Morte di due bambini detenuti

Roma, 18 settembre. Carcere di Rebibbia, sezione femminile. Una donna detenuta uccide i suoi due figli detenuti.
Una bambina di 6 mesi e un bambino di un anno e mezzo. Due bambini detenuti che ora, purtroppo, hanno diritto a essere aggiunti a pieno titolo nella triste statistica delle persone che in carcere perdono la vita o rinunciano a vivere. E il motivo è semplice. Noi tolleriamo, e lo Stato acconsente, che dei bambini di età inferiore ai tre anni siano messi in carcere con le loro madri. Bambini detenuti senza colpa che respirano la puzza del carcere e che vivono tutto il degrado del carcere. Bambini detenuti che resteranno marchiati a vita da quella inaccettabile carcerazione. Una vergogna.

Eppure, in questa terribile vicenda che non ha precedenti, c’è dell’altro. La morte di questi due bambini detenuti innocenti si poteva e si doveva evitare. Infatti, nell’ultima puntata di RadioCarcere su RadioRadicale, il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, ha affermato che quella donna era stata segnalata per una visita psichiatrica. Visita che pare non sia stata mai fatta. E Anastasia non è l’unico a riferire questa grave circostanza. In particolare, pare che nei giorni scorsi questa donna avesse manifestato segni di squilibrio mentale e sembra che avesse avuto comportamenti anomali con i suoi due figli.
Ma non risulta che sia stata preso alcun provvedimento.

C’è da chiedersi: se si fosse intervenuto in modo tempestivo, quei bambini sarebbero ancora vivi?
Ancora. Quella donna non parlava e non capiva l’italiano, perché parlava solo il tedesco. Lingua ovviamente sconosciuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Di conseguenza quella donna viveva una doppia prigione, anzi un tunnel. Non solo si è trovata catapultata dalla Germania in Italia, non solo si è trovata detenuta con i suoi bambini, ma era nell’impossibilità di comunicare qualsiasi esigenza, anche la più banale. Figuriamoci un malessere più profondo. Provate a immedesimarvi e chiedetevi. È o no questa una carcerazione che porta all’esasperazione o alla follia? E ancora. Quella donna a fine agosto è stata estradata in Italia dalla Germania perché accusata di spaccio di sostanze stupefacenti. Quindi era sottoposta a misura cautelare in carcere ed era una presunta non colpevole in attesa di giudizio.

Ebbene, visto che non si tratta di una pericolosa camorrista o di una terrorista, rimane davvero difficile capire perché il Giudice, sapendo che c’erano di mezzo due bambini, non abbia scelto nella sua ordinanza una misura cautelare meno gravosa. D’altra parte a Roma esiste una casa protetta per le donne detenute madri: “Casa Leda”. Una struttura capace di coniugare le esigenze di sicurezza, con le esigenze dei bambini. Una struttura che poteva accogliere quella donna e i suoi due bambini. Una Casa protetta che, come afferma Lillo Di Mauro, conta oggi ben tre posti liberi. Tre posti liberi che potevano salvare la vita a quegli innocenti. E invece no. Carcere per lei e per quei bambini. Esattamente come ribadito il 7 settembre dal G.i.p. di Roma, Laura Alessandrelli, che ha rigettato per quella donna e per quei bambini la possibilità di essere ristretti in un luogo diverso dal carcere. Una decisione che non solo appare quanto mai discutibile, ma che è anche sintomo di un deficit culturale presente nella magistratura. Sta di fatto che ora, per la donna impazzita, si apre un’indagine per omicidio.

Ma in verità altri dovrebbero essere messi sotto accusa per la morte di quei due bambini detenuti. Lo Stato, che consente la vergognosa carcerazione di questi bambini detenuti.
La magistratura che sembra avere un deficit culturale nell’applicazione di misure diverse da quella carceraria. La politica di destra e di sinistra che in questi anni non ha saputo porre rimedio all’inaccettabile carcerazione di piccoli innocenti. E un sistema carcerario che non solo provoca la follia, ma che è del tutto folle. Ecco la banalità della nostra politica. Fino a quando non succede la tragedia, non si fa nulla. Si lascia correre i bambini nei corridoi delle carceri, come le macchine sul ponte di Genova.