In ricchezza e in povertà
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In ricchezza e in povertà
Michele Serra
Martedì 22 settembre 2026

In ricchezza e in povertà

«Essere votati poco dai laureati non è una colpa o un’onta, ma è un dato di fatto che dovrebbe far riflettere»

Il presidente nazionale del PD Stefano Bonaccini (Foto Ansa/Tino Romano)
Il presidente nazionale del PD Stefano Bonaccini (Foto Ansa/Tino Romano)

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Qualche settimana fa una frase di Stefano Bonaccini, presidente del PD, sulla prevalenza del voto a destra nelle fasce con minore livello di istruzione e più disagiate economicamente ha ricevuto, soprattutto da destra, le prevedibili accuse di classismo, snobismo e disprezzo dell’avversario politico. Conosco bene, per esperienza diretta, quel meccanismo polemico, oramai molto standardizzato, credo non solamente in Italia. È lo stesso quadro nel quale prospera l’epiteto di “radical chic”, che non ha più alcuna attinenza con l’origine specifica di quel termine, coniato dallo scrittore Tom Wolfe per satireggiare su un ristretto ambiente di ricchi artisti di Manhattan (Leonard Bernstein e amici) che avevano ospitato in un loro party, nel lontano 1970, alcuni militanti delle Pantere Nere, con i camerieri (tutti bianchi) che servivano champagne e tartine al roquefort ai rivoluzionari del ghetto.

In senso molto ma molto traslato, radical chic è poi diventato forse il termine più abusato per bollare genericamente l’aplomb democratico/urbano contrapposto alle rivendicate maniere spicce delle destre populiste. Ne abbiamo già parlato in Ok Boomer! quasi due anni fa: chiesi ai lettori di aiutarmi a trovare l’epiteto opposto. Compito improbo, delle varie proposte possiamo ricordare “superficial pop”, “nazional pacchiano”, “maso poor”, “fascio cheap”.

Conosco quel meccanismo polemico, dicevo, perché ci sono passato dentro, negli ultimi anni, più di una volta. La più rimarchevole delle quali per avere scritto, non ricordo più a commento di quale episodio di bullismo scolastico, che negli istituti tecnico-professionali i problemi disciplinari sono più frequenti che nei licei. Citavo dati ministeriali, non mie opinioni; e pensavo che sottolineare la maggiore esposizione degli studenti meno abbienti alla marginalità sociale, rispetto ai figli della buona borghesia, fosse un’ovvia se non scontata denuncia di come il privilegio difenda, e lo svantaggio penalizzi. Se le galere sono piene di poveri, e quasi sprovviste di ricchi, qualcosa vorrà pure dire.

Non avevo tenuto conto dei mutati parametri della comunicazione nell’epoca della sua manipolazione social. Si scatenò il putiferio, post furibondi (anche da sinistra, da quelli che chiamo Guardiani della Rivoluzione) sul tema “Serra disprezza i poveri” fiorirono, e sulla scia la caterva di insulti tipica delle shitstorm. Per dare un’idea del clima, un piccolo capopopolo, per altro non povero, e di successo, mi descrisse come uno che ogni mattina “si fa incipriare la parrucca dai suoi paggi”.

Per cambiare paradigma, e salire di livello: credo di non avere ancora ringraziato, ad anni di distanza, Andrea Bellelli (che non conosco) che mi difese sul Fatto Quotidiano facendo notare l’evidenza. Perché mai dire che i poveri sono svantaggiati rispetto ai ricchi indicherebbe ostilità verso di loro? L’intera pubblicistica socialista e poi comunista, l’intera oratoria della sinistra mondiale si fonda sulla denuncia dello svantaggio di classe: a partire da La situazione della classe operaia in Inghilterra di Friedrich Engels. E George Orwell, in uno dei suoi reportage per una rivista socialista, scrisse che il proletariato si riconosceva “dall’odore”…

Credo sia l’abitudine a giudicare in modo spiccio quello che si è letto, e spesso nemmeno letto, dunque solo per sentito dire, a rendere straordinariamente “difficile” la comprensione di concetti che pure sarebbero abbastanza facili, e lineari.

Se qualcuno dice “i poveri sono messi male”, basta una minima, quasi elementare analisi del contesto per inquadrare senza equivoci il testo. Può voler dire: “i poveri sono messi male perché non si applicano, perché sono inferiori, perché il loro destino è di sottomissione”; e può voler dire “i poveri sono messi male perché sono tenuti ai margini e sfruttati”. Non è questione di sfumature, come si può capire. È questione di sostanza.

Ma non solo le sfumature, anche la sostanza per essere capita richiede di essere prima guardata e ascoltata. Nel caso di Bonaccini, i dati sono inoppugnabili. Il voto per le destre populiste, in tutti i paesi occidentali, è decisamente più diffuso tra le persone con un livello di istruzione più basso. Dirlo non è un’offesa: lo diventa platealmente se si aggiunge qualcosa tipo “quei somari dovrebbero studiare”.

Un poco più sfumata la situazione rispetto al reddito: come spiegato, per esempio, sul sito Pagella politica, in Italia, nelle fasce economicamente più svantaggiate, la scelta più rilevante è l’astensione, e tra chi va alle urne il Movimento 5 Stelle è il più votato. Anche se, complessivamente, i partiti di centrodestra al governo raccolgono, tra i meno abbienti, più voti rispetto a quelli all’opposizione.

Ma soprattutto: la frase di Bonaccini era inquadrata in un discorso, diciamo così, autocritico. Nel quale si lamentava come un problema (e lo è) l’insufficiente capacità di insediamento della sinistra nelle fasce meno istruite (giusto), in quelle più povere (quasi giusto) e tra gli elettori extraurbani (giusto). Al netto del fatto, ovvio ma imprescindibile, che esistono poveri di sinistra e ricchi di destra, contadini di sinistra e architetti di destra. Si parla di tendenze, di medie, di statistiche, non di dogmi.

Mettiamola così: in condizioni di lucidità politica, dunque non nelle presenti condizioni, quelli di sinistra dovrebbero chiedersi perché non sono più capaci di parlare a chi legge poco, o non legge affatto, e sa poco del mondo. E quelli di destra perché non sono più capaci di parlare a chi frequenta le librerie e i cinema, non considera il congiuntivo una forma di snobismo, non ama gli slogan trucidi e le semplificazioni puerili. Essere votati poco dai laureati non è una colpa o un’onta, ma è un dato di fatto che dovrebbe far riflettere. Mi sembra, tutto sommato, che sia soprattutto la seconda mancanza, in questo momento, la più evidente. Più facile prendersela con Bonaccini che fare i conti con i propri limiti.

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Sempre nel tema, e per capire quanto l’Italia sia la piccola parte di un problema ben più grande, pubblico questa lettera. Aggiunge qualcosa di utile.

“Non esiste una relazione causa-effetto tra urbanizzazione e voto. La mappa elettorale degli USA aiuta a capire: è un deserto rosso (repubblicano) disseminato di puntini blu democratici; qualcuno non corrisponde a una metropoli, ma a un’università sita in zona rurale: non è la mappa dell’urbanizzazione, ma della scarsa istruzione. In città livelli di istruzione e redditi sono più alti che altrove: la correlazione statistica tra urbanizzazione e voto è reale, ma non corrisponde, come spesso accade, a una relazione causa-effetto.

Ho parlato di redditi perché quello di chi è poco istruito è tendenzialmente basso: è una persona a disagio, arrabbiata, e sappiamo che rabbia e ignoranza sono la miscela perfetta per cadere nella trappola populista. Ci stracciamo le vesti pensando di dover recuperare la perduta capacità di parlare con le periferie (non si sa come), ma penso che il peccato mortale della sinistra sia piuttosto quello di non aver distrutto e ricostruito, quando eravamo maggioranza, quel campione di decrepitezza e classismo che è la scuola italiana: già uno dei sistemi pubblici migliori al mondo, ora il peggiore di quello sviluppato (lo dicono i dati). Abbiamo colpevolmente rimosso Gramsci, Spinelli e lo stesso art. 34 della Costituzione”.
Bernardo

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Diverse le mail che commentano i miei “umori distopici” della scorsa settimana, per aggiungere un tocco di pessimismo oppure qualche goccia di ottimismo sul tema, non molto maneggevole: “l’apocalisse è per caso alle porte?”. Tra le tante, pesco una specie di “dibattito a distanza” tra un testo di Brunori Sas e uno di Vasco Rossi. Le citazioni poetiche, si sa, lasciano il tempo che trovano (possono essere adoperate per dire cose anche molto dissimili), ma non si può dire che non servano a descrivere gli stati d’animo.

“La storia segue direzioni imprevedibili e a volte sembra faccia apposta a smontare le nostre convinzioni, specialmente quando ci adagiamo a contemplarle. C’è una canzone di Brunori, ‘L’uomo nero’, che lo dice perfettamente:

E tu, tu che pensavi
Che fosse tutta acqua passata
Che questa tragica, misera storia
Non si sarebbe più ripetuta
Tu che credevi nel progresso
E nei sorrisi di Mandela
Tu che pensavi che dopo l’inverno
Sarebbe arrivata la primavera
E invece no

Poi magari la primavera arriva proprio quando siamo convinti che vada tutto a ramengo. Vai a sapere”.
Andrea

“Siamo coetanei (sono del ’54) e tutto quel sentire e prevedere un mondo che non avrebbe potuto che migliorarsi era anche il mio pensiero. C’erano anche allora guerre e crisi nel mondo, ma c’era la certezza (irragionevole?) che non avrebbero comunque impedito l’arrivo del bene per tutti. A volte mi scopro a pensare che se siamo messi così è perché la nostra generazione, piena di buoni ideali, ha fallito totalmente. Poi per fortuna vedo volontari darsi da fare per chi ha bisogno, sento qualche raro, anzi rarissimo politico dire cose giuste, giovani scendere in piazza per ideali minoritari e allora mi torna un filo di speranza, e mi ritrovo nelle parole di Vasco:

Forse la vita non è stata tutta persa
Forse qualcosa si è salvato
Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
Forse era giusto così
Forse, ma forse, ma sì”
Marcello

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Domenica sera ho visto il film di Rai 1 su Giovannino Guareschi (Non muoio neanche se mi ammazzano, regia di Andrea Porporati) e sono stato contento. Contento, prima di tutto, che il film, nelle intenzioni e nello svolgimento, non rientri nel novero meschino della “rivincita culturale” della destra politica, che si affanna a riempire i vuoti del suo ristretto pantheon ficcandoci alla rinfusa quello che trova (Pasolini, per dire). Il film è onesto, affettuoso, bello nella ricostruzione del paesaggio umano dell’epoca. Specialmente nella contemplazione della natura (gli argini, il grande fiume, le case nei campi come navi in un mare d’erba) che fu, per Guareschi, l’immagine stessa di Dio.

Per me GG è stato importante. Il Mondo piccolo fu uno dei primi libri che mio nonno mi mise sotto il naso – avrò avuto dieci anni – e le storie di don Camillo e Peppone furono uno dei miei primi romanzi di avventure. Guareschi come Salgari, come Dumas, ben prima che ne potessi capire i risvolti politici.

Molti anni dopo ebbi la sorte e il privilegio di diventare suo editore: ripubblicammo, con Cuore, Mondo piccolo, con una mia lunga prefazione (a proposito: non trovo più quel volumetto, qualcuno ne ha una copia che gli avanza?). Conobbi i figli, Alberto e Carlotta, andai a trovarli nella casa di Roncole di Busseto, a due passi da quella di Giuseppe Verdi, terre basse e fertili sospese tra il Parmense e il Piacentino. Fu un incontro gentile, empatico, dopotutto io ero “quello di sinistra”, mi ero formato nel giornale, L’Unità, che di loro padre aveva scritto sempre con durezza e ostilità; e loro i figli di uno dei più fieri anticomunisti dell’Italia uscita dalla guerra. Ma il tempo era passato, come l’acqua del Po, lento eppure inarrestabile, ci trovammo bene, ci ritrovammo molto al di là delle asprezze ideologiche pregresse. Giovannino era morto da anni, i suoi libri rimanevano, altro non ero che un suo lettore bambino stupito e felice di ritrovarmi a casa sua.

Fu molto di più che uno “scrittore di destra”. Fu un grande reazionario, monarchico e cattolico, antimodernista, immerso nella percezione panica della sua pianura, solidale con la sua gente che piano piano soccombeva al nuovo evo. Don Camillo, Peppone e il loro mondo stavano per essere spazzati via dal boom economico (con tutti i suoi vantaggi) e dall’urbanizzazione (idem), Guareschi li immortalò come troiani prima della distruzione di Troia, o come nativi americani prima della ferrovia. Era spiritoso, fazioso, ma soprattutto fu un raro esempio di grande scrittore popolare italiano del Novecento. Lo metto accanto a Salgari nella mia piccola biblioteca ideale. Sono stato contento di rivederlo ieri sera, insieme a Carlotta e Alberto bambini, a don Camillo e Peppone, reincarnati nella loro Bassa che è per davvero, e per sempre, tra la via Emilia e il West.

Salendo dalla pianura ai monti: nessuna novità da raccontarvi, con questo tempo stagnante, ancora senza premesse di pioggia. Uno dei miei vicini ha dovuto chiamare un’autobotte d’acqua per dissetare le capre. Cercando di dimenticare la siccità scendo a Milano, se faccio in tempo faccio un salto in Sant’Ambrogio per salutare Sandrino Mazzola e domani vado a vedermi Le Alchimiste di Kiefer a Palazzo Reale. Il gol di Mazzola a Budapest aleggia nella mia memoria profonda quanto la mia prima lettura di don Camillo – l’anno, magari, era lo stesso: il ’66. In alto i cuori.