Valori condivisi, le fuoriserie
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Valori condivisi, le fuoriserie
Michele Serra
Martedì 27 giugno 2023

Valori condivisi, le fuoriserie

L'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al posto di guida di una Maserati Quattroporte, nuova auto presidenziale di rappresentanza, nel 2004 (Ansa)
L'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al posto di guida di una Maserati Quattroporte, nuova auto presidenziale di rappresentanza, nel 2004 (Ansa)

Per il mio matrimonio un amico ricco e generoso mi prestò una Maserati Quattroporte, di un lucente marrone metallizzato. Il colore delle castagne d’India. Alla cerimonia in Comune eravamo dodici in tutto (i testimoni e i parenti stretti) ed è probabile che il pranzo di nozze, in una trattoria di paese, sia costato meno di quello che spesi per la benzina. Il fotografo ufficiale – uno dei figli adolescenti di mia moglie – fece molti più scatti alla Maserati che agli sposi, e ancora oggi in famiglia ne ridiamo.
La restituii la mattina dopo con un misto di rimpianto e di sollievo. Il rimpianto credo di non doverlo spiegare: la Quattroporte è un capolavoro, il motore è un otto cilindri a V che gira senza un sussulto, senza un’increspatura, la macchina fila via come se non le costasse fatica, l’estetica è discreta quanto può esserlo il passaggio di un’automobile da centottantamila euro, cioè non molto, ma quanto basta perché la gente non si volti per strada a guardarti.

Il sollievo è meno facile da spiegare. Di che cosa mi ero liberato, restituendo quella macchina? Di quale imbarazzo? Diciamo che le due educazioni ricevute (quella borghese dei miei genitori e poi quella comunista) convergevano almeno su un punto, anzi solamente su quello: non metterti in mostra, mantieni un profilo discreto. Giù la cresta.
«Quello è un cafone» è una sentenza che nella mia infanzia echeggiava di frequente, e bollava il sentenziato come poche altre cose. E il termine non serviva certo per bollare il villano, ma il ricco che non sapeva comportarsi. Il cafone in questione non era certo quello di Di Vittorio e delle lotte contadine, il bracciante che rialzava la testa (pare che il termine derivi dal latino cavare, scavare, rivoltare la terra, con il suffisso -one come in sgobbone, quindi cafone come ‘colui che scava, che zappa la terra’, vale a dire ‘contadino’).
No, il cafone della mia infanzia era colui che ostentava o che millantava. Che cercava di farsi notare. Era il cumenda milanese che arrivava in Liguria con la “fuoriserie” (parola d’epoca riciclata di fresco, lo spiego dopo) e la parcheggiava davanti al bar Napoleon, sul lungomare di Sanremo, in modo che tutti la e lo potessero vedere. Era la sciura con troppi ori addosso, anche in spiaggia, sempre overdressed, che raccontava dei successi economici del marito a voce abbastanza alta da coinvolgere almeno una decina di ombrelloni. Era la nuova umanità che usciva dal boom economico come da una centrifuga, eccitata e però sbalestrata, come se le mancasse il codice per decifrare la sua nuova, inattesa condizione. Le racconta magnificamente Giorgio Bocca, quell’euforia e quella progressiva perdita di freni, nel Provinciale, secondo me uno dei libri decisivi per capire l’Italia della seconda metà del Novecento. E la racconta benissimo anche l’Aurelia B24 di Vittorio Gassman nel Sorpasso, preceduta di poco dalla Thunderbird rosa sulla quale Fred Buscaglione si schiantò ubriaco in un’alba romana del 1960.

«È vero che lei ha una Maserati color oro?», chiesero al grande tenore Mario Del Monaco in un’intervista televisiva che ricordo ancora, a distanza di cinquant’anni, come se fosse ieri. Rispose: «Lei pensa che io sia così cafone?».

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La mia Maserati in prestito, e quella attribuita a Del Monaco, e le Jaguar e le Ferrari Dino parcheggiate davanti al bar Napoleon verso la fine degli anni Sessanta mi sono tornate in mente in questi giorni per due fatti di cronaca molto diversi tra loro, eppure saldamente collegati al mito dell’auto di lusso che evidentemente ha sorpassato, indenne, il valico del nuovo secolo. Il primo è il cosiddetto “caso Minenna”, l’ex direttore dell’agenzia delle dogane che, tra le altre cose, è accusato di avere “regalato fuoriserie ai ministri”. Ecco rispuntare dal passato quella parola così vintage, fuoriserie, alternata a “auto di lusso” e “supercar”. In realtà Minenna assegnava le automobili sequestrate alla malavita non ai ministri, ma ai ministeri, e non è certo un dettaglio. Ma questi sono argomenti di un altro dibattito – quello su informazione e giustizia – e dunque passiamo oltre.
Il secondo fatto di cronaca è quello dello youtuber sotto accusa per omicidio stradale: aveva noleggiato una Lamborghini blu per girare un video cosiddetto “estremo”, costato la vita a un bambino. Tra le tante immagini postate nei suoi account, le “fuoriserie” hanno un ruolo notevole e molto ben definito: beato e ammirevole chi le possiede, poveraccio e da deridere chi va in giro con una macchinetta insulsa. È la “riccanza” (spesso molto presunta) che si fa beffe della “poveranza”. Il padre che bacia il cofano di una Ferrari prima di farci un giretto non poteva immaginare che quel giretto sarebbe diventato, dopo l’incidente del figlio, il giro completo del web.

Come è inevitabile – gli anni passano – i parametri della mia ormai remota formazione hanno ben poco a che fare con l’oggi. Perché oggi, accanto a Gassman, sull’Aurelia B24 e lungo l’Aurelia dalle parti di Castiglioncello non ci sarebbe Trintignant ma Fabrizio Corona. La differenza è così macroscopica che non vale spiegarla: limitiamoci a dire che se i miei genitori resuscitassero la frase “quello è un cafone” perderebbe ogni significato, una goccia di inutile rimprovero in un mare nel quale farsi notare è il mainstream, la grande corrente che tutto muove. Può piacere o non piacere (a me non piace), ma così funziona, e tanto vale saperlo.

Però mi ha colpito, a un paio di generazioni di distanza dal boom che ci formò, e anche ci deformò, constatare che la “fuoriserie” conserva ancora un’aura quasi proibita, quanto basta per accattivarsi un ministro; e investire qualcuno con una Lambo sembra molto più grave che farlo con una Punto, o un furgone, o un trattore (ci sono trattori da duecentomila euro!). È come se non avessimo ancora digerito qualcosa di importante. Ci resta a metà esofago, come una resca di pesce, il dubbio che il benessere non ci abbia fatto bene – anche se nessuno di noi è così stupido da negare che ci ha fatto stare molto meglio, e in tanti.
Più che di moralismo credo sia una questione di metabolismo, eravamo un Paese molto povero, dal carretto tirato dal somaro (anni Quaranta) alla motorizzazione di massa (anni Sessanta) sono passati appena vent’anni. Dalla Jaguar del cumenda alla Lambo dello youtuber ragazzino ne sono passati tre volte tanti ma è come se l’euforia, che all’inizio aveva qualcosa di primigenio, oserei dire di sano, di pulsante, fosse diventata stagnante e insana. La ricchezza come ossessione, come unico “dover essere”, e il cafone arricchito che perde la sua esuberanza (era un’avanguardia sociale, dopotutto) e diventa massa conformista. Con una variante che rattrista: si tratta, in larga parte, di cafoni non arricchiti.

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Sono totalmente dalla parte di Marco Albino Ferrari, direttore editoriale del Club Alpino Italiano: ha proposto che sulle vette delle Alpi non si mettano nuove croci, simbolo della cristianità, perché le vette sono di tutti. Gli sono saltati addosso, furibondi, molti nomi noti della destra di governo, da Santanché a Salvini, intanto mentendo (una bugia fa sempre brodo) e attribuendo a Ferrari e al Club Alpino l’intenzione di voler “togliere le croci”, cosa mai scritta e mai pensata. Poi ripetendo l’odiosa frode ideologica che è la loro cavalcata delle Valchirie: parlare a nome “dei valori condivisi” per il solo fatto che sono condivisi da loro. Quelli degli altri contano zero. Il Cai ha avuto il torto (secondo me grave) di scusarsi per qualcosa che non è mai stato proposto (togliere le croci presenti) e di negare la giustezza di una proposta rispettosa e intelligente (non aggiungere nuove croci). Peccato, l’alpinismo è una disciplina che richiede la schiena diritta.

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Sospendo per un turno i vari dibattiti epistolari in corso (sul suffragio universale, sui comici che fanno politica e i politici che fanno i comici, su tante altre cose) perché ho avuto una settimana complicata e non abbastanza tempo da dedicare alle vostre lettere. Nemmeno per le risposte private, e me ne scuso con i miei corrispondenti. Avremo tempo e modo per rimediare.

Però estraggo da una lunga lettera di Chiara un paio di paragrafi sull’annosissima diatriba destra/sinistra perché li condivido molto. Credo anche io che “fare” la sinistra sia più difficile che “fare” la destra perché alla destra va bene quello che c’è, il mondo per quello che è, mentre la sinistra si occupa (o dovrebbe) di quello che non c’è, o del mondo come dovrebbe essere. Se la sintesi vi sembra troppo semplice, è perché lo è. Ma ogni tanto semplificare aiuta a mettere ordine in testa. E a cominciare la settimana senza esagerare con i dubbi.

“Caro Michele,
se ho imparato bene dalla tua lettrice Sara, anch’io sono una zillennial.
Non credo che in politica esistano ancora la Sinistra e la Destra come concetti assoluti. Sono cambiati talmente tanto negli anni e nelle varie parti del mondo, che rincorrerli è come spennare un pollo controvento (cit. dal film Irma la dolce). Finisci sempre con la bocca piena di piume, dicono. Ma un punto fermo che mi sentirei di associare all’una e all’altra, chiaramente col rischio di sbagliarmi di grosso, è che la Sinistra lotta 
per il cambiamento, per le cose nuove, mentre la Destra lotta affinché 
le cose rimangano come sono, per conservarle appunto. E se prendiamo per vero il cambiamento a Sinistra e la conservazione a Destra, è per questo che le coalizioni progressiste finiscono più facilmente nel mirino delle critiche rispetto a quelle più conservatrici?”
“Intendo dire: è più difficile lottare per cambiare le cose rispetto a lasciarle come sono, quindi chi ci prova è più facile che scivoli e venga criticato. Oppure questa è un’illusione che mi sto costruendo da sola? Mi sembra che quando qualcun* progressista ci prova, le critiche non finiscono mai, mentre quando il più becero governo di Destra fa delle cose che a mio avviso non stanno né in cielo né in terra, non altrettante voci lo subissano di critiche. Chissà, magari tu o qualcun* della nostra comunità ha una risposta”.
Chiara