Un mercato pazzerello
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Un mercato pazzerello
Michele Serra
Martedì 24 febbraio 2026

Un mercato pazzerello

«La ricostruzione di Portobello fatta da Bellocchio è impietosa. Quasi feroce: ma, temo, lucida. Un Paese di casi umani, di vicende strappalacrime, di limitata ragione e di illimitata emotività»

Un'immagine della serie Portobello di Marco Bellocchio.
Un'immagine della serie Portobello di Marco Bellocchio.

Ho visto la prima puntata di Portobello, la serie tivù di Marco Bellocchio sulla vicenda giudiziaria (spaventosa) che travolse la vita di Enzo Tortora, conduttore televisivo di enorme successo popolare. Vedrò volentieri anche le altre cinque. Tralascio ogni scontato elogio di Bellocchio, ormai una specie di highlander del cinema italiano: I pugni in tasca, opera prima e suo primo grande successo, è del 1965. Dunque questo signore ci parla, ci racconta, ci coinvolge da più di sessant’anni.

Non tutti i suoi film mi sono piaciuti, ma molti sì, e uno dei più recenti (Marx può aspettare, 2021, una specie di documentario-confessione familiare sul suicidio del fratello gemello di Marco, Camillo) mi è sembrato un vero e proprio gioiello di intelligenza, compostezza, onestà intellettuale, umanità. Lo suggerirei a chiunque voglia riflettere sul tenebroso mistero del suicidio senza patetismi (dunque: in modo poco italiano).

Detto di Bellocchio. La prima puntata di Portobello non solo ha ravvivato la mia memoria (all’epoca dei fatti avevo 29 anni e lavoravo all’Unità, quotidiano del Partito Comunista Italiano). L’ha, in un certo senso, “corretta”. Avevo dimenticato almeno un paio di cose.

La prima cosa è questa. Con licenza d’autore (ai veri autori è concessa) Bellocchio punta la cinepresa anche sugli aspetti farseschi della tragedia. Che avevo in parte rimosso, perché travolto, come tutti, dallo scandalo della persecuzione di un innocente. Diciamo così: Bellocchio sceglie di inquadrare la tragedia italiana dentro la commedia italiana.

Il caso Tortora fu uno scandalo inaudito, una storia di malagiustizia quasi senza pari – anche per la notorietà della vittima. Ma per Bellocchio quell’orrore, quel sequestro di realtà e di verità, avvenne dentro un’Italia “poco seria”, buffonesca, in fin dei conti sciocca, incapace di rispetto perché incapace di rispettarsi. Nel carcere di Poggioreale, dove il camorrista Pandico concepisce la sua trappola di menzogne, così come negli studi della Rai, nell’eterna danza delle macchiette e delle maschere, dei Pulcinella e degli Arlecchini.

La ricostruzione di Portobello (la trasmissione che portò Tortora a picchi di ascolto mai visti) fatta da Bellocchio è impietosa. Quasi feroce: ma, temo, lucida. Un Paese di casi umani, di vicende strappalacrime, di limitata ragione e di illimitata emotività. E alla fine, quando la smodata emotività non trova sbocco: un Paese feroce e cinico, che non crede in niente di serio, e di solido, perché ha fede soprattutto nella magia, nella superstizione, e nella religione come doppia rappresentante di entrambe.

La realtà (della quale, oggi, lamentiamo la morte per mano della famigerata manipolazione digitale) secondo Bellocchio era calpestata e soppressa già in quell’Italia arcaica.

La seconda cosa che mi è tornata in mente, appena vista la prima puntata di Portobello, è questa. All’epoca, eravamo così abituati all’inverosimile (le stragi di Stato, per esempio: ovvero, apparati dello Stato repubblicano che parteggiavano per l’eversione fascista) che tutto ci pareva verosimile. Non ricordo, alla notizia dell’arresto di Tortora, reazioni indignate. Dubbi manifesti. Tutti, o quasi, ritenemmo verosimile l’inverosimile: che Enzo Tortora fosse sotto processo per camorra. E ammanettato, e tradotto in carcere.

Avemmo il tempo poi, chi più chi meno, di capire che cosa era davvero successo: una schifosa montatura contro un innocente, avallata da magistrati inetti. E di scrivere – se giornalisti – quanto la coscienza, e la realtà dei fatti, ci obbligavano a scrivere. Ma sul momento – e se ci pensate, è terribile – non ricordo speciali esitazioni o dubbi o ribellioni. In quel Paese pazzesco che eravamo, e non so dire se siamo ancora, la cognizione razionale degli eventi era un approdo troppo complicato. Ci aggiorniamo, comunque, alle prossime puntate di Portobello.

*****

La bolla informativa dentro la quale quasi ognuno di noi galleggia non solo esiste. Ma è meno permeabile, più guardinga di quanto siamo abituati a pensare. È come un piccolo bunker dentro il quale tentiamo di resistere, come se “fuori” qualcosa ci minacciasse. Questo qualcosa potrebbe essere, semplicemente, un modo di vedere le cose radicalmente differente dal nostro, e questa, a pensarci bene, è l’ipotesi più rassicurante. Perché si tratta, in fin dei conti, dell’antica usanza di accorparsi per tribù politico-culturali differenti. Un vecchio problema, dunque: come gestire l’istinto di fazione.

Oppure – e si sale nella scala del pericolo e del malessere – ciò che ci spinge a rimanercene al sicuro nella nostra bolla è il timore, uscendone, di contrarre un virus deformante e disinformante, una specie di veleno comunicativo che ha infettato buona parte degli esseri umani, per giunta inconsapevoli di averlo contratto; così che, uscendo dalla bolla, temiamo di affogare in una mediocrità cognitiva che non dà scampo, una poltiglia senza capo né coda nella quale le emozioni basiche sono i soli “sensori” percepiti: ed è l’ipotesi peggiore.

Questi, grosso modo, sono i pensieri che mi sono venuti in mente dopo avere letto le vostre tantissime mail sul tema. Vi avevo chiesto: quali sono le vostre “fughe” dalla bolla informativa di riferimento? Non che mi aspettassi che qualcuno di voi segua con passione i talkshow di Nicola Porro e abbia la sua foto sul comodino, o intenda, per svagarsi, frequentare almeno un paio di raduni di Rita De Crescenzo a Roccaraso.

Però non mi aspettavo una così compatta (e aggiungo: spesso orgogliosa) rivendicazione di bolla. Al massimo, qui e là, trapela un poco di malinconia da isolamento. Ma anche i malinconici aggiungono: non ce la faccio proprio, a vedere i tigì Mediaset…

Lo so, tra i lettori di questa newsletter e tra i lettori del Post non abbondano i Maga, o i neotemplari, o i suprematisti bianchi, e più banalmente non abbondano gli elettori di Salvini e della Meloni. Siamo nel mezzo di una opinione pubblica medio-democratica, culturalmente piuttosto munita, interessata alla cosa pubblica quanto basta per conoscerne, almeno grosso modo, il regolamento condominiale.

Ma a giudicare dalle mail ricevute (qui sotto, come al solito, ne troverete una sintesi) non viviamo tempi di compromesso e di mediazione. La tentazione di vedere “cosa c’è fuori” non è dominante. Ci si arrocca, direi: e per ragioni che, anche se non fossero condivisibili, sono comprensibili.

Di mio, aggiungo solo questo. Penso che la con-fusione, la contaminazione siano vitali. Nella mia vita ordinaria (fortunatamente esiste anche una vita ordinaria, quasi indipendente dalla politica) tendo alla promiscuità e alla curiosità per gli altri, e mi sento esentato dal domandare “che cosa leggi?” e “per chi voti?” ai tanti con i quali chiacchiero al mercato o al bar. Sono socievole, voglio dire.

Ma così come non credo – non ho mai creduto – che tutti i partiti siano uguali, tutti i giornali e i giornalisti uguali, non credo che tutte le bolle siano uguali. Gli ingredienti che le compongono sono di qualità differente (non sto dicendo “di orientamento differente”: sto dicendo “di qualità differente”).

Sì, c’è un meglio e c’è un peggio – e tante altre cose in mezzo – e mi sento di affermare serenamente che un abbonato al New York Times sa del mondo qualcosa di più di un fedelissimo del TG4: né credo che l’abbonato al NYT, per ampliare il suo spettro di cognizioni, debba dare un’occhiata al TG4 (viceversa, invece, funzionerebbe eccome).

Si sa: aleggia sempre, su questi discorsi, l’accusa di snobismo. Ma i discorsi sulla qualità non solo non devono temere lo snobismo: devono temere l’ipocrisia suprema, che consiste nel negare che esista una scala di qualità (e anche di prezzo, d’accordo) che cambia, e di parecchio, il livello di conoscenza di chi si informa. Altrimenti, varrebbe come sola regola il celebre paradosso attribuito a più autori (Karl Kraus, Marcello Marchesi, Freak Antoni): mangiate merda, dieci miliardi di mosche non possono avere torto.

Ultima cosa. Come “fuga” dalla propria bolla alcuni lettori mi hanno scritto: guardo I Simpson su Italia 1. Mi permetto di correggervi. I Simpson sono un capolavoro: stanno bene in qualunque bolla, e la migliorano. E adesso, sotto con le mail.

“Sono Andrea, ho 57 anni, e in effetti di quello che passa oltre a Raitre, la Sette, Rai storia e Rai scuola non so nulla. Mettiamoci anche che ho chiuso tutti i vari profili social una decina di anni fa per manifesta intolleranza, e che vivo in un piccolo paese sull’Appennino Reggiano. Mi sento come un Neanderthal in una grotta che intravede da lontano un gruppo di Sapiens, scuote la testa perplesso, e torna a scuoiare il suo cinghiale. Praticamente estinto”.
Andrea

“Non ho la tele, quindi niente Rete4 o Italia1, ma ogni tanto vado a prendere il caffè alla pasticceria Sabauda, in zona Gran Madre a Torino, dove si ritrovano le madame della collina, che rotolano a valle sui loro suv giganti lasciati in doppia fila davanti all’asilo privato, insieme a venditori di qualchecosa con i colletti giganti e gli orologi sopra i polsini (eh sì, il retaggio imperiale…).

In quei pochi minuti mi giungono alle orecchie un sacco di informazioni interessanti, che la mia bolla respinge in base ai propri filtri anti-spam. Ad esempio, che siccome in Italia i comunisti hanno governato per 50 anni, adesso è ora di votare Sì. Meno male che la bolla c’è”.
Stefano

“A volte devo perfino sospendere la visione di Blob, tanto mi sono insopportabili certe trasmissioni di Italia1, Canale 5 e Rete 4. Uscire dalla bolla non fa che rendermi ancora più irritata e impotente. Per esempio guardo sovente È sempre mezzogiorno su Rai1, ricette e un terribile condensato di casalinghe che sbagliano risposte a quiz banali, trattando la conduttrice come una di famiglia. E alla fine sono ancora più frustrata perché mi vergogno del mio snobismo culturale”.
Gianna Masoero

“La mia fuga dalla bolla è visitare di tanto in tanto il profilo Facebook di mio suocero, uomo di destra che attacca a ogni piè sospinto la sinistra, che peraltro nel 2026 continua a far equivalere ai ‘comunisti’; che ogni volta in cui si verificano scontri tra forze dell’ordine e manifestanti afferma di stare orgogliosamente dalla parte delle prime; che non crede al cambiamento climatico e che, nonostante il pensiero progressista stia uscendo discretamente ammaccato dalle cultural wars, si ostina a sostenere che il ‘politicamente corretto’ stia mandando a rotoli la società contemporanea”.
Stefano Cazzaro

“Sono iscritta a Ok Boomer! e la mia fuga extra bolla su Rete 4 sono i telefilm della Signora in Giallo, che conosco praticamente a memoria. Quando posso, accendo e nel frattempo faccio tutt’altro che guardare. Tutt’al più ascolto, come se stessi chiacchierando con la zia. L’unica cosa che cerco di non perdermi è lo sguardo-da-signora-maestra che Jessica riserva al cattivo della situazione a fine telefilm! Anche quella, occhiataccia della zia”.
Marina Perego

“Anch’io non duro che qualche minuto, o decina di secondi, tra Italia1 e Rete 4, salvo che non trasmettano qualche film interessante. Mi capita però, da un po’ di tempo in qua, la stessa cosa con la Sette; dati per scontati i rispettivi orientamenti politici, se di là c’è la grossolanità e la poca cura nei programmi, nella Sette constato la deriva verso una compatta e continua (e non più sofisticata) opera di denigrazione verso i partiti di maggioranza e il governo, con talk show in cui non viene di regola rispettato il minimo equilibrio fra le parti contrapposte (Gruber e Floris in prima fila).

Ne deriva che per me anche la Sette purtroppo è entrata nel mazzo e mi sono rassegnato all’opportunità di sorbirmi le patetiche smorfie di disgusto della Gruber rivolte a Meloni & c. solo su Blob…”.
Stefano Mazza

“I casi della vita mi hanno portato, più vicino ai 60 anni che ai 50, ad essere ospite della mia anziana (e pimpantissima) madre una settimana al mese, in quel di Roma, mentre il resto del tempo lo vivo alla base dell’altipiano del Cansiglio, lato friulano. Mia madre è una mediasettiana di ferro, per cui Rete 4 e soprattutto il TG4 (Italia1 è rimasta per lei il canale che guardavamo noi figli in adolescenza, per cui lo evita) sono diventati per me ‘ascolto forzato’ (cit. Elio e le ST).

E la sensazione è la stessa che descrivi tu: uno spaesamento totale, la sensazione di ritrovarsi di fronte a una parodia di informazione, una cosa alla Broncoviz o (per essere meno vetusti) alla Jackal, senza più nemmeno la rassicurante figura di Emilio Fede, che quando lo vedevi pensavi subito ‘ah vabbé, è lo show di Fede, non un TG’.

La cosa grave è che la stessa sensazione ce l’ho quando, alla sera, mi tocca l’ascolto forzato del TG1 o del TG5. Nel paesino dove vivo ora, oltre alla fauna montana, vivono 3000 anime che votano Fratelli d’Italia al 65%, e immagino si nutrano della stessa dieta mediatica della mia mamma. Sai che c’è? Mi tengo volentieri la mia bolla di cervi, caprioli, volpi, lettura del Post, di Internazionale e di Domani (quotidiano che apprezzo ogni giorno di più)”.
Riccardo

“NO, non vedo mai Rete4 e Italia1. Credo che la mia sola incursione fuori bolla (se così si può considerare) sia Sanremo”.
Teodora

“Nemmeno io guardo mai le reti Mediaset (tranne quando passano le partite di Coppa Italia), o come lei ne vedo spezzoni in blob o in rete. Dall’inizio del genocidio di Gaza ho iniziato a guardare spesso Al Jazeera, emittente qatariota che ha degli ottimi giornalisti e non intervista quasi mai altri giornalisti, ma politici o esperti. Un’altra rete che guardo molto è Arté “.
Ubaldo

“Io pratico il pluralismo radicale: alterno La Verità e la Repubblica. Così riesco a essere indignato due volte al giorno, ma per motivi opposti”.
Piero

“Italia 1 o Rete 4!? Non sia mai!! In casa mia non abbiamo mai guardato questi canali. A Firenze si direbbe ‘per l’amor d’Iddio!’. Per le fughe extra bolla: ascolto podcast true crime”.
Silvia

“Sono così anch’io, chiuso nella mia bolla. Ma non me ne vanto. Noi facciamo parte di una insopportabile minoranza snob. Sa qual è il guaio? Che quando arriveranno i poveri del mondo a chiederci conto, non faranno differenza tra chi mangiava la merda e chi il risottino ai tartufi. Ci spazzeranno via tutti. E sarà doloroso essere messi nel mucchio!”
Gianni Bissaca

“Ho iniziato a guardare un programma in onda su Real Time: Cortesie per gli Ospiti. Il format prevede che due coppie, ognuna nella propria abitazione, si sfidino offrendo il meglio di sé in materia di home style, food e lifestyle alla coppia avversaria, e naturalmente ai tre giudici della trasmissione. Una forma di voyeurismo sadico, per vedere come si agghindano e vivono i miei simili. I giudici supremi di queste sfide sono spesso più trash di chi li accoglie per essere giudicato: e più la trasmissione degenera verso il basso, più la seguo”.
Giorgio Breveglieri

“Italia 1 e Rete 4 proprio no, ma il mio guilty pleasure ‘extra-bolla’ è anche peggiore, infatti lo devo assumere a piccole dosi, altrimenti può diventare tossico. Si tratta del programma di Cruciani su Radio 24, e lo ammetto come quando Obama ammise di aver fumato uno spinello (ma senza inalare). Sono curioso di sapere quanti altri lettori di Michele Serra hanno la stessa inconfessabile abitudine”.
Germano

“Ho smesso di avere una TV ben 26 anni fa, quando andai a vivere da solo per l’università. Da allora non ho più visto alcun canale televisivo, con le ovvie eccezioni di quando vai a trovare amici o parenti e c’è una TV accesa.
Le mie informazioni fuori bolla le recupero da internet, tu sei una di esse”.
Leiba

“Fatto salvo per alcuni eventi sportivi (basket, rugby, tennis, atletica) non guardo la tv, guardo serie e film in streaming, per lo più Netflix e per lo più roba americana. Quindi Rete 4 e Italia 1 neanche per sbaglio. Però guardo la pagina facebook del Giornale di Vicenza. Quasi tutti i commenti sono di persone super-maga o super-nazi o super-complottisti/novax. Non sono scalfibili ma commento lo stesso con civiltà, dando del lei, senza mai offendere. Risposte: zecca rossa, assassino comunista, in famiglia c’è uno sveglio?, hai la mente manipolata. La più bella è recentissima, ‘meglio governati dalla mafia che lasciare tutto il potere ai giudici che sono tutti comunisti’. Se casomai ho un secondo di tristezza piazzo un cd di John Coltrane, stappo un refosco dal peduncolo rosso e coccolo la Tara”.
Stefano (provincia di Vicenza)

“Uscire dalla propria bolla: io ho forse il modo più facile per farlo, per quanto involontario e, a volte, doloroso. I pranzi di famiglia, per quelli come noi che si sono distaccati dagli interessi e (ahinoi) dai valori dei genitori, spesso sono una finestra delicata su un mondo nuovo, fatto di fonti poco attente, toni accesi e soluzioni facili.

Osservo sempre con curiosità come certi influencers (Vannacci è ancora un influencer o già politico?) riescano a fare breccia, come certi strumenti che pensavo logori abbiano ancora una loro presa, come foto e video di dubbio gusto diventino virali tanto quanto quelli che arrivano a me nella mia bolla. Mi piace osservarlo, penso sia utile, provo a capire come funzioni, più che frenarne il contagio. A volte ne vengono fuori belle intuizioni, a volte solo dei lampi divertenti, a volte molto rancore e tristezza”.
Manuel

“Io sono nato nel 1995 e ci sono cresciuto con quei canali, fino a quando non arrivò il digitale terrestre e la mia famiglia, senza troppa sofferenza, perse i segnali di Mediaset. Ma se ci penso ora, a parte veline e lucignoli vari, conservo anche bei ricordi. Dai doposcuola con I Simpson ai Bellissimi di Rete 4 ripetuti all’infinito (su tutti Clint Eastwood che fugge da Alcatraz). Da lì in poi, nella mia vita non c’è stata effettivamente più possibilità di venire a contatto con quel materiale.

Per questo, in una maniera dichiaratamente snob e un po’ piddina, almeno una volta alla settimana, prima di cena e prima di una leccatissima nuova serie tv o di uno sconosciuto filmetto di Mubi, un giro su quei canali (che poi all’ora di cena mi pare diano il meglio) me lo faccio. Che poi è come leggere i commenti sotto un qualsiasi post di Facebook. Doloroso, ma pure piacevole. Perché di tanto in tanto c’è bisogno di credersi persone migliori. È sbagliato, lo so. Però mica male”.
Federico

*****

Grazie per le informazioni e gli spunti sulla misteriosa vita invernale dei cardellini e sulla nuova musica pop spagnola. A parte l’alta qualità canora, che cosa lega i due argomenti? Niente, se non che mi appassionano entrambi e ne ho parlato nello scorso Ok Boomer!.

Cominciamo dai cardellini. Paolo Galeotti, ornitologo, mi scrive che “i cardellini sono migratori parziali, cioè alcune popolazioni migrano (mai molto lontano, però), altre invece sono stanziali. In inverno sono erratici, girovagano qua e là formando gruppi nelle aree planiziali e collinari vicino a centri abitati, ma spostandosi continuamente alla ricerca di fonti alimentari. Poco frequenti dai 500 metri in su. La popolazione italiana è stimata in 1-1,8 milioni di coppie”.

Aggiunge Fabio Acerbi: “il cardellino è un migratore stagionale di corto raggio. Io li ho sempre avuti nelle mangiatoie in inverno, in posti più freddi di quello in cui abita lei, ma evidentemente lì da lei trovano più opportuno spostarsi. Motivo? Mistero”.

Quanto alla mia ammirazione per i colori del cardellino, sempre Galeotti dice che tra gli uccelli presenti in Italia “sono assai più variopinti il martin pescatore, il gruccione, la ghiandaia marina e anche il ciuffolotto maschio”. Secondo Luca “il cardellino è meraviglioso. Però un’occhiata alla cinciarella e al codibugnolo, o anche al fiorrancino, io gliela butterei”. Il codibugnolo lo conosco. Ma il fiorrancino: chissà se ci incontreremo mai…

Notevole il flusso di mail sollevato dalla mia confessata devozione per Rosalía e le altre, capaci di calare le antiche forme della musica spagnola nel bel mezzo della cultura pop nostra coeva. Franco Fabbri, musicologo, ex componente dei mitici Stormy Six e soprattutto vecchio amico, mi segnala Maria Arnal (che vive a Barcellona). Danilo ascolta “Rita Payés e Amanda Mur, un po’ meno pop e un po’ più alternative/sperimentali”.

Francesco Palmeri, che vive a Madrid da 15 anni, cerca di rimediare al monopolio femminile nella mia playlist ispanica: “Le consiglio di provare con Rodrigo Cuevas: “El día que nací yo”, o “Veleno” e a seguire col resto. Da lì potrà scoprire anche Baiuca, che male non fa. E al nord della penisola ci sarebbero anche i Califato 3/4 o La Plazuela”.

Gli fa eco Emanuele Flandoli, anche lui pro-Baiuca, “che negli ultimi anni ha assimilato, rimescolato e restituito il patrimonio musicale della sua Galizia con una qualità non pareggiata da altri”. Emanuele allarga il discorso: “La riattualizzazione del patrimonio trad/local è una tendenza in crescita fra gli artisti di mezzo mondo, e in particolare del bacino mediterraneo (citerei su tutti il gran successo degli Acid Arab o di Lyraz), secondo me anche come reazione a troppi decenni di egemonia anglosassone. Nel mio piccolo, sono producer di un progetto chiamato Hysterrae, a trazione femminile, che mescola sonorità tradizionali del Sud Italia con influenze del vicino Oriente e con l’uso dell’elettronica”.

Sono parecchi i lettori che scrivono per aggiungere “qualcosa di italiano”. La Niña è molto segnalata tra gli artisti che “prendono le cose popolari e antiche e le rinnovano con notevole successo”, come scrive Agata. La citano anche Antonio Sica e Danilo. Sempre Danilo segnala, “per quanto riguarda la riscoperta di una certa tradizione folk italiana, la sarda Daniela Pes e il suo disco Spira, inventandosi una lingua sarda credibilissima. E anche Carmen Consoli che nell’ultimo disco Amuri Luci ha riscoperto le radici siciliane”.

Più di una menzione anche per La Rappresentante di Lista, “parlando di donne che cantano, di pop senza complessi di inferiorità e di musica meravigliosamente strabica che guarda avanti e indietro e nel frattempo ci racconta il presente” (scrive Francesco Marchionda).

Infine, il millennial Gian Luca apre un nuovo fronte: “Anche a me è capitato di finire in una bolla popolata di pop-star giovani e donne (prevalentemente) che nelle loro canzoni mainstream parlano della loro terra, la Palestina, nella loro lingua, l’arabo. E se c’è una lingua che può contendere il posto allo spagnolo (per me lo supera) è proprio l’arabo.

Se volete sentire una specie di richiamo da muezzin accompagnato da una sorta di Taylor Swift palestinese (di origine e per nascita, ma con forti influenze sudamericane – data la discendenza cilena – e della cultura statunitense – dato che vive a Los Angeles dal 2017), segnalo la palestino-cilena Elyanna (canzoni: “Ganeni”, “Ghareeb Alay”, “Yabn el eh”, “Ana lahale”, “Sokkar”) e la giordano-palestinese Dana Salah (“Weino”, “Ya Tal3een”)”.

Bene. È la settimana del Festival di Sanremo. Non credo che, di tutto questo, ci sarà molto. Ma, per dire quanto il mondo è sorprendente: la Rappresentante di Lista, a Sanremo, ci è andata due volte. Ascolteremo, dunque, senza troppi pregiudizi. Ma con Rosalía e Samuraï a portata di orecchio.

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Siamo andati molto lunghi, questa settimana. Abbiate pazienza. Le Zanzare Mostruose sono rimandate per ragioni di spazio.

Un paio di lettori mi hanno scritto per dire che non partecipano con particolare entusiasmo al mio conto alla rovescia per l’avvento della primavera: loro preferiscono l’inverno e il freddo. Li capisco. Se fossi un democristiano dei bei tempi andati (oggi l’approssimazione più attendibile è Antonio Tajani) direi che le stagioni sono tutte e quattro meritevoli di interesse e di apprezzamento. Più banalmente, vi dico che mi piace anche l’inverno (adoro la neve e il gelo).

Ma il ritorno della luce, care ragazze, cari ragazzi, è il ritorno della vita. Mentre chiudo questa newsletter sono le 18:14 di domenica 22 febbraio: e c’è ancora un residuo di luce, nel cielo sopra il selvaggio Nordovest. Il regno del buio arretra. In alto i cuori.