Lo stilista di Voghera
Una newsletter di
Lo stilista di Voghera
Michele Serra
Martedì 27 gennaio 2026

Lo stilista di Voghera

«Rimane impalpabile, direi inspiegabile, slegata dal contesto, celata nel fondo della persona, la misteriosa scintilla del talento»

Valentino Garavani a St. Moritz, febbraio 1984 (Slim Aarons/Hulton Archive/Getty Images)
Valentino Garavani a St. Moritz, febbraio 1984 (Slim Aarons/Hulton Archive/Getty Images)

Forse siete riusciti a sopravvivere all’inondazione di retorica che ci ha travolti in morte di Valentino Garavani. Credo che la parola “bellezza” sia stata ripetuta, in sua memoria, circa un miliardo di volte. “Imperatore della moda”, un altro miliardo di volte. La retorica, si sa, occulta e soffoca tutto ciò che ricopre, e fa sembrare scontato, risaputo, stucchevole non solo ciò che lo è; anche ciò che non lo è.

Se dunque siete riusciti a sortire indenni dalle rose bianche e dai vestiti rossi; da quel suo belletto immutabile lungo tutte le età della vita; dall’unanime cordoglio dei politici; dalle memorie commosse di centinaia di persone, dalla grande diva alla starletta, che ne parlavano come del migliore amico avendolo visto, magari, una volta nella vita; nel fondo del cervello, ben custodita, all’asciutto dai fradici luoghi comuni sulle eccellenze italiane, il talento italiano, i primati degli italiani eccetera, vi sarà rimasta la sola domanda che conta, e che affascina per davvero: ma come diavolo avrà fatto un liceale della provincia italiana degli anni Cinquanta, omosessuale in un paese solidamente omofobo, di famiglia non ricca e non cosmopolita, certo non informato del mondo quanto può esserlo, grazie ai media vecchi e nuovi, un ragazzo di oggi; come avrà fatto a cominciare a immaginare, nella Voghera del dopoguerra, ancora giovanissimo, visionario e precocissimo, le silhouette delle dame di Roma, di Parigi e di New York, e delle dive del cinema?

Già, il cinema: allora ci andavano tutti, veramente tutti, e tutti avevano occhi per vedere. E poi spopolavano i fotoromanzi e i rotocalchi, che tiravano milioni di copie ed erano in ogni casa. Le dive erano visibili, la società di massa aveva messo a disposizione dell’umanità quasi al completo le fisionomie, gli ambienti, i costumi e i segni che fino a un paio di generazioni prima erano privilegio di pochi.

Ma tra “vedere”, cioè essere parte di uno smisurato pubblico; e pretendere di intervenire; di ridisegnare; di immaginare daccapo; di afferrare l’immagine che ti sta davanti al punto di volerne correggere quelli che, a te ragazzo, sembrano errori o sbavature; c’è una bella differenza.

Ho provato a figurarmi questo ragazzo italiano di provincia che guarda le foto delle dive sui rotocalchi, e le ritocca nella sua testa, o già con una matita. Le spalle, i fianchi, e come cade il vestito, e come si muovono i tessuti al muoversi del corpo. Forse qualche piccolo test, immaginato o attuato, sulle compagne di scuola o sulle loro madri. Un intero mondo di linee che comincia a prendere forma: ben prima di diventare un mestiere è già una passione, un’ossessione totale per la figura femminile – è un’ossessione, del resto, quella che muove tutti gli artisti.

E il contesto, ripeto, non è Parigi, non è New York: è Voghera, che se ci andate, ancora oggi, tutto può ispirarvi, tranne che sia lì che germoglia il futuro del mondo. Voghera, dove erano al massimo le brave sartine e le modiste a muovere le mani attorno alle stoffe e ai cappellini delle signore. E l’alta moda, come quasi ovunque, era solo un sogno remoto.

Della provincia italiana come motore della fantasia si è detto molto, Emilio Salgari maneggia il mappamondo dalla periferia di Torino, Paolo Conte intercetta da Asti il jazz e il musical (Duke Ellington e Joséphine Baker), Walter Bonatti sogna di scalare le grandi pareti delle Alpi, ancora bambino, guardandole all’orizzonte dalle rive del Po. È come se certe ristrettezze, piuttosto che mortificarli, accendessero i sensi.

Però rimane impalpabile, direi inspiegabile, slegata dal contesto, celata nel fondo della persona, la misteriosa scintilla del talento. Perché Valentino e non un altro, perché Paolo Conte e non un altro dei tanti pianisti da appartamento, con il centrino sul pianoforte? Perché Bonatti, poco più che trentenne quando sale la parete nord delle Grandes Jorasses? La fortuna, il caso, gli incontri, gli incidenti di percorso e le risalite. Le circostanze della vita, la porta girevole imboccata nel momento giusto. Per Valentino, incontrare Giancarlo Giammetti, che è l’impresario ideale, non uno dei tanti mediocri o farlocchi.

Ma quel barlume originario, quel seme impossibile da soffocare, quel qualcosa in più che determina la visione, e rasenta la megalomania, il delirio di potenza, ma infine centra il bersaglio: be’, di quello stiamo parlando.

E bisogna fare attenzione e chiuderla qui, perché poche frasi più in là ci ritroveremmo a parlare dei talenti italiani e delle eccellenze italiane, e sono discorsi da sottosegretario. Da evitare, lasciando avvolto nel mistero quello che è un mistero: come diavolo ha fatto un ragazzo di Voghera, negli anni Cinquanta, a decidere che doveva rivestire le star del mondo, e poi, per giunta, a farlo per davvero?

*****

Quando conobbi Giuliano Spazzali (morto venerdì scorso a Milano: era nato a Trieste, aveva 87 anni) ero molto in soggezione. Ero un giornalista alle prime armi, lui una celebrità: uno degli avvocati di Soccorso rosso, difendeva gli imputati per reati di terrorismo e banda armata. Il suo nome era su tutti i giornali ormai da qualche anno. Erano i primi anni Ottanta, le bombe fasciste e il terrorismo rosso occupavano ancora la scena, la temperatura politica era altissima, patologica.

Spazzali aveva poco più di quarant’anni eppure mi sembrava “vecchio” – è incredibile come a vent’anni tutti ti sembrino vecchi. Amici comuni avevano organizzato una vacanza sull’isola di Rab, in Croazia, c’erano Spazzali e famiglia, Francesco Piscopo (l’altro avvocato di punta di Soccorso rosso) e famiglia, diventammo amici, ci frequentammo per qualche mese. Spazzali era colto, cortese, spiritoso, e poche cose, a vent’anni, ti lusingano come l’amicizia con un adulto “importante”, che senti autorevole, le cui parole pesano. E che ti parla seduto su una spiaggia, e tu lo ascolti ed esiti a dire la tua.

Poi ci perdemmo di vista. Lo rividi su tutte le prime pagine una decina di anni dopo, nel pieno di Mani Pulite. Altra Italia, altri sconquassi. Era l’avvocato di Sergio Cusani, ex dirigente del Movimento Studentesco, accusato di essere una figura centrale del traffico di tangenti (processo Enimont). Spazzali era dunque l’antagonista di Di Pietro, allora nel pieno delle sue funzioni di eroe nazionale (Cuore gli dedicava pagine agiografiche, con illustrazioni edificanti: Di Pietro devia un meteorite che sta per incenerire la Terra, Di Pietro evita un disastro ferroviario raddrizzando un binario a mani nude, Di Pietro salva un gatto caduto in un tombino, eccetera. Ci divertimmo parecchio).

Il processo Cusani andava per le lunghe, e nonostante fosse infarcito di interminabili dispute tecnico-legali su questioni molto dotte, i giornali gli dedicavano uno spazio enorme, e un’attenzione fino a lì concessa solo ai grandi processi per gravi crimini di sangue, o per mafia.

Dopo molte settimane di dibattimento, minuziosamente riportato dalla stampa nazionale, Cuore produsse una vigorosa prima pagina: “Il processo Cusani ha rotto i coglioni”. Cusani e Spazzali apprezzarono molto e si fecero fotografare, imputato e avvocato, sui gradini del Palazzo di Giustizia a Milano (allora più fotografato della Fontana di Trevi), molto sorridenti, tenendo bene in vista quella prima pagina di Cuore. Sembravano due studenti durante l’intervallo, oppure due evasi che si godono il sole, e il giorno dopo quella fotografia era su molti giornali. Pensai che la satira serve a poco, ma forse quel poco è racchiuso in quella vecchia foto: allegra, leggera, e sullo sfondo la tetra autorevolezza di un Palazzo di Giustizia.

Per la cronaca, Sergio Cusani venne condannato in via definitiva (nel 1998) a cinque anni e dieci mesi di carcere. Ne aveva già scontati quattro. È stato lungamente attivo in campagne di assistenza e tutela dei detenuti. È autore, con Pino Tripodi e Gherardo Colombo, del libro Uccidere la colpa. Etica Pianetica Una. Giuliano Spazzali si era ritirato da parecchi anni, diceva che fare l’avvocato non lo divertiva più. Era appassionato d’arte e collezionava carte da gioco.

*****

Si diceva, qualche settimana fa: dove sono i giovani, quando e come si appalesano (oppure: non si appalesano) anche a chi giovane non è? Sono arrivate molte mail, questa è fuori tempo massimo ma leggerla, e pubblicarla, mi fa stare bene. Dunque lo faccio.

“Siamo Sofia (22 anni) e Riccardo (26 anni), di Castel Maggiore, in provincia di Bologna. Oggi i giovani partecipano davvero se si sentono coinvolti e rappresentati: persone conosciute attraverso i social, temi che sentono vicini, format più accattivanti. Esistono eventi frequentati quasi esclusivamente da giovani, ma raramente sono luoghi di vera commistione generazionale. Più che assenti, forse, siamo separati.

C’è poi un livello più profondo, che non è sociologico ma emotivo e politico. Molti giovani convivono con eco-ansia, paura del futuro, solitudine e isolamento, dentro una tecnologia onnipresente che promette connessione ma spesso produce l’opposto. Il problema non è solo vivere queste condizioni, ma la sensazione che non vengano prese davvero sul serio, che manchino adulti e istituzioni capaci di offrire risposte credibili. Da qui nasce una disillusione che può diventare paralizzante: perché mettersi in moto, se nulla sembra ascoltarci davvero?

E allora vorremmo raccontarle una storia. A un certo punto, per alcuni di noi questa insoddisfazione è diventata una soglia. Abbiamo deciso di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di prenderci una responsabilità, anche piccola, come cittadini e come comunità. A Castel Maggiore, in provincia di Bologna, esiste una realtà che si chiama Cose Nuove. Un’associazione nata nel 1995 che, negli ultimi anni, ha avuto una svolta non scontata: ha scelto di coinvolgere davvero i giovani. Non come pubblico, non come figuranti, ma come interlocutori.

Le persone che ne facevano parte da tempo, che noi chiamiamo con affetto i “senior”, hanno saputo fare un gesto raro: lasciare spazio, lasciarsi mettere in discussione, coinvolgere. Da questo incontro è nato un gruppo intergenerazionale, uno spazio libero in cui parlare di politica senza cinismo, di futuro senza paternalismo. Da lì è nato un sogno che molti consideravano impossibile: presentarci alle elezioni comunali con una lista civica autonoma, apartitica, composta da giovani. Nel 2024 abbiamo vinto. Oggi governiamo Castel Maggiore: l’età media dei consiglieri comunali è 27 anni, così come quella del sindaco. Io, Sofia, avevo 20 anni quando mi sono seduta in Consiglio comunale.

I giovani ci sono quando sentono di essere parte di qualcosa di più grande di loro, quando vedono che il loro impegno ha un senso, quando qualcuno li ascolta davvero. I giovani sono dove sentono che la vita continua davvero, anche se su percorsi non convenzionali, e dove qualcuno ha il coraggio di costruire con loro, non per loro. Da singoli cittadini spaesati ora ci sentiamo proprio comunità in movimento.

Una delle prime cose che abbiamo voluto fare all’indomani della nostra impossibile vittoria, per celebrare, ringraziare, condividere, è stata proprio creare un’occasione di incontro: il festival di Cose Nuove, che quest’anno vedrà la sua terza edizione – ed è pieno di giovani, ma anche di vecchi, che stanno imparando a “essere”, insieme a noi, quello che lei scrive in una parte del suo ultimo OK Boomer. Ovviamente la invitiamo, quest’anno si terrà dal 4 al 7 giugno, e ci farebbe davvero molto piacere averla come ospite”.
Riccardo, Sofia e gli altri di Cose Nuove

*****

Tornano finalmente le Zanzare, dopo una lunga pausa che le rende ancora più benvenute. Apparentemente misteriosa la concatenazione degli eventi che hanno ispirato questo titolo, che Daniela ha trovato sul Giornale di Vicenza.

STUDENTESSA FERITA,
ORA I BUS ARRIVANO 10 MINUTI PRIMA

Ci sarà sicuramente un nesso, spiegato. Sempre nel profondo Veneto, Lucia segnala, dall’Eco Vicentino, un caso inedito di malcostume stradale:

TARGA CONTRAFFATTA,
GUIDA IN STATO DI EBBREZZA E PROSTITUZIONE

Come sarà la guida in stato di prostituzione? Molto pericolosa, temo. Da evitare rigorosamente se si vuole mantenere un buon controllo dell’auto. Infine, dal sito di Rai News, Massimiliano ci invia una notizia che ci rasserena:

TRENI DERAGLIATI IN ANDALUSIA
ESCLUSO IL SABOTAGGIO DA PARTE DEL GOVERNO

Meno male.
Ora devo dirvi che sabato ha nevicato, e sono tra i non pochi che festeggiano la neve come quando erano bambini. Mi prende una specie di estasi fisica molto simile a quella dei miei cani, che nella neve diventano matti dalla contentezza, la solcano con il naso, ci si rotolano dentro, la mangiano. Scende una luce inconfondibile, opalescente, e quando spunta il sole ogni cosa è illuminata. Le cince e i pettirossi si abboffano di burro e di semi, loro non sanno niente di Trump, pensate che privilegio. Il meteo dice che la neve potrebbe tornare martedì; forse anche sabato. Le cince, i cani e io la aspettiamo, ben nutriti e affratellati. In alto i cuori.