Paris Photo e i suoi cugini

Non c’è più la stagione dei festival. Ogni momento dell’anno è buono. In ogni borgo, di terra e di mare, di qua e di là dalle Alpi, trovi uno di questi ibridi appuntamenti destinati al culto fotografico. I pellegrini arrivano da ogni parte del mondo muovendosi in branco con religioso rispetto del calendario degli eventi. I devoti prenotano gli alberghi mesi prima, esperti di ogni soluzione abitativa saccheggiano case private e quartieri trendy. Mangiano insieme o a piccoli gruppi. Quelli supponenti vanno in giro da soli ma nessuno li nota.

Fiere/fairs, mostre/exhibits, workshop (si traduce come: occasioni mangiasoldi per apprendisti fotografi), lectures (si traduce: ascolto dell’ultimo artista che sillaba, con molte pause, sul suo lavoro), speech, talks (ascolto acritico dell’ultimo guru che spiega la contaminazione tra i linguaggi. Poi ci sono i dibattiti, gli ateliers, le conferenze, le tavole rotonde, i review, i book signing e potrei andare avanti ancora un bel po’. Il magico mondo della fotografia attinge a tutti i patrimoni lessicali: da quello politico militante al sofisticato artistico contemporaneo, angolofono per eccellenza, concede qualcosa al francese con molta riluttanza.

Freddo e intemperie, caldo e umidità non frenano gli organizzatori di appuntamenti italici e francesi. Abbiamo una quantità di occasioni che faccio fatica a seguirli, figuriamoci a partecipare. In ottobre mi sono ritrovata su un programma in cui alla stessa ora e nello stesso giorno avrei detto qualcosa sulla fotografia in due città differenti. Cerco dunque di fare un punto (in pillole) della serie di eventi recenti e di quelli in corso.

Dei Rencontres d’Arles quest’anno non ho detto nulla e me ne dispiaccio poiché “Parade”, questo il titolo della 45° edizione, è stata l’ultima diretta da François Hebel che, dopo più di una dozzina di edizioni, passa il testimone per il 2015, a Sam Stourdzé. Un bel bilancio quello di Hebel che ha rimesso in sesto i conti con un programmazione che non mi ha mai deluso. “The Walther Collection” la mostra all’Espace Van Gogh valeva il viaggio. Anche a piedi, come si conviene. Bella prova quella che ci regalano i francesi: cambiare, rigenerare, rischiare per migliorare (e non solo i profitti) l’originalità dell’offerta culturale. Aspettiamo la prossima edizione.

Cortona On the Move. Anche questo in luglio. Tour de force per chi arriva da Arles. Bravi tutti. Piccolo, praticamente un bebè visto che è alla quarta edizione, questo festival promette bene, forte di una compulsiva comunicazione e dell’offerta di una sfilza di photo editor e curatori internazionali che in Italia non si erano mai visti. Ottima occasione per fotografi e addetti ai lavori di fare incontri, scambi e confronti con il meglio della scena internazionale. Peccato che i fotografi italiani pellegrini sfaticati a Cortona non abbiano colto l’occasione (mentre non disdegnano i bar di tutte le piazze di tutti i festival dove possono parlare sempre tra di loro). Qui avrebbero rischiato critiche e forse buoni consigli.

Difficile dire qualcosa della ventiseiesima edizione di Visa Pour l’Image, se non che il direttore, il mitico e ortodosso Jean Francois Leroy, si è sposato. Ci è stata offerta proiezione dell’immagine ufficiale dell’evento. Alla faccia di Kim Jong Un. Il programma del festival è sempre uguale e questo non sarebbe tragico se la qualità dei lavori fosse più interessante e non un deja vu di cose pubblicate sulla stampa internazionale. Si salvano le proiezioni storiche.

Per rimanere nello stile coreano a Roma, in occasione della tredicesima edizione di FotoGrafia, l’assoluto direttore-curatore-artista-giurato ci ha regalato finalmente una bella e interessante esposizione sul ritratto, tema a lui e a noi caro, troppo spesso banalizzato e svilito. Qui trova la sua vera dimensione, tra ricerca e scoperte, classici e imprevedibili. Proprio come dovrebbe essere una mostra tematica.

Per seguire il calendario stagionale e non essere avvinghiati alla fotografia per la fotografia, c’è stato il Festival di Internazionale a Ferrara e credo che abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo. Dopo pellegrinaggi faticosi e disordinati mi sono goduta tanta qualità, tanto scambio e tanta conoscenza in un vortice emotivo impagabile. L’incontro tra Teju Cole e John Berger da solo valeva la Francigena. Ma siccome gli eventi erano centinaia sarei ingrata se non citassi l’affollatissimo incontro sulla guerra in Siria e – perdonate la fotografitudine – la freddissima e umidissima serata di Christa Caujolle dedicata alla fotografia thailandese.

Passando per Lodi, il piccolo e testardo festival della Fotografia Etica, capace di fare della sua scelta un valore identitario, guadagna consenso, sponsor e nuovo pubblico. Nonostante il freddo che qui, è notorio, arriva prima che altrove.

A Paris Photo ci vanno tutti perché nel cammino della fede è di certo l’appuntamento da non perdere e poi perché Parigi val sempre la fotografia (e soprattutto oggi il libro fotografico). Evento ibrido come ormai lo sono tutti gli appuntamenti, Paris Photo offre 169 espositori da 35 paesi, così recita Julien Frydman fresco direttore della fiera. Ma questo appuntamento non è solo una fiera perché dagli spazi del Grand Palais dove si svolge dal 13 al 16 novembre si estende per tutta la città con un calendario di mostre ed eventi abbastanza impegnativo. Complice anche la concomitanza con la 18a edizione del Mois de la Photo, che per più di un mese offre un programma interessante diviso in tre filoni:la fotografia mediterranea, anonimi e amatori e “au coeur de l’intime”.
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Insomma per il pellegrino fotografico, appuntamento a Parigi, dove le occasioni non mancano e, nell’attesa di varcare la soglia del Grand Palais offro una personale visione bianconerista di quello che voglio andare a vedere da “molto vicino”.