Più vecchiaia per tutti
«È una manciata di straricchi e strapotenti quella che medita di prolungare il proprio privilegio ben oltre i limiti statistici»

Ovvio che “immortalità” è un’iperbole giornalistica, e perfino chi la usa sa che non è di immortalità che si parla (bisognerebbe dunque chiedergli perché la usa). Una definizione più credibile sarebbe “vivere fino a un’età prima impensabile”, e farlo grazie a tecnologie mediche anch’esse, fin qui, impensabili. Terapie geniche, trapianto di organi e creazione di organi nuovi di zecca grazie alle biotecnologie, e qui mi fermo per non incorrere in imprecisioni grossolane.
Vladimir Putin – che non è solo un autocrate: è anche un uomo di favolosa ricchezza privata – sarebbe sulla stessa linea di Jeff Bezos, Sam Altman, Peter Thiel in questa ricerca della longevità. Con stanziamenti miliardari per combattere l’invecchiamento, dilatando il tempo del nostro viaggio troppo veloce.
Se questo significasse che presto sarà possibile vivere tutti quanti fino a 150 anni, purché in decenti condizioni fisiche e psichiche, nessuno avrebbe dubbi: sarebbe una magnifica notizia, specie se sostenuta da una molto ma molto sapiente riforma del sistema pensionistico mondiale. (Nonché da uno sforzo immane della sociologia anagrafica: altro che Z, millennials, X e boomers, bisognerebbe inventarsi sigle e nomignoli all’infinito).
Ma neppure il più ingenuo degli umani è sfiorato dal dubbio che sia questa l’intenzione di Putin o Bezos. La longevità pubblica non è la longevità privata, ed è soprattutto la seconda quella di cui si parla sui giornali. I centenari di Ogliastra e Barbagia non hanno la notorietà di Putin e Bezos. È una manciata di straricchi e strapotenti quella che medita di prolungare il proprio privilegio ben oltre i limiti statistici: comprando un biglietto alla portata di pochissimi che allunghi il viaggio oltre l’ultima stazione prevista.
Che ci sia una ricaduta a posteriori che porti beneficio alla collettività degli umani è possibile, ma non automatico. Sicuramente esistono medici, ricercatori, istituti che si occupano di longevità senza domandarsi “per chi” lo stanno facendo. Lo fanno e basta. Altrettanto sicuramente c’è una via strettamente privata alla longevità che non intende fare la fila davanti a un immaginario Ambulatorio per l’Allungamento della Vita.
È gente, quella, che la fila non sa nemmeno che cosa sia. E questo, per la sensibilità comune, rende molto meno buona la buona notizia: in assenza di misure molto drastiche di “controllo democratico” (chiamiamolo così) rese abbastanza remote dall’attuale panorama politico mondiale, il titolo minaccia di diventare un altro: “I miliardari vivranno molto più a lungo della gente comune”. E ditemi se potrebbe esistere una forma più detestabile di privilegio.
Mi direte che è sempre stato così. I ricchi hanno sempre avuto accesso a cure migliori, e a condizioni di vita meno logoranti, più salubri, più protettive. Vero, ma non abbastanza vero da rendere meno abnorme l’idea che esista una grande porta di uscita per la gente comune e (molto più in là) una porticina lussuosa dalla quale pochissimi, con loro comodo, raggiungeranno la fine del loro viaggio molti anni dopo.
Verrebbe meno, in fin dei conti, l’idea stessa della morte come destino comune, livellatrice delle vanità, del potere, della ricchezza, delle ragioni e dei torti. Come nella celebre ‘A livella di Totò, piccola grande ode alla morte come implacabile riparatrice delle differenze. Totò immagina il dialogo tra due defunti, sepolti uno accanto all’altro. Uno è un marchese “con la tuba, la caramella, il pastrano” che parla in italiano forbito. L’altro un poveraccio, “un brutto arnese”, e parla in napoletano stretto. Le due tombe sono molto diverse, sontuosa quella del marchese, umilissima quella del poveraccio. Il marchese si lamenta della promiscuità con il pezzente: anche dopo la morte rivendica il suo rango. Gli risponde l’altro:
Ma chi te cride d’essere, nu ddio?
Cca dinto, ‘o vvuò capì ca simmo eguae?
Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io,
ognuno comme a n’ato è tale e qquale.
[…] ‘A morte ‘o ssaje ched’è? E’ ‘na livella:
‘nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno ‘stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pur’o nomme.
(Ma chi ti credi di essere, un dio?
Qua dentro, lo vuoi capire che siamo uguali?
Morto sei tu e morto pure io
Ognuno è tale e quale a un altro.
La morte sai cos’è? È una livella:
un re, un magistrato, un grand’uomo
passando questo cancello ha messo il punto
perché ha perso tutto, la vita e pure il nome)
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Lo sapevo che la mail di Alessandro avrebbe scatenato un putiferio. La guerra delle generazioni è vecchia come il mondo. Vale sempre, come è ovvio, ripetere che ogni generazione ha i suoi coraggiosi e i suoi ignavi, i suoi generosi e i suoi tirchi, i suoi eccellenti e i suoi mediocri: mai dimenticarlo. Ma la zuffa sottostante dimostra che un casus belli c’è per davvero, tra trenta-quarantenni e sessanta-settantenni; ovvero tra gruppi di persone, i boomers, venute al mondo nel mezzo di un boom economico irripetibile e in un clima di euforia sociale; e i millennials (i loro figli) che invece sono nati in tempi di rallentamento economico (tranne che per i molto ricchi), di erosione delle protezioni sociali, di umore molto più incerto e circospetto. Non per fare della sociologia facile, ma ogni tanto giova farla: il clima sociale nel quale si nasce e si cresce probabilmente conta qualcosa di più che avere l’ascendente Sagittario o Plutone contro (faccio per dire: non capisco niente di astrologia).
Se ne discute animatamente qua sotto, dalle due parti della barricata. I toni sono anche molto vivaci, ma direi che non ci sono colpi bassi, e dunque mi complimento con voi per il fair play. Come dicono i telecronisti: “partita molto combattuta, ma nel complesso corretta”.
Delle quasi cento mail che mi sono arrivate ne pubblico diciassette, di meno non ce la facevo. Sono quasi tutte storie di vita, c’è poca ideologia e molta umanità. Per chiudere la sfilza ho scelto la lettera di S.C. che mi pare dica una cosa abbastanza notevole, e forse riassuntiva dell’intera questione. Dice S.C che i suoi genitori hanno salito una scala. Da giù a su. In cima alla scala, si sono sentiti arrivati e hanno potuto riposare. Lei invece corre su un tapis roulant, avendo l’impressione di non arrivare mai. Mi sembra una metafora azzeccata. Se entrambe le parti in causa la adottano, magari arrivano a capirsi meglio.
“Sono un 43enne sposato, due figlie, lavoro nei trasporti e mia moglie nella GDA. Mi sono ritrovato molto nella mail di Alessandro. Siamo una generazione cresciuta con promesse di un futuro radioso che si è ritrovata a dover pagare il conto di quelli prima: contribuiamo a mantenere un sistema (scolastico, pensionistico, sanitario) di cui non beneficiamo o in via di fallimento, mentre dobbiamo crescere una generazione precaria e senza futuro, assicurarci il nostro e provvedere alla generazione precedente che invecchia. Quello che spesso mi infastidisce è la spocchia che spesso si nota parlando coi 60/70 enni che rinfacciano la loro vita difficile, i sacrifici, le lotte e la indubbia maturità nell’affrontare la vita e nell’educare i figli.
Non metto in dubbio la narrazione ma faccio presente che il contesto era molto diverso e i meriti personali, per quanto importanti, sono stati facilitati da un humus diverso. La società era più a misura d’uomo, si aveva davanti a sé la possibilità di un futuro migliore e soprattutto alla portata: per esempio l’acquisto di una casa, stipendi decenti, orari di lavoro che permettevano di seguire la famiglia, una pensione dignitosa che non fosse un miraggio.
Se facciamo presenti queste condizioni veniamo bollati come smidollati che non lottano come loro, come se il contesto sociale fosse lo stesso. La realtà è che siamo annichiliti e stanchi di dover gestire pesanti trasformazioni sociali e sentirci pure criticati da chi prende da pensionato più del tuo stipendio. Dobbiamo credere di lottare (e contro chi poi? Mi si indichino i “padroni”) ma in queste circostanze è impensabile, tuttalpiù possiamo resistere”.
Daniele
“Sono un settantenne. Vengo da una famiglia modesta. Ho preso una laurea. Ho fatto un anno di militare di leva. Ho svolto qualche lavoretto prima del mio impiego definitivo. A 63 anni, dopo 37 anni, la mia azienda ha lamentato esuberi.
Mi hanno dato lo scivolo e tramite l’INPS ho continuato a ricevere lo stipendio o quasi. Fino a che a 68 anni sono andato definitivamente in pensione. Adesso faccio il volontario alla Caritas. Penso che continuare a lavorare fino a tardissima età poi crei una penuria di sbocchi professionali ai più giovani”.
Fabrizio
“Ho 43 anni (quasi) come l’autore della mail. Quando Tito Boeri era presidente dell’INPS fece una dichiarazione che suonava più o meno così: chi è nato dopo il 1980 non prenderà più la pensione. Eccoci, noi quarantenni di oggi: all’inizio della nostra carriera lavorativa avevamo già una certezza insopportabile. Quando ogni mese guardi il cedolino ti viene da piangere leggendo il lordo, che comprende la quota di contributi INPS. Una quota che abbiamo quasi la certezza di non rivedere mai più.
Servirebbe avere una politica stabile che possa guardare lontano e mettere in campo soluzioni di lungo termine (non di certo l’aumento dell’età pensionabile a piccole gocce, così da generare un malcontento ad altrettanto piccole gocce), servirebbero probabilmente investimenti più remunerativi (ma anche più rischiosi), servirebbe sistemare i conti dell’Inps magari separando la parte pensioni dalla parte di “assistenza sociale” (se così si definisce)… e qui mi fermo che non è mia competenza.
Con tutti questi ‘servirebbero’ la mia speranza di andare in pensione come i miei colleghi (che organizzano feste nelle quali raccolgono regali meravigliosi) svanisce giorno dopo giorno e mi ritrovo anche io a invidiare dal più profondo del cuore quella generazione. Poi incanalo quell’invidia in soluzioni creative: quando avrò finito il mutuo, vendo la casa e vado a vivere in camper, così potrò lasciare il lavoro e vivere viaggiando fino alla fine dei miei giorni. Sarà possibile? Ne avremo voglia? Chi lo sa… Certo è che dovremo inventarci un piano B e meglio sarebbe se fosse un piano B collettivo. Non penso siamo l’unica generazione a invidiare quella precedente e forse saremo invidiati a nostra volta da quelle future”.
Daniela
“Non capisco bene. Se vado in pensione, sono un privilegiato che se la spassa. Se non ci vado, sono un rompicoglioni che intralcia il cammino dei più giovani. Facciamo così: mettetevi d’accordo, magari chiedete consiglio alla Fornero e poi mi dite che cosa devo fare. Escludo di ammazzarmi, è una soluzione troppo drastica e io sono un riformista”.
Angelo
“Leggendo la lettera di Alessandro mi sono sentito doppiamente tirato in causa: perché maledetto settantenne, in pensione già da qualche anno, e perché frequento cinema e teatri torinesi (ma voglio rassicurarlo: controllo sempre con grande accuratezza di spegnere il cellulare prima di entrare in sala). Ma bando alle divagazioni e torniamo alle maledizioni.
Sono quasi d’accordo con lui. Non tanto per questioni di pensione e annessi, ma perché la nostra generazione è stata sicuramente quella che ha dato il contributo maggiore a distruggere il mondo, presa nel vortice di consumi compulsivi, ubriacata di un futuro mai realizzato che si è progressivamente trasformato in un presente cinico ed edonistico.
E in più siamo terribilmente ingombranti, continuiamo a voler essere al centro dell’attenzione e del mondo, a tutti i livelli: dai megapresidenti arroganti e folli, di grandi stati e di piccole regioni, agli allenatori delle squadre di calcio, agli opinionisti tuttologi (non ti ci metto in mezzo, sei tutt’altro) che occupano ore e ore di programmi televisivi e giù giù fino a noi comuni mortali, che a volte nei nostri rapporti quotidiani con figli e affini pensiamo spesso e volentieri che la nostra saggezza e il bagaglio di conoscenze ci autorizzino a dispensare consigli non richiesti anche su argomenti di cui capiamo poco o nulla.
Ma veniamo anche al “quasi d’accordo” di cui sopra. Il quasi è dovuto alla convinzione che la generazione dei quarantenni (e qui penso anche direttamente ai miei figli) ha avuto a disposizione opportunità che noi non potevamo assolutamente sognarci (se non pochi, pochissimi privilegiati, socialmente e culturalmente): hanno avuto gli Erasmus, la possibilità di viaggiare e risiedere all’estero anche grazie alle disponibilità economiche dei genitori, non hanno dovuto lottare per ottenere quei margini di libertà che noi abbiamo dovuto conquistare a volte a caro prezzo nelle battaglie quotidiane con i nostri genitori (quanto maledetti, allora, e quanto rimpianti e capiti dopo…), e non sono scesi in piazza, o forse lo hanno fatto con parsimonia, troppa. Anche oggi, in quei cortei e manifestazioni che a volte ancora mi capita di frequentare, vedo teste bianche e tanti ventenni, con un buco generazionale nel mezzo”.
Giulio
“Da Gen X, quindi neanche coinvolta nella diatriba, mi sento di dire: ma basta!
Basta con ‘sti Millennial che se la prendono con i vecchi, come se fossero qualcosa da eliminare, come se non fossero i nonni che gli curano i figli, come se un giorno non saranno vecchi anche loro. Basta poi attribuire ai vecchi tutti i cattivi comportamenti tecnologici: sapessi le volte che in metropolitana sono proprio i millenial a scrollare Instagram senza le cuffie e senza che gli venga in mente di dare fastidio, molto più dei boomer, assolutamente di più dei GenX. Sui GenZ invece non mi pronuncio: sono terribili, ma sono giovani. Siamo stati tutti dei giovani terribili, molti di noi poi sono rinsaviti”.
Claudia
“Sono una boomer di 67 anni in pensione (con il sistema misto) dopo aver lavorato 44 anni, 11 mesi e 3 giorni. Sono arcistufa di sentire i millennial parlare male dei boomer ed elogiare la generazione Z; Alessandro, ti spiego il mio perché. Non avrai una pensione adeguata non solo per colpa nostra.
A differenza di quello che si pensa noi abbiamo visto a ogni riforma, dal 1992 in avanti (Amato, Dini, Prodi, Maroni, Damiano, Fornero) allungare l’età di uscita e il minimo di contributi. Se devi “odiare profondamente” lo devi fare con la generazione prima dei boomer, loro sì che sono andati in pensione a 55-60 anni con il sistema retributivo e con tabelle di mortalità obsolete (72 anni per gli uomini e 75 anni per le donne).
La mia mamma è andata in pensione a 55 anni (dopo aver lavorato 40 anni) con una pensione calcolata sulla media degli ultimi 5 anni di stipendio e ha vissuto sino a 94 anni (fai due calcoli). La Professoressa Fornero, per onor del vero, spiegava già negli anni Novanta il disastro delle pensioni, ma nessun partito ha fatto una riforma seria, secca, precisa perché costa voti, consenso”.
Lucia
“Musk non è un vecchio, Zuckerberg non è un vecchio, i giovani si concentrassero sui loro reali nemici e cerchino degli alleati, fra i vecchi. Ce ne sono. Se noi siamo stati stupidi, che loro siano intelligenti. Consiglierei di leggere un racconto di fantascienza, “Nonno sotto esame” di Richard Matheson: in una civiltà del futuro i vecchi devono fare un esame che testimoni la propria capacità intellettiva, altrimenti vengono eliminati. I suoi familiari preparano disperatamente il vecchio per tutta la notte: è terrorizzato, non credono che passerà l’esame. La mattina viene accompagnato alla sede del governo. Poi… Il racconto è del 1954”.
Lorenzo Gioielli
“Mi chiamo Paolo, sono di Torino come Alessandro e ho 66 anni. Sono andato in pensione a dicembre scorso e madonna mia quanto me la godo. Faccio tutto quello che mi piace, tra cui andare a teatro, al cinema, scalare le montagne, sciare, andare in bici ecc. Quello che non capisco è perché secondo lui lo starei rovinando, e con lui i miei figli. Ho iniziato a lavorare a 22 anni interrompendo gli studi dopo la morte di mio padre, ho pagato somme davvero ingenti all’INPS come agente di commercio, ho avuto una bella vita e ora mi godo quel che resta: cosa faccio di male, a parte suscitare una certa invidia nei 42enni malmostosi? Non è meglio vedere in giro anziani in forma e allegri piuttosto che tristi o incazzati?”.
Paolo Montaldo
“Ho l’età (69) per riconoscermi abbastanza agevolmente nel ritratto tracciato nella lettera del gentile quarantenne, e il caso vuole che abbia un figlio della stessa età e una figlia tredici anni più giovane di lui. Il continuo confronto con loro, e l’assistere al confronto tra loro, è stato causa di riflessioni abbastanza simili a quelle espresse dal nostro sopracitato amico. Inutile dire che le posizioni di mia figlia erano un po’ più radicali e condite da epiteti (boomer di merda) più coloriti, ma sostanzialmente concordavano con me sul fatto che non è l uso della tecnologia in sé (o il suo abuso) il problema, quanto il credere di poter essere o mostrarsi “giovani” grazie a essa.
La tecnologia dovrebbe servire (e serve) a farmi vivere meglio la mia condizione di anziano, non a competere coi più giovani in uno stile di vita che non comprendo e non mi appartiene più.
Se lo immagina un anziano capo Apache che si ostinasse a voler andare a caccia del bisonte perché ” tanto ora c’è il fucile”? L’avrebbero guardato come ora i nostri figli guardano noi. E allora noi cerchiamo di fare come avrebbe fatto lui: nella nostra tenda, a fumare e a dispensare consigli, meglio se richiesti. Grati se c’è qualcuno che ci mastica la carne troppo dura”.
Roberto
“Mi ha molto fatto sorridere la mail di Alessandro, 42enne come me che non sopporta più i vecchi. Mi ci sono riconosciuta molto (sarà per via dell’età?) e aggiungo: non sopporto più nemmeno certi bambini. O meglio, i genitori di certi bambini che si sentono autorizzati a lasciarli scorrazzare liberi e urlanti ovunque o, peggio ancora, a piazzarli in luoghi pubblici con tablet e telefoni con volumi improponibilmente alti per tenerli buoni mentre guardano i cartoni. Che poi: sono bambini, mica sordi, non gli potete tenere un volume normale? E poi, dato che li avete messi al mondo, non potete ogni tanto anche occuparvene per davvero invece che trattarli come pacchi postali da far tenere ai nonni?
Aggiungo anche che non sopporto più nemmeno il turismo. Faccio l’accompagnatrice turistica e ormai da undici anni porto in giro sempre più vecchi stranieri, a guardare monumenti di cui nemmeno io riesco più a trovare un senso. Tutti a fare foto come i giapponesi negli anni Novanta. Poi ripenso ad Alessandro e ai giovani di Torino, speriamo che siano un bel futuro, perché io l’ottimismo inizio a perderlo per strada”.
Silvia
“Il ‘maledetto ibrido’ più giovane di me di 10 anni che ti ha scritto, nella sua invettiva omette un importante caratteristica dei settantenni. Non saper rinunciare all’auto. Non pensarci nemmeno, a una alternativa all’auto. Neppure quando l’auto è fonte di stress, imprecazioni, disagi (per gli altri e per se stessi!!).
Caro Michele, è proprio quello che temo sia successo a te domenica. Il giro d’Italia è stata una grande festa. Nelle strade di Milano ho visto appassionati, ma anche molte famiglie, giovani, attempati, gente che magari usa pure la bici ma il ciclismo come sport non lo pratica e non lo bazzica. Sono grandi feste, come la maratona, la Stramilano, ma anche i San Siro, i concerti, le fiaccole olimpiche, gli scioperi, i XXV Aprile e altre manifestazioni che causano blocchi di strade e quindi disagi agli automobilisti. Che si ostinano, pure in queste occasioni, a esserlo.
E i settantenni, credo, sono lo zoccolo duro dell’automobilismo militante. Se avessi chiesto a me, caro Michele, come fare per raggiungere casa tua in zona Repubblica, ti avrei consigliato di lasciare l’auto a San Donato e prendere la metro, per poi recuperarla in altro momento”.
Francesco
“Sono Marco, 44 anni compiuti, vivo a Kansas City da 18 anni. Io ai boomer più che i telefoni toglierei i social, basta vedere cos’è diventato Facebook e perché non è più possibile avvicinarvisi. Certo, la maggior parte della colpa è di Zuckerberg che si rifiuta categoricamente di porre un limite a quella fucina di disinformazione che è diventata la sua piattaforma. Ma se i suoi utenti (boomers per la maggior parte) facessero un miglior lavoro di scrutinio e verifica avremmo evitato tanti momenti imbarazzanti (e forse, forse, l’elezione di Trump).
Ho avuto la fortuna di avere genitori intelligenti che non cadono vittima di fake news e disinformazione, ma a mia moglie non è toccato lo stesso destino. Suo padre, operatore sociale in pensione, ha idee decisamente di sinistra ma vota e ha sempre votato repubblicano, perché è profondamente cristiano e non può votare il partito dei gay e dei queer.
Quando gli chiedi conto di Trump ti dice: ‘È colpa di Satana, dobbiamo pregare affinché Dio ci liberi da lui’, una risposta che definire frustrante è dir poco. Sono abbastanza sicuro che nessun giovane oggigiorno si sognerebbe mai di fornire una risposta del genere, mentre sono sicuro che tanti boomer la pensano come lui, faccio parte della chat di famiglia. E a proposito della chat di famiglia, avresti dovuto vedere i video che condividevano durante la pandemia: più erano allarmisti, luccicanti e francamente inverosimili, più loro abboccavano”.
Marco
Leggo da tempo la tua rubrica ma è la prima volta che scrivo, lo faccio non solo per complimentarmi con te ma soprattutto per chiederti di salutare Alessandro da parte mia. Sono una sessantottenne e ho letto tutto d’un fiato e con il sorriso (amaro) sulle labbra; condivido ogni singola parola e ce ne sarebbero tante altre da aggiungere. Resisti Alessandro, anzi, come diciamo in Romagna, tieni botta”.
Dolores Mambelli
“Sono una settantenne romagnola che di anni se ne sente molti meno e si rende conto con sgomento della realtà solamente guardandosi allo specchio di sfuggita. Mi ha colpito tanto la lettera dell’ibrido di 42 anni, per me davvero un ragazzo. Io vivo con un senso di colpa nei confronti dei giovani, sono consapevole di avere avuto tanti privilegi (me lo sento ricordare a ogni piè sospinto).
Sono in pensione dopo aver lavorato 42 anni in sanità (biologa) e riscattato la laurea da subito, che dire, ora me la spasso (?) ma continuamente sento il peso dello sguardo dei giovani che hanno difficoltà, problemi e soprattutto un futuro molto incerto. Ma cosa dovrei fare? Ho lavorato bene, oltretutto non sarei neanche voluta andare in pensione, mi piaceva molto il mio lavoro, ma rimanere mi avrebbe fatto sentire un dinosauro che non molla. Forse dovremmo essere più solidali come esseri umani, e sia i giovani che gli ibridi dovrebbero pensare che tanto alla fine siamo nella stessa barca…”.
Vittoria Cova (Faenza)
“Come parte in causa (nel versante alto della forchetta anagrafica), lo sfogo di Alessandro mi ha provocato reazioni diverse. Da un lato la serena e quasi divertita accettazione del fatto che può essere comprensibile che persone o intere categorie di persone ci stiano sulle palle (a me capita tutti i giorni), dall’altro la tentazione di polemizzare e puntualizzare. Per dirne una: senza la presenza numerosa e costante di anziani a concerti, teatro, conferenze, dibattiti, presentazione di libri, la vivacità culturale di piccole città come Mantova, dove abito, sarebbe senz’altro minore. Alla fine però, malinconicamente, mi sento solo di segnalare ad Alessandro, anche per i suoi anni a venire, una poesia di Giovanni Giudici che si intitola appunto “I Vecchi”.
Non onorate i vecchi,
abbiatene pietà
perché sono gli specchi
di come finirà
tutta la vita per noi
che non abbiamo virtù:
vogliono i vecchi eroi
amore, ma non c’è più
nei vecchi nulla da amare,
lacrime, sesso e vino:
tutto dobbiamo odiare
nei vecchi, nostro destino.
Ladri di notti corte,
il giorno ci perderà:
coi vecchi la stessa morte
misura le nostre età”.
Arrigo Arrigoni
“Nata e cresciuta in Liguria, da oltre dieci anni a Londra. Lavoro che mi piace, ben pagato, flessibile, cittadinanza UK in tasca. Sulla carta ho vinto, qualsiasi cosa voglia dire. Eppure resta un’insoddisfazione di fondo che ai miei genitori è impossibile spiegare: “ma come, hai un bel lavoro, viaggi, sei autonoma, di cosa ti lamenti?”. La risposta facile sarebbe la lista: loro a trent’anni avevano due case in Liguria a due passi dal mare, due macchine, una figlia e la pensione a cinquant’anni (!). Il tutto con due lavori statali, niente di specializzato.
Ma è la risposta sbagliata, perché di cose materiali ne ho abbastanza (non la casa di proprietà, a fare i pignoli). E sia chiaro: non li invidio e non rivoglio la loro vita. Quella stabilità loro se la sono comprata anche con una gabbia, niente mobilità, scelte di carriera quasi nulle. Il punto è un altro. I miei genitori, a un certo punto, sono arrivati. Hanno raggiunto un pianerottolo e hanno potuto (e forse, anche voluto) smettere di correre. Io no. Io e quelli come me – professionisti con un’istruzione medio-alta – stiamo su un tapis roulant infernale che non si ferma mai. MAI.
E non corriamo per arricchirci (non tutti), o per stare al passo con i dirimpettai; corriamo per stare a galla, per non perdere quello che abbiamo costruito a fatica. A Londra, come a Milano, Parigi, etc. Corriamo molto più istruiti di loro – master, corsi, “imparo questo, faccio quello” – per arrivare dove loro sono arrivati a mani quasi vuote, spesso senza nemmeno un diploma. L’istruzione doveva essere la scala, e invece è diventata il tapis roulant. Certo, ci piace leggere e imparare, abbiamo sete di conoscenza perché fatti non foste a viver come bruti; eppure spesso non capisco se lo sto facendo per me stessa o per fare la paracula su LinkedIn.
Alessandro ce l’ha con i sessantenni che vanno in pensione esultando. Lo capisco, ma il nervo scoperto per me è un altro: non è che loro si fermano alla fine. È che noi non ci fermiamo mai. Ci avevano promesso libertà e terra ferma sotto i piedi; è arrivata solo la libertà (lo so, non è poco). Restiamo dove siamo… E va bene anche così. Ma che fatica, questo tapis roulant senza bottone di spegnimento”.
S.C.
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La cappa di caldo dei giorni scorsi è stata “bucata” da temporali e vento, vi scrivo queste righe da Roma, mattino presto di domenica, il cielo è terso, l’aria fresca. In questa città sono nato (anche se la vita mi ha poi fatto milanese) e la sua luce mi solleva lo spirito, rimediando al malumore che il suo caos permanente mi suscita. Pare che lunedì, quando risalirò tra i miei monti, sarò accolto da piogge anche impetuose, ma ormai il maggengo è tagliato e imballato, e le rotoballe compatte che presidiano il campo come sentinelle non hanno più paura dell’acqua. Si aspetta il taglio delle lavande e degli elicrisi, tra circa un mese.
Aspetto il temporale – da sempre – con umore molto favorevole, specie d’estate. Ora con qualche inquietudine in più, per via della crescente brutalità delle perturbazioni. Ma quando il mondo si bagna, si disseta, si pulisce, e puoi guardare, bene al riparo, la pioggia che scroscia, e la senti scendere dalle grondaie, beh è uno dei momenti in cui la salute del mondo ti sembra la tua. Ti senti più sano per contagio.
Questa settimana, su nel selvaggio Nordovest, dovrebbe piovere più di una volta. In alto i cuori.




