L’istante in cui nacque “La meglio gioventù”

Faceva caldo quella sera. Ero andato alla consegna dei David di Donatello di corsa, tra mille pensieri. Era l’anno de “L’ultimo bacio”, ritratto di una generazione assorta nella contemplazione di se stessa. Noi che avevamo appena iniziato uno straccio di esistenza borghese ci chiedevamo alla fine quanto le somigliassimo. Ma era anche l’anno del ritorno di Nanni Moretti alla storia narrata. Tra i due autori si sarebbe spartito il bottino. Bisognava solo vedere in che proporzione. Puntuale, la statuetta del miglior film andò a “La stanza del Figlio”, così come quella della miglior regia a Gabriele Muccino. A sorpresa, però, Marco Tullio Giordana si aggiudicò quella per la miglior sceneggiatura per il suo “I cento passi”. A fine serata quel piccolo tesoro prodotto dalla neonata Titti Film si portò a casa ben quattro statuette consacrando il suo regista, lanciando definitivamente un attore coinvolgente come Luigi Lo Cascio e rendendo finalmente giustizia a Tony Sperandeo, dopo sessanta film da caratterista “cattivo”.

Appena qualche mese prima era nato un locale sul Tevere che era stato letteralmente adottato dalla combriccola di scellerati della quale facevo parte. Era stato un anno difficile il 2001. Per tutti noi. E quel nostro esasperato stare insieme un po’ ci aveva salvato la vita. Anche quella sera, come le altre, mi precipitai dopo la premiazione verso la nostra casa-barcone. Ma con mia grande sorpresa vi trovai un’altra “famiglia”: l’intera produzione, con amici e affiliati al seguito, de “I cento passi”.  Vidi salire sul pontile uno dopo l’altro, statuette alla mano, Lo Cascio, Sperandeo, Giordana e tutti gli altri. Nel giro di un’ora quello che era un salotto riservato a poche anime si affollò come non mai. Fu una festa. Il piano di sopra monopolizzato dalla produzione, quello sottostante da noi. Diviso tra due respiri feci avanti e indietro.

Raggiunsi al tavolo Tony Sperandeo. Ci eravamo ritrovati una vita prima a lavorare insieme. Erano i tempi de “La Piovra”, io nella produzione, lui nell’immancabile ruolo di mafioso. Nelle pause del set mi parlava solo della sua famiglia, di sua moglie Rita, dei suoi figli Tony e Priscilla. A uno di loro feci un piccolo regalo, lui qualche giorno dopo con il suo accento da padrino disse sorridendo: «Sono cose che non si dimenticano». E mai si scordò, infatti. «Certo è una soddisfazione – mi sussurrò tenendo in pugno il primo vero premio della sua vita – ma per me la cosa più importante sono i miei figli e mia moglie», che era lì, al suo fianco mentre lo guardava con occhi illuminati.

C’era Lo Cascio, felice e sorridente come un bimbo. Ed erano accorsi a festeggiarlo anche i fratelli acquisiti dell’attore palermitano: Alessio Boni e Fabrizio Gifuni, suoi compagni di classe all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Eravamo sul ponte alto che guardava a nord. Li osservavo da un angolo abbracciare il loro amico. Avevano vissuto una vita insieme. Una di quelle che si raccontano solo quando si riesce a uscirne, fatta di appartamenti condivisi, pasti saltati, provini falliti, stenti, speranze, sogni e solidarietà. Mi voltai dalla parte opposta e notai che anche Giordana li stava fissando. Il suo sguardo era così assorto che mi chiesi a cosa stesse pensando.

Tre mesi dopo, su sollecitazione della coppia di sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia (lanciata proprio dalla “Piovra”) e del produttore Angelo Barbagallo, Giordana decise di imbarcarsi in un’altra impresa che poi avrebbe chiamato, rubando un titolo a Pier Paolo Pasolini, “La meglio gioventù”. Nell’affrontarla scelse proprio i tre amici di quella sera – Boni, Gifuni e Lo Cascio – e diede ai loro ricordi la possibilità di scrivere pagine reali di esistenze private e provate in quella età imprecisa e fuori fuoco che è la giovinezza. La stessa in cui ci trovavamo noi. Quarant’anni di storia, racchiusi in ottocento pagine di sceneggiatura, costate sei mesi di riprese. Rimaste poi congelate negli archivi delle perplessità delle fiction Rai.

Due anni dopo la sera di festa al barcone, a Cannes, al termine delle sei ore di proiezione, la pellicola ricevette un inaspettato calore, otto minuti di applausi e il premio per il miglior film nella sezione “Un Certain Regard” (era il 24 maggio 2003, quindici anni fa in questi giorni), facendo gongolare i dirigenti Rai che lo avevano fatto sparire dai palinsesti. E così accadde che, forte del successo ottenuto alla Croisette, il film nato per la televisione (che oltre ai tre attori aveva nel cast, Maya Sansa, Jasmine Trinca, Sonia Bergamasco, Adriana Asti, Claudio Gioè, Andrea Tidona e Riccardo Scamarcio) un mese dopo uscì nelle sale cinematografiche italiane per poi prendere una vita internazionale.

Proprio da questa vennero fuori altre sorprese. Distribuita dalla Miramax – con il titolo di “The Best of Youth” – il film approdò anche negli Stati Uniti (2 marzo 2005) ricevendo una calorosa accoglienza. Anthony Oliver Scott, il critico del “New York Times”, lo definì «il miglior film dell’anno». A pesare emotivamente sul giudizio fu forse anche la sua coetaneità con i protagonisti. Scott era nato sei giorni prima di Boni e sei giorni dopo Gifuni. L’encomio fu comunque confermato dalla prima posizione nella classifica stilata da “Metacritic” per quella stagione. E, a dimostrare che fu vera gloria, cinque anni dopo il magazine americano “Newsweek” lo scelse tra i dieci film più importanti del decennio (2000-2010).

Anche per gli interpreti quel film rappresentò un piccolo trionfo. L’anno seguente alla sua uscita, durante i Nastri d’Argento, si tenne una premiazione senza precedenti: i riconoscimenti per la migliore interpretazione maschile e femminile vennero assegnati – ex aequo – rispettivamente a Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio e Andrea Tidona da una parte e a Jasmine Trinca, Adriana Asti, Sonia Bergamasco e Maya Sansa dall’altra.

Oggi, ripensando a quella sera di festa, sento ancora il malinconico e sottile privilegio di essere stato il testimone silenzioso di un duplice stato: morente il primo, nascente il secondo. Era stata una serata che avrebbe condotto tutti verso pagine meravigliose e terribili. Due settimane dopo la moglie di Sperandeo si tolse la vita gettandosi dalla finestra. Quel film, invece, concepito inconsciamente sul ponte di un barcone e contenuto in quello sguardo silenzioso, fu capace di resuscitare la struggente bellezza del passato.

Tutto il resto durò lo spazio di una estate e fu spazzato via dal vento.

 

 

Piero Trellini

Scrive per la Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore e Domani. Ha lavorato per Il Messaggero, il Manifesto, Sky e altri. Collabora con Nuovi Argomenti e Art e Dossier. Scrive serie televisive. Ha pubblicato “La partita” (Mondadori), “Danteide” (Bompiani), “L’Affaire” (Bompiani) e “La partita. Le immagini di Italia-Brasile” (Mondadori).
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