Risorti si nasce
«Bisogna credere ciecamente – in qualunque altra cosa si creda, o non si creda – nelle uova»

È Pasqua, c’è finalmente un gran sole, il cielo è azzurro come solo il cielo è capace di essere. La festa è nelle gemme gonfie degli alberi, nei fiori che cominciano la loro strabiliante gara per sedurre gli insetti, nella luce finalmente limpida e forte, nel profumo delle lenzuola appese, nei vestiti pesanti avviati all’ombra delle lavanderie. E in questo clima colorato e lucente, per prima cosa ho voluto condividere con voi queste bellissime uova “alla Keith Haring” che mi ha mandato la mia amica Fam.
I giorni di Pasqua, fin da bambino, mi mettono addosso una certa inquieta mestizia, sarà che alla resurrezione di quel giovane uomo di Palestina è ben difficile credere; alla sua morte, come alla morte di tutti, assai meno. «E morì come tutti si muore/Come tutti cambiando colore/Non si può dire che sia servito a molto/Perché il male dalla terra non fu tolto»: mi rendo conto di citare sempre più spesso De André – questa è “Si chiamava Gesù” – ma me ne faccio una ragione. Più passa il tempo, più mi sembra un gigante.
Ma le uova, beate loro, della teologia se ne infischiano, le uova si spiegano da sole, sono vita in purezza: da quelle d’oca, grosse come un pugno, a quelle minuscole del pettirosso e degli altri uccellini, sono una delle forme più perfette mai concepite dalla natura. In fondo il concetto di resurrezione sta nella nascita (di qualunque creatura) e basta, il resto è solo una complicazione teologica. Ogni nascita è la vita che risorge. Che ritorna. Bisogna credere ciecamente – in qualunque altra cosa si creda, o non si creda – nelle uova.
Potessi, manderei a ciascuno di voi un uovo, ma siete in troppi e non ce la posso fare. Vale, in sostituzione, questa fotografia. Scegliete quello preferito tra i quattro. Il mio ovviamente è quello in basso a destra, che pare fatto apposta per dirvi, questa volta in partenza: in alto i cuori.
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Per continuare in modo vitale e positivo – non so cosa mi prende, abbiate pazienza: spero di non sembrarvi Quelo di Corrado Guzzanti, dispensatore di banalità edificanti – ecco la lettera di una professoressa. Mi è sembrata semplice e bella. Fa seguito alle mie riflessioni, nello scorso Ok Boomer!, sull’impetuoso ritorno al voto dei ventenni. E sulla ricorrente citazione del disagio psichico come problema sociale (e politico) delle nuove generazioni. Attenzione: sempre di uova stiamo parlando. Di vita nuova da accogliere. Di fragilità da non schiacciare. Di robustezze (l’uovo è anche fortissimo!) da assecondare.
“Le sue parole sui giovani che ‘erano già qui’ e non ce ne siamo accorti, chiariscono bene l’assenza di una intera generazione di adulti, che ha abbandonato il nido appena ai pargoli sono spuntate deboli alucce. Sono una docente prossima alla pensione. Ho trascorso anni e anni bellissimi e ridenti con i miei alunni e alunne. Ho imparato da loro moltissimo. Nel tempo mi hanno aiutata ad evolvere, a non fermarmi mai.
In classe le emozioni sono sempre state l’aria che respiravamo e gli sguardi il principale strumento di comunicazione. Dopo l’orrore del Covid, li ho visti stare male, sempre di più. Lo schermo delle lezioni in DAD mi ha mostrato grumi di sofferenza mai espressa, che inducevano alcuni a non voler più accendere la luce durante la lezione – mi chiedevano alcuni: ‘prof, le dispiace se mentre lei parla io appoggio la testa? Mi rilassa ascoltarla, ma sono stanca’, e restavano lì, ombre cinesi di un teatro senza regia.
Ha ragione, hanno bisogno di aiuto, di essere ascoltati, di essere lasciati liberi di sbagliare. Di essere sempre accolti – poi – da un abbraccio tranquillo. La scuola è da riformare in toto, da ripensare, da riscrivere, ma non da ciechi Ministri, che pensano alla punizione come pavloviano strumento pedagogico. La scuola va riformata partendo dai ragazzi, quelli di oggi, quelli che temono il futuro, a cui dire: salta, corri, ce la puoi fare. La sua affezionatissima lettrice”.
Manuela (Targhetta)
Sullo stesso argomento mi ha scritto anche un giovane lettore. Conferma l’idea che “far stare bene la gente” non sia uno dei benefit più rilevanti del tardo-capitalismo. E che, di conseguenza, il malessere psichico sia un problema politico in piena regola.
“Che i giovani inquadrino il tema della salute mentale come generazionale è una notizia che dovrebbe rincuorarci: la ‘privatizzazione dello stress’ e il suo inquadramento come un problema personale da risolvere autonomamente (vedi ad esempio il proliferare di libri e corsi di auto-aiuto) non ha evidentemente funzionato.
Ci vorrebbe ora un soggetto politico che porti queste rivendicazioni sul piano collettivo: perché è diventato accettabile che così tante persone, e soprattutto tante persone giovani, siano in questa condizione? Come possiamo accettare un sistema politico ed economico tanto disfunzionale da normalizzare questi disagi? Bisogna muoversi in fretta verso una politicizzazione della salute mentale. Lo scriveva già (e meglio) Mark Fisher, in Realismo capitalista, ed era il 2009. Questo mese esce un documentario a lui dedicato”.
Giuseppe, (ormai) 30 anni
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Penso che si dovrebbe istituire un Albo dei Rapper e Trapper Arrestati: l’altro giorno negli Stati Uniti, per non so quale brutalità o soperchieria, è capitato a tale Pooh Shiesty, che non figura nella mia playlist. Usando quel po’ di cinismo che serve per fare satira anche sulle cose serie – per “cose serie” intendo l’arresto, non sempre il rapper – va detto che impressiona, in quella folta schiera, una certa ripetitività estetica, esistenziale, artistica che non prevede molte variazioni sul tema. Ed è come se anche l’arresto facesse parte del repertorio più scontato…
Per carità, lo so, ci sono notevoli eccezioni: nella mia playlist Marracash c’è eccome, quando gli feci una lunga intervista per il Venerdì fu un incontro bello, con una persona dal cervello acceso e molte idee sul mondo. Ma se facessi ancora l’autore televisivo, per esempio di una trasmissione satirica, metterei in programma il seguente numero: talent show di nuovi trapper. In giuria, mettiamo, Lillo e Greg.
Aspettano con curiosità il nuovo concorrente. Ma il concorrente è sempre lo stesso, con minime varianti (un berrettino diverso, un tatuaggio in più o in meno) e anche la canzone è sempre la stessa, con impercettibili cambiamenti nel testo. Greg: «Ma scusa, non ti sembra lo stesso di prima?». Lillo: «Ma no, non vedi che questo ha il berretto giallo? Quello di prima ce l’aveva rosso». Greg: «Ah, ecco. Non l’avevo notato. Ma la canzone, non ti sembra identica?». Lillo: «Ma no, prima il testo diceva ‘ti sgozzo, pupa’, adesso ‘ti strozzo, baby’».
Chiedo scusa a Lillo e Greg per l’appropriazione indebita.
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Non smettono di fiorire i ricordi di David Riondino, che fu fratello e compagno di molti, ma imprendibile per tutti (dove se ne fuggiva? Chissà). Ha avuto, anzi ha meritato cento, mille epitaffi. Questo lo ha scritto lui, l’ho trovato nella poesia “Portavo fortuna”. La metrica, spericolata e sospesa, mi sembra in decapentasillabi (??), ma non ci giurerei.
Così decisi di svanire in una giornata chiara
caddi nel Pozzo di San Patrizio, entrai in un Attimo
riaprii gli occhi vidi le stesse cose, non erano più le stesse
avevo scoperto il colore dei miei, chiuso il giro dei tarocchi.
Ecco una breve sintesi di fotogrammi delle sue tante tracce.
“La prima volta che ho visto David Riondino sul palco è stato al rimpianto Centro Mazziano di Verona. Poteva essere il 1979 o il 1980. All’epoca il governo aveva tirato fuori non ricordo cosa per combattere la disoccupazione giovanile, e Riondino spiegò la presenza di un mimo in scena come il suo personale contributo a questa meritoria battaglia. Serata indimenticabile. Ho ripreso in mano Rombi e Milonghe. Sei citato un paio di volte, compreso un episodio in cui Riondino, invece di spingere la tua Vespa per accenderla, spinse te per terra. Bella storia, vera o inventata che sia. Fra le altre cose, c’è una composizione dantesca intitolata La palude dello Sdegno che descrive l’atmosfera culturale nei primi tempi di Tangentopoli. Il ritratto di Giuliano Ferrara è insieme buffo e tagliente:
‘Che cosa è mai quell’osceno groviglio
di carne e grida’ dissi. ‘Egli è Ferrara
d’una illustre famiglia orrido figlio;
ebbe tutto il cinismo dei moderni
e di Palmiro conservò l’artiglio.
E che per tre estati e due inverni
perfezionò la maschera triviale
dell’anticonformista di governo”.
Carlo Vareschi
“Anch’io amavo David, i miei ricordi si limitano alle sue apparizioni televisive. Di lui ricordo che rompeva amabilmente il ritmo di qualunque spettacolo e ti costringeva ad un pensiero laterale intelligente: una meraviglia! Vorrei anch’io che fosse fuggito in Sudamerica a leggere poesie ai fuggitivi nazisti e neofascisti, miracolosamente ancora vivi, e costretti a essere rieducati da lui”.
Davide Conte (Albenga)
“Il suo ricordo di Riondino mi ha commosso. Tanti anni fa (fine anni ’80? primi ’90?), io e alcuni amici ci fermammo a parlare con lui dopo un suo spettacolo fiorentino, molto divertente ma anche caotico e destrutturato. All’epoca, e
ancora oggi, ero un grande appassionato del teatro-canzone di Giorgio Gaber e provai a dirgli che aveva la stoffa per poter provare anche un tipo di spettacolo come quello.
Per tutta risposta, Riondino improvvisò una esilarante parodia di Gaber, non da meno di quelle notevoli di Battiato e De Gregori che tutti conoscono. Purtroppo non mi risulta l’abbia mai pubblicata. Negli anni successivi qualche spettacolo più ‘scritto’ lo ha fatto, come quello magnifico sul Cantico dei cantici, ma l’impressione che il suo talento si sia un po’ disperso l’ho avuta anche io. Ma l’importante è che lui fosse contento così!”.
Andrea Garulli
“Tra i tanti ricordi di David Riondino il più denso è emiliano. A Montecchio, per la festa di Tango del 1987, ero con due amici in tenda, si dava una mano dove serviva, ristoranti, spettacoli, pulizie. Lui ci chiamava ‘i campeggiatori della Skoda’ (perché avevamo una Skoda 105L, quella di Croda): un giorno intonò quella che per me è La Sua Canzone: Elefanti (“… bella signora perché guarda male/voglio vedere te vendere barboncini in Africa Centrale”). Andammo avanti a cantarla per un tempo lunghissimo”.
Stefano
“David Riondino è stato un grande. Come Dario Fo (cento anni), ha reinterpretato il ruolo di giullare e messo in pratica il detto “Rirenno e pazziando, Pulicinella dicette sempre la verità”. Lascio la traduzione a Lei, milanese”.
Sergio Ferraiolo
E siamo arrivati ai saluti. Che questa settimana mi servono solo per ripetere (prevedibile come un trapper) quanto ho già scritto nelle prime righe: in alto i cuori. State tranquilli, mi sono informato presso esperti di cose militari: i caccia nel cielo e i radar dell’antiaerea in terra non sono in grado di intercettarli.




