Messico e nuvole

Sono stato al confine tra San Diego e Tijuana, quella della canzone. Sicuramente la frontiera più trafficata del mondo occidentale. Da una parte il Messico, con la metropoli che si sviluppa fino al muro di confine. Dall’altra gli Stati Uniti, con una larga fascia di rispetto, senza nemmeno un’abitazione, nella quale trova sede, però, uno sconfinato centro commerciale. Tre bandiere accolgono il ‘visitatore’ allo scalo dei tram: quella americana, quella californiana e quella di McDonald’s.

Per andare in Messico, ovviamente, ci si mette un minuto. E chi vuoi che ti controlli? Per fare il percorso opposto, invece, puoi affidarti a San Ysidro, a San Antonio de Padua e a tutti i tuoi protettori, perché ci puoi morire di vecchiaia.

Siccome sono un ragazzo che si documenta, mi sono letto un libro di un giornalista, David Bacon, che s’intitola Illegal People. Una lettura di grande interesse, credo, perché affronta il problema dell’immigrazione all’interno del Nafta (l’accordo commerciale che, guarda un po’, non è intervenuto sul tema). L’autore è convinto di una cosa, esattamente come molte delle persone che i quasi giovani quasi leader hanno incontrato in questi giorni: ci vuole «a real legalization program», perché questo programma «would benefit a broad range of working people, far beyond immigrants themselves». Molto oltre.

Bacon segnala che nel dibattito negli Usa (che sembra di essere a Adro, a volte) coloro che propongono restrizioni nei confronti dell’immigrazione di solito sostengono che riguardino soltanto gli immigrati senza documenti (‘illegali’ o ‘clandestini’, se preferite). Ma si tratta di una distinzione strumentale, ideologica e certamente molto conveniente per le grandi compagnie, che – a cominciare dall’agricoltura industriale (endiadi fantastica) – traggono grande vantaggio dall’avere così tanti immigrati irregolari. Dodici milioni di lavoratori in nero, facili da licenziare, che producono ricchezza guadagnandoci pochissimo e che pagano anche un po’ di tasse, senza poter accedere ai servizi previsti per i cittadini e per gli immigrati ‘regolari’. Ovviamente tutto questo è iniziato dopo il 9/11, perché tutto, all’origine, è determinato da ragioni di sicurezza. Già. Non importa che i messicani siano poco islamici, per capirci.

Pare che negli Usa quando i democratici cercano di assomigliare ai repubblicani poi perdano le elezioni. Succede anche in Lombardia, quasi quasi scrivo un messaggio a Bacon. E pare che la legge dell’Arizona, di cui ora si fa un gran parlare, sia stata preceduta da interessanti iniziative, fin dal 2007, nello stato del Mississippi (burning?). Lì è direttamente il KKK a proporre le «ordinanze», per capirci: «stop the Latino Invasion», già. E quando il KKK chiama, i legislatori repubblicani si muovono prontamente, avanzando la ‘bellezza’ di 21 proposte di legge sull’argomento, proposte che assomigliano molto ai pacchetti sicurezza avanzati e, a volte, approvati anche “qui da noi”.

Ovviamente, poi, quando si vota, i Latinos – come già i neri – contano parecchio, e allora l’approccio cambia e si fa più ragionevole e complessivo. La verità è, però, che questo tipo di immigrazione, che produce clandestini rendendo tutto più rigido e complicato, favorisce i ricchi e penalizza i poveri, a prescindere dai gruppi etnici di cui fanno parte. Quando ce ne renderemo conto, probabilmente, sarà troppo tardi. E per cambiare, sostiene Bacon, ci vuole qualcosa di diverso nella proposta politica, che si occupi dei diritti fondamentali per tutti e di politiche più avanzate per la casa, il lavoro, il welfare. Per quanto riguarda gli accessi, al di là della propaganda, serve una soluzione, che però, negli ultimi anni, il Congresso non è riuscito ad individuare. Se un permesso («a temporary-work visa») limitato nel tempo, se un programma rinnovato per i lavoratori provenienti dall’estero, se un nuovo «framework» in cui inserire la cittadinanza (che comunque da noi è ancora più difficile da ottenere). Temi da affrontare, da Tijuana a Brescia. Perché la globalizzazione ha creato anche forti analogie tra quello che si discute a San Diego e quello che dibattiamo noi, ‘radicati’ nella provincia della provincia dell’impero.

Tutto il mondo è paese. E, siccome si parla di nuvole non solo vulcaniche, e di faccia triste dell’America, segnalo che a San Diego il cielo è nuvoloso. Quindi, con tutta probabilità, niente Coronado Beach. Peccato.