A proposito di nuovi media, aboliamo i convegni (senza live streaming e wifi)

Giovedì 23 sono stato invitato in Campidoglio a Roma a parlare del futuro dei media, anzi dei “nuovissimi media”, quelli che mentre noi parliamo sono sempre meno nuovi… Mi capita almeno una volta al mese e immagino che siano molti di più gli eventi sul tema naturalmente. Questa volta era organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera per ricordare la giornalista Maria Grazia Cutuli, uccisa ormai dieci anni fa. Una bella occasione per fare il punto su un tema importante con molti esperti famosi: Gianni Riotta, Luca De Biase, Giuseppe Smorto, Frieda Brioschi eccetera. Tutta gente che quando parla io prendo appunti e mando le cose migliori su Twitter. Eppure la sala che ci ospitava, la gigantesca Protomoteca, era quasi deserta. C’erano quasi più persone sul palco…

che nella sala…

Io ho parlato verso la fine, presentato dal moderatore, il giornalista del Corriere della Sera Massimo Gaggi, con le parole del login uscito su Wired a giugno: “Sono morti e non lo sanno”, i vecchi media intendevo. Ho detto più o meno queste cose.

1) La prima innovazione è non fare mai più convegni così: senza live streaming, senza wifi, senza voler condividere nulla con nessuno. Parlandoci addosso. Invece di parlare di nuovi media, usiamoli. Sembra banale ma pochissimi lo fanno ancora.

2) I giornalisti e gli editori hanno delle colpe gravissime per aver sottovalutato Internet in passato (i primi scappando dai siti, i secondi rimpinzando i giornali di libri, cassette e gadget per mascherare la crisi del prodotto). Ma adesso abbiamo dei siti di giornali ben fatti e utili, penso soprattutto a Repubblica e Corriere. Mi aspetto che anche in Italia crescano e si consolidino esperienze autonome dai grandi gruppi editoriali e che sappiano usare “tasti” diversi, come il crowdsourcing, il citizen journalism, gli open data eccetera.

3) sempre a proposito di noi giornalisti e delle nostre colpe. Questo mestiere è una professione secondo me, ma nel senso che chi la esercita “professa” qualcosa: un tempo questa espressione era etimologiamente legata all’insegnamento dalla cattedra, oggi, grazie alla Rete, siamo scesi dal piedistallo per fortuna e siamo in mezzo alla gente, a contatto con i lettori. Questo ci aiuta a lavorare meglio.

4) Ancora sulla professione. Dovrebbe essere un servizio pubblico, una missione. Per troppi mi sembra solo un lavoro, anzi, un impiego. Questo comporta tra l’altro una pigrizia che ci fa lavorare male. Luca De Biase ha detto giustamente che la nuova tecnologia va molto più veloce dei processi decisionali degli editori. Giusto. Ma va più veloce anche dei giornalisti. Che avrebbero il dovere di aggiornarsi. Faccio un esempio. Qualche giorno fa è uscito un bando del Corriere della Sera per assumere nuovi giornalisti. E’ da incorniciare. A parte la richiesta di una laurea (superflua), e di una iscrizione all’Ordine dei giornalisti (idem), richiede due lingue straniere perfette, la conoscenza dei software editoriali in ambiente Windows e dimestichezza con blog, video e socialmedia. Se questi requisiti venissero chiesti ai giornalisti assunti, quanti passerebbero il test? Non credo molti. Giuseppe Smorto, che guida repubblica.it, ha detto: “Io oggi non mi assumerei”. Io invece lo assumerei proprio per questa frase, che svela il nostro punto debole. Aggiungo: Mark Zuckerberg studia un’ora al giorno il mandarino perché vuole capire i cinesi, mi sembra un’idea su cui riflettere…

5) Gianni Riotta ha sparato a zero contro il citizen journalism dicendo che non esiste. La sua argomentazione è stata molto efficace. Ha detto: crederò al citizen journalism il giorno che uno di questi crederà a me come citizen dentist e si farà trapanare il dente del giudizio. Divertente ma sbagliato. Il citizen journalism secondo me non è alternativo ma complementare al giornalismo. Il citizen journalist può arrivare prima su una notizia, aggiungere dei dati, offrire un punto di vista diverso. Spesso indipendente. E in un paese dove il sistema dei media è chiuso e bloccato come il nostro non mi pare poco, anzi. Ma poi non basta. Il famoso blogger che si trovava accanto al compound di Osama bin Laden ha fatto la cronaca via Twitter (utile), di una cosa che non stava capendo.  Sono serviti dei giornalisti professionisti per dare profondità alla notizia.

Ho detto poi qualcosa su Maria Grazia Cutuli. Io forse ero l’unico lì a non averla conosciuta personalmente. Ma la foto scelta per illustrare il nostro convegno me l’ha resa vicina. Uno guarda quella foto e vede, e sente tutta la passione che dovrebbe animare noi giornalisti. Gli viene voglia di prendere e partire e raccontare il mondo. Per provare a renderlo un posto migliore. Come ha fatto lei. Che giovedì, se fosse ancora con noi, non sarebbe stata in cattedra a dare lezioni, ma in platea, in quella platea semivuota, a fare la cronaca su Twitter.

 

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