Gialli, noir e poesie danesi in scatola

È appena uscito per Iperborea, per la traduzione di Maria Valeria D’Avino, il romanzo di Dan Turèll Assassinio di marzo. Se dovessi dire che tipo di romanzo è, direi che è un giallo. Oppure un noir. Ho sempre fatto un po’ confusione, tra l’uno e l’altro, e una volta, qualche anno fa, quando mi era capitato di dire a un conduttore radiofonico che io non ero un grande lettore di gialli, e lui mi aveva risposto «Lei preferisce i noir, probabilmente», io, invece di dirgli che non sapevo la differenza, e di farmela spiegare, non gli avevo detto niente, ero rimasto a ripensare a quella battuta dei Blues Brothers «Che tipo di musica fate?», «Tutti i tipi, sia country che western».

Poi, però, l’avevo chiesta a un mio amico che se ne intendeva, la differenza, e lui mi aveva detto che, nel giallo, all’inizio c’era un enigma che alla fine veniva risolto, mentre il noir era una specie di domino dove una tessera che cadeva nella prime pagine provocava la caduta successiva di tutte le altre tessere. Cioè al protagonista del noir, secondo quel mio amico, succedeva una cosa che comportava il fatto che lui doveva fare un’altra cosa, che comportava il fatto che lui doveva fare un’altra cosa, che comportava il fatto che doveva farne un’altra e le cose ci complicavano sempre di più.

iperborea Se le cose stanno così, il romanzo di Turèll, probabilmente, è sia un giallo che un noir, perché, in Assassinio di marzo, l’enigma e il domino ci son tutte e due, ma la cosa interessante, di questo romanzo «Sia country che western», se così si può dire, mi sembra non sia tanto la trama o l’appartenenza a un genere, ma la scrittura.
Al protagonista del libro, che è un giornalista del quale non sappiamo il nome (Turèll non lo nomina mai né in questo né in nessuno degli altri undici romanzi che gli dedica) succedono, oltre alle cose che hanno a che fare con la trama gialla (o noir) anche una serie di cose simili a quelle che possono succedere anche a noi, tutti i giorni, e lui le racconta in un modo che a me sembra molto singolare: quando incontra un mendicante che da anni tutti i giorni gli chiede dei soldi per un biglietto per Roskilde (il romanzo è ambientato a Copenaghen), il protagonista gli domanda se non sarebbe il caso, prima o poi, di andare da qualche altra parte, per esempio a Ringstead, e quando il mendicante gli dice che il biglietto per Roskilde costa meno, e che se avesse chiesto la cifra che serve per andare a Ringstead, la gente si sarebbe insospettita, «Per qualche strano motivo» al protagonista «sembrò che il ragionamento filasse, perciò gli mollai dieci corone esentasse e lui disse che ero un brav’uomo. Era un pezzo che qualcuno non me lo diceva così a buon mercato. Era proprio un giorno magnifico», conclude il protagonista. E quando, molto più avanti, qualcuno cerca di corromperlo, lui pensa «Era una proposta. Finalmente mi sentivo come quei calciatori diciottenni che vengono venduti all’Italia e improvvisamente diventano milionari grazie a qualcosa che fino a ieri era un hobby». E quando vede un poliziotto danese ricevere una telefonata dal suo superiore, la racconta così: «Pronunciò tre battute in tutta la conversazione. La prima volta disse “Sì”, la seconda “ok”. La terza volta che ebbe l’opportunità di un assolo, ripassò il suo repertorio e – dopo una matura riflessione – puntò ancora sul “sì”. Equilibrato e affidabile». E quando torna a casa della sua fidanzata, Gitte, incinta di quattro mesi, e le si mette a dormire accanto, succede che «Gitte dormiva – loro dormivano – e io cercai di riuscire nella stessa impresa, con le mani intorno ai suoi fianchi. C’è un posto, proprio intorno ai fianchi di una donna, dove la mano di un uomo è destinata a stare, come una chiave è fabbricata per una serratura. Quello è il posto per la mano di un uomo».

Mi ha molto colpito, la scrittura di Turèll, e mi è sembrato che volesse dire qualcosa il fatto che Turèll, prima di mettersi a scrivere questi romanzi che gli avrebbero dato la notorietà, era «già un esponente della sregolata poesia underground danese degli anni Settanta, con titoli sontuosi come Ultimo spettacolo d’inconsce immagini alterate di specchi in frantumi attraverso macchine del tempo di vitree foto elettriche fondenti, Sequenza di Mañana, la canzone infinita che balena dalle pupille della pelle, I joystick dadaisti da disc-jokey jazz-jungle djellaba dello zio Danny, Le incalzanti danzanti frementi indolenti sgargianti grondanti poesie danesi in scatola dello zio Danny» (prendo queste notizie dalla postfazione di Gunnar Staalesen tradotta da Seba Pezzani).

(Uscito su Libero)