere sulla usura di una formula come il convegno che costa dei soldi e ormai serve quasi solo per gratificare l’ego dei relatori che si trovano dalla parte nobile del tavolo, incuranti del fatto che il pubblico in sala non c’è più. Pensiamoci, esistono tanti altri modi più efficaci per fare comunicazione e lobby).

La sala era bellissima in compenso: uno schermo per ogni postazione, roba seria. Mi sono illuso e ho chiesto se ci fosse un collegamento wifi. Un funzionario in livrea mi ha guardato preoccupato: “Non si può”. E perché?. “E’ pericoloso…”, mi ha detto e si è allontanato velocemente. Non vorrei essermi sbagliato, ma mi è sembrato sinceramente spaventato. Non ho insistito.

Alle 10.50 la situazione in sala era molto migliorata. Esattamente del 50 per cento. C’erano ora almeno una dozzina di persone, ma dei politici nessuna traccia. Sono impegnati in aula per una votazione, ci è stato detto. Stanno lavorando per noi. Arriveranno. Pazienza. Se lavorano noi siamo felici. Per noi poi, sembra un miracolo. Intanto iniziamo.

“Intanto” è diventato un lasso di tempo senza fine. Per un’ora e mezza io e Maruzzi abbiamo parlato dell’universo mondo in un dialogo surreale, che a tratti sembrava preso da un libro di Calvino. Per la nostra dozzina di pazientissimi ospiti naturalmente abbiamo cercato di dire cose utili e sensate, io per esempio mi sono levato tutti i dubbi che avevo su Google Italia e in sostanza ho capito due cose: il clima è migliorato nei loro confronti, ovvero l’astio che avevo registrato qualche mese fa all’Aspen Institute ha lasciato il posto ad un atteggiamento più collaborativo; e poi ho capito che un loro progetto dedicato alle nuove imprese sta andando molto bene e presto ci daranno dei dati.

Ogni tanto mi arrivava un bigliettino con l’aggiornamento della situazione degli ospiti politici: è quasi fatta, dai resisti che arrivano, sono per strada, dieci minuti. Per guadagnare gli ultimi interminabili dieci minuti ho pensato bene di far vedere un video. Chissà che banda larga c’è qui… E invece non c’era: il video da youTube si è piantato in un infinito tentativo di buffering, dopo qualche minuto avevamo disponibili i primi venti secondi… Il tutto non sul cucuzzolo di una montagna ma in un palazzo del potere, nel centro di Roma. Il che fa pensare essenzialmente una cosa: se non c’è la rete, è perché non la usano. Punto.

A quel punto i politici sono arrivati. Erano le 1220: il loro buffering, se mi passate il termine, era di due ore e venti. In confronto il video era una freccia. Per primo è entrato il ministro Paolo Romani che le cronache di questi giorni descrivono in duello con il collega Tremonti per i fondi banda larga e il decreto sviluppo. Il ministro ha detto: primo, quei soldi, un miliardo e 200 milioni avanzati dall’asta delle frequenze, come sapete non ci sono più perchè servivano altrove (e non mi è sembrato polemico con Tremonti, anzi); secondo, mi sono un po’ offeso quando Vito Gamberale lanciando il progetto Metroweb ha detto che il mio tavolo per la banda larga era una bancarella, ma ora sono contento che la fibra la mettano i privati con i soldi loro e della Cassa Depositi e Prestiti, ed è ovvio che si parta dai distretti industriali; terzo, agli altri la banda larga arriverà attraverso il mobile di quarta generazione, cioé l’LTE, con cui si viaggia a 100 megabit al secondo (ora, non vorrei sbagliarmi ma a 100 megabits al secondo viaggia ogni singola cella LTE, ma per andare a quella velocità uno deve spegnere tutti gli altri telefonini nei paraggi: si chiama “banda condivisa”, il ministro lo sa? Sono sicuro di sì).

Lo confesso, a quel punto ero abbastanza perplesso. Con Romani c’era stato il solito botta e risposta in punta di fioretto: Romani è dialetticamente abile, quando gli ho contestato qualcosa mi ha chiamato “ragazzo sveglio”, poi a sorpresa ha elogiato il potere di Internet nel far cadere i dittatori e ci ha salutato.

A Cesare Cursi, democristianone romano degli anni 90, oggi alla guida di una commissione del Senato per conto PDL, ho chiesto più o meno testualmente: prima la legge antiwifi, poi quella sui blog, lo sciopero di wikipedia, in mezzo tante castronerie… ma voi in Parlamento lo sapete di cosa parliamo quando parliamo di Internet? E Cursi è stato onesto: “Sinceramente no, lo ammetto”. Ha poi fatto un lungo discorso il cui senso era: “Quanto sono importanti appuntamenti come questo…”.

Ho quindi dato la parola al senatore PD Filippo Bubbico pensando, adesso questo spara a zero, ora ci spiega per benino che sulla Rete stanno sbagliando tutto. E invece Bubbico ha iniziato dicendo che era d’accordo con il ministro e con il senatore. Sì certo, con qualche distinguo, ma insomma…

Per le conclusioni del senatore Quagliarello sono ripartito dall’elogio di Romani della primavera araba: e se la Rete in Italia spazzasse via tutti voi? Quagliarello ha fatto un lungo e dotto ragionamento, ricco di riferimenti alla scienza della politica che lui insegna all’università. Qualcuno in sala si è stupito della bravura del professore ed ha apprezzato tanto neonato interesse per il fenomeno rete.

Era ormai quasi l’una e mezzo; a Roma in casi simili diciamo “si è fatta una certa…”. In compenso non pioveva più.