Quando saremo morti trattateci con garbo
«In coda (o in cima) ai testamenti, si dovrà scrivere “nego il consenso all’utilizzo della mia persona dopo la mia morte”?»
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Il mito della resurrezione è tra i meno credibili e al tempo stesso tra i più comprensibili. La morte dispiace a tutti, e l’idea di poter rinascere la declassa a incidente rimediabile. La dottrina cristiana, prudentemente, rimanda la resurrezione “alla fine dei tempi”, così che nessuno si illuda di poter gabbare la morte nel breve periodo, e ritornare al mondo più o meno così come l’aveva lasciato, staccando il cartello “torno subito” che aveva appeso sull’uscio di casa e ritrovando nell’armadio il suo golf preferito.
La resurrezione come l’hanno sceneggiata i teologi è tutta luce, pace e serenità: mi viene in mente l’intensa scena finale di The Tree of Life di Terrence Malick, con i vivi e i morti che si incontrano e si abbracciano in silenzio su una grande spiaggia. Ci sono solo loro, il cielo e il mare. L’eternità concede compostezza, finalmente.
Precisamente il contrario di Nosferatu, principe delle tenebre, che è un non morto ma certo non un risorto; diciamo un cadavere ambulante, un vecchio energumeno avvizzito e pallido. Più che alla vita eterna, fa pensare al sepolcro nel quale giace nel suo eterno dormiveglia. Per non dire degli zombi, davvero troppo in disordine, con quelle garze penzolanti e quelle ferite putrefatte, per ripresentarsi in pubblico post mortem. Puah, tornatevene sottoterra.
Più in generale, le pratiche di superamento della morte messe in scena dagli umani hanno qualcosa di lugubre e di insano. Di molto poco allegro. Altro che luce e serenità.
Dai vecchi miliardari americani che si fanno ibernare con la mazza da golf e la carta di credito ai mortificanti esiti di certi lifting che cancellano i volti (dice Tullio Pericoli, grande ritrattista, che cancellare le rughe è come cancellare una biografia), tutto ciò che occulta la morte, o la sua percezione, finisce per celebrarla involontariamente. Perché sembra una grande allegoria della paura della morte. Non si vuole invecchiare perché non si vuole morire. “Forever young” non è un ideale: è uno scongiuro.
E veniamo così a Greta Garbo, morta 36 anni fa e “resuscitata” tramite AI per farne la testimonial, giovane e bella, della campagna pubblicitaria di un’azienda meccanica svedese. Ve lo dico subito: non mi piace, non sono d’accordo. E ogni volta che non sono d’accordo con quanto si sprigiona, ormai quasi ogni giorno, dalle nuove frontiere della tecnologia, vi assicuro che me la faccio, la domanda fatidica: non sono d’accordo perché sto diventando vecchio, e non capisco il nuovo? Oppure ho qualche ragione solida da opporre al nuovo, che non sia banalmente anagrafica?
In questo caso non ho dubbi. L’idea di riesumare la figura fisica di una persona morta per ricollocarla nel mercato dell’immagine è un sopruso lampante. Gli eredi di GG si sono detti soddisfatti dello spot, e anche disposti a vedere la loro illustre ava protagonista di un nuovo film (un nuovo film di Greta Garbo! Un secolo dopo Greta Garbo! Wow!).
Si suppone che a favorire questo parere favorevole degli eredi sia anche un tornaconto economico; o anche solamente il piacere e l’emozione di rivedere nonna Greta che parla, cammina, sorride. A chi non piacerebbe? Ma c’è una domanda che non può avere risposta: se lei sarebbe stata d’accordo. Lei quella vera, non il suo doppio digitale. Lei, la sola titolare di se stessa.
Nell’impossibilità di saperlo, non ho dubbi: non è lecito farlo. Il contratto non può che rimanere in bianco – perché lei non può più firmarlo. Ogni attrice, ogni attore legge una sceneggiatura, legge un copione, e decide se fare o non fare quel film. Se qualcuno di voi sta pensando: ma Garbo è una star, è destino delle star diventare icona pubblica, in un certo senso “bene comune”, ho due risposte da dargli.
La prima è che anche le star sono persone, intestatarie indiscusse della propria vita e delle proprie scelte. (Tra il paparazzo e il paparazzato, ho sempre fatto il tifo per il secondo). La seconda è: attenzione che prima o poi – più prima che poi – può capitare a tutti. La società dello spettacolo è sempre meno piramidale. Aprite Instagram, scrollate TikTok, le attrici e gli attori sono ormai milioni. (Come nel vecchio Carosello dei salumi Negroni: “Le stelle sono tante, milioni di milioni”).
La questione non è solamente se sia lecito produrre un nuovo film con Greta Garbo, o commissionare all’AI un sequel scespiriano (il pubblico vuole salvare Ofelia? Vuole la pace tra Capuleti e Montecchi?). La questione è, persona per persona, l’inviolabilità delle nostre scelte, della nostra volontà e del nostro corpo. Io sono mia, io sono mio, punto e basta. Grazie all’AI ognuno di noi, da vivo o da morto, può diventare protagonista inconsapevole di un porno, falso imbonitore di prodotti (già accade), propagandista politico a sua insaputa.
Rubare un’identità, per quanto mi riguarda, non è meno odioso di un sequestro di persona, e le tecnologie per replicare un volto, una voce, un corpo sono sempre più evolute e al tempo stesso più cheap: non servono più i missili, bastano i droni, un ragazzino che sa smanettare sul suo computer presto avrà un potere di azione non troppo distante da quello di una grande casa di produzione.
Il nuovo film con Greta Garbo, e qualunque altra cosa con Greta Garbo, potrà farli lui. Negli ultimi anni abbiamo imparato che tutto ciò che è possibile diventa all’istante anche fattibile. Si discute se sia lecito o illecito, benefico o malefico, solo dopo che è stato fatto. La tecnologia corre, l’etica ansima nelle retrovie.
In coda (o in cima) ai testamenti, si dovrà scrivere “nego il consenso all’utilizzo della mia persona dopo la mia morte”? O al contrario: “delego il notaio tale, mia figlia, mio nipote a gestire la mia immagine fisica, la mia voce, il mio volto dopo la mia morte”? Nascerà una giurisprudenza per i trapassati? Dovremo rispondere di quello che diciamo, facciamo, pensiamo anche quando non saremo più noi a dirlo, farlo, pensarlo, perché saremo morti?
Non illudetevi che sia il prezzo della fama, quello che riporta sulla scena Greta Garbo senza chiederle il permesso. È il prezzo della perdita di potere della vita materiale, della realtà, di fronte alla tecnologia. Presto dovremo ripetere a noi stessi la frase di incoraggiamento postumo che Taylor Swift (lo so, la cito molto spesso) rivolge a Clara Bow, diva del muto, coeva di Greta Garbo, schiacciata dall’overdose di popolarità: “Questa città è falsa, ma tu sei reale”.
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Luiz Inácio da Silva, detto Lula, sta per compiere 81 anni. È alla fine del suo terzo mandato da presidente del Brasile. Quanti brasiliani avranno esitato a votarlo, o non lo avranno votato affatto, perché è troppo vecchio sotto ogni punto di vista, anagraficamente e politicamente? Che cosa impedisce a un uomo obiettivamente consumato dagli anni di farsi da parte? La necessità (non c’è nessuno in grado di sostituirmi)? La vanità (sono eterno)? L’effettiva inconsistenza della classe dirigente che lo segue, incapace di esprimere una leadership autorevole? Ma in questo ultimo caso, quali e quante sono le responsabilità di un capo che non lavora per individuare e formare un successore all’altezza?
Tema enorme, quest’ultimo, non solo in politica. Il famoso passaggio del testimone, per quanti maschi anziani di potere è un compito decisivo, parte strutturale del proprio lavoro e delle proprie responsabilità, e per quanti un fantasma da scacciare (anche qui: il fantasma della morte…) e un impiccio da rimandare a un vago futuro?
Non esiste controprova, ma sul cattivo risultato elettorale della sinistra brasiliana l’età avanzata del suo capo è più che un’ombra. A differenza di Joe Biden, Lula è lucido, ma la parola “cambiamento” è stata regalata inevitabilmente alla tremenda destra populista, sostenuta da Trump, che è arrivata prima al primo turno ed è favorita al ballottaggio.
L’aura di saggezza e di equilibrio che molti vecchi sprigionano è un valore in sé, ma l’energia e la forza non sono giocabili, sul tavolo della vita, da un vecchio. Il rivale di Lula, Flávio Bolsonaro, ha 45 anni. Quasi 36 meno di Lula.
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Questa sera, lunedì, vado al teatro Giorgio Gaber (ex Lirico) a Milano, a vedere lo spettacolo Jannacci… e dintorni, con Max Paiella e Simone Colombari, regia di Lorenzo Gioielli. Incassi devoluti alla Fondazione Tog, che si prende cura di bambini con patologie neurologiche complesse. Ve lo dico non solo per fare un poco di pubblicità a Tog e allo spettacolo. Ma perché, da milanese, sono abbastanza contento di come Milano conserva memoria attiva di questi suoi due grandi, indimenticabili figli.
Stasera l’opera di Enzo rivive nel teatro dedicato a Giorgio; i due, che furono fratelli di palcoscenico e di vita, ne sarebbero felici. Enzo farebbe notare, al cospetto dello scintillante teatro Gaber, che a lui è intitolato il dormitorio pubblico di viale Ortles, che è altrettanto grande e importante. C’è una sua fotografia all’ingresso, è il padrone di casa, il nume gentile di chi non ha un letto tutto suo. Il “barbun” che portava i scarp del tenis (con due enne o una è tipica disputa filologica meneghina) non crederebbe ai suoi occhi, potesse vederlo.
La Fondazione Gaber, grazie alla figlia Dalia, al nipote Lorenzo Luporini e al presidente Paolo Dal Bon, è molto attiva, energica, tutt’altro che celebrativa. La presenza di Giorgio e di Enzo, nella loro città così cambiata, si sente molto, ha una funzione protettiva (angelica?) e didattica: con due così alle spalle, bisogna fare di tutto per tenere alto il livello.
I due abitano ancora a Milano. Alle prime nebbie, ammesso che il maledetto climate change ancora le preveda, la voce di Enzo la senti tra i lampioni, specie in periferia. Giorgio, più casalingo, dev’essere rintanato in qualche stanza dalle parti del Casoretto, cerca gli accordi alla chitarra e legge i suoi appunti. Speriamo che qualcuno gli svuoti il portacenere.
Venerdì 9, alla cena dei vecchi amici di Gianni Mura (tanti!), sul palcoscenico dell’Osteria del Treno ci sarà sicuramente qualcuno che canta Jannacci o canta Gaber.
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Sempre più stracca e sfiduciata la consultazione dei siti meteo, qui al Nord l’acqua manca in modo ormai grave. Molto irritante (lo scrivo da anni) il fatto che gli speaker continuino a chiamare “maltempo” la benedetta pioggia. E annunciano con un ampio sorriso la dittatura del cielo azzurro che imperversa da mesi: “anche domani una bella giornata di sole”.
Pare che mercoledì l’anticiclone si distragga un po’, e qualche nuvola potrebbe scaricarsi, spero proprio sopra la mia testa. E dunque questa settimana sarà di mercoledì che vi dirò: in alto i cuori.




