Dal vostro agente a Muscat
«Capirò qualcosa di questo posto, o ne sto solo consumando la mia briciola a pagamento?»

Sono un viaggiatore riluttante. Mi piace conoscere il mondo, ma mi tocca farlo con qualche sofferenza. Alla mia stanzialità innata (pigrizia? casalinghitudine?) si somma una idiosincrasia per aeroporti e aerei. Gli aeroporti mi sembrano centri di smistamento del bestiame, si viene avviati in folti gruppi lungo percorsi transennati, mancano solo i cani da pastore che ti abbaiano ai garretti per rimetterti in riga. Le transumanze verso l’imbarco possono essere lunghe chilometri, e non le rende più amene il passaggio forzato tra foreste di profumi, alcolici, dolciumi e altri balocchi: parrebbe, in aeroporto, che l’umanità sia composta soprattutto da ubriachi sovrappeso molto profumati.
L’avvento dei voli low cost e dell’overtourism ha aggravato la situazione, per l’oggettivo incremento dell’effetto-gregge e le condizioni sempre più scadenti di imbarco. Pochi anni fa, dopo un’attesa di più di un’ora in piedi in mezzo alla pista per non so più quale disguido, al vento e al gelo, tenuti in colonna come scolaretti, ho giurato a me stesso di non volare mai più. Ovviamente, sono più volte spergiuro.
Poi c’è l’aereo. Che mi fa sentire un proiettile sparato dall’altra parte del mondo. Non posso dire di avere paura di volare (anche se un po’ ce l’ho): si tratta proprio di una ostilità fisica, una refrattarietà del mio corpo a quel genere di spaesamento coatto. Non sono io che volo, è l’aeroplano, io sono solo il carico nella sua stiva. Inerte e rassegnato. Tra il volo di Lindbergh e lo stoccaggio di corpi umani nella pancia di un grosso aeroplano c’è la stessa differenza che separa un campo di grano scosso dal vento e un distributore automatico di merendine.
Non sono un proiettile e non mi va di essere sparato, la terra andrebbe guadagnata palmo a palmo apprezzandone la superficie, i mari attraversati solcando le loro acque; amo i treni e le navi, adoro le automobili, le motociclette, le biciclette. Poi sì, lo so, il volo ha cambiato tutto, polverizzato le distanze, avvicinato l’umanità, favorito come mai prima l’utile promiscuità tra popoli un tempo alieni. Non ho niente contro il traffico aereo in sé, ho molto contro il traffico aereo in me. E detto questo, come tutti: prendo l’aereo.
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Eccomi dunque su questa spiaggia lontana, con i piedi a mollo nell’oceano Indiano, a mezzo tra il Tropico del Cancro e l’Equatore, sabbia bianca e trenta gradi in gennaio mentre a casa è sottozero. Scrivo Ok Boomer! ponendomi la domanda fondamentale che il turismo moderno (a meno che il turista sia un idiota: capita) costringe a porsi. Capirò qualcosa di questo posto, o ne sto solo consumando la mia briciola a pagamento?
Questo posto è l’Oman, anzi il Sultanato dell’Oman. Paese di antica storia, con una forte influenza persiana nell’antichità. In epoca moderna prima le tribù arabe del Nord, poi i portoghesi e i britannici sono stati costantemente in mezzo ai piedi.
Di indipendenza nazionale vera e propria si può parlare solo dal 1970, quando il principe Kabùs (Qaboos: le trascrizioni dall’arabo nelle varie lingue europee sono sempre abbastanza relative, vedi il dibattito Iraq/Irak), il principe Kabùs, dicevo, giovane erede al trono, con un colpo di stato depose il padre, il tipico reazionario terrorizzato dai cambiamenti. Divenne sultano e avviò l’Oman a un periodo di fiorente ascesa economica e apertura al mondo.
Le immagini di Kabùs, in Oman, campeggiano ovunque. Quintessenza del sovrano illuminato, fa pensare ai vantaggi del potere assoluto (basta un capo bene intenzionato e intelligente a cambiare un paese senza troppe mediazioni) e al tempo stesso ai suoi terribili svantaggi: basta un tiranno vanitoso e violento per trascinare alla rovina e al lutto un popolo intero. Gli omaniti, in ogni modo, sono stati molto fortunati. Hanno avuto un vero e proprio Padre della Patria.
Deserto, immense distese di montagne di pietra, verdi enclave d’acqua e alberi dove la crosta arida si crepa e i rovesci annuali del monsone possono nascondersi alla tirannia del sole, coste interminabili e quasi disabitate che affacciano verso l’Asia a est, l’Africa a sud. L’Oman ha solo cinque milioni di abitanti (circa tre sono omaniti, circa due lavoratori immigrati) ma è grande poco più dell’Italia. Occupa l’angolo sud-orientale della penisola Arabica, nelle carte geografiche lo si vede sporgersi verso l’India e il Corno d’Africa, sembra una enorme nave incerta se salpare verso l’Oriente o scendere verso l’Equatore.
L’economia è in salute grazie al petrolio e negli ultimi anni al turismo, in grande sviluppo. Come in molti altri paesi arabi la manodopera straniera (soprattutto indiani, filippini, srilankesi) è una presenza tanto imponente quanto sottomessa: argomento troppo serio e grave perché lo si possa affrontare di sfuggita. Nel passato commerciale dell’Oman (proprio come in quello di molti paesi europei) ebbe una parte importante lo schiavismo.
I costumi sono quelli islamici tradizionali, ma con tanta tolleranza quanta ne basta per aprire al turismo e soprattutto alle turiste. E fino a qui, avrebbe potuto dirvi altrettanto, se non di più, Wikipedia, dunque a che diavolo serve che io vi scriva dall’Oman?
Serve perché serve, per quanto episodica, per quanto soggettiva, per quanto incapsulata nel mio status di turista europeo, l’esperienza diretta, il piede sul terreno, il contatto fisico con le persone – se le persone ti interessano. Gli odori, i sapori, i suoni. Lo skyline, le strade, le case, le scuole, tutto o quasi nuovo di zecca, fino al 1970 in Oman c’erano solo tre scuole e una strada, il colpo d’occhio è su un paese giovane, inedito, appena sbocciato.
I vecchi e i bambini. Le donne velate con gli occhi scuri che sprigionano luce, pochi i burka, molti gli abiti tradizionali, veste intera dal collo fino ai piedi, spesso nera ma non sempre, e teste ammantate e incorniciate, simil-madonne, facili da giudicare da lontano, al riparo della nostra scienza dei diritti e delle libertà, impossibili da giudicare sul campo, a casa loro, con i loro bambini per mano: si giudicheranno loro, sapranno loro, vedranno loro il da farsi, si chiama autodeterminazione, e così come “non si esporta la democrazia” non si esporta la parità di genere. Cosa che rende poco condivisibile il passeggio in shorts e maglietta, sui lungomare, di prosperose turiste europee. Mi urtano le trippe in vista a Firenze e Venezia, a maggior ragione mi urtano qui in Oman.
Gli uomini, in genere belli e slanciati, con le mani curatissime, indossano tutti, con rare eccezioni, la dishdasha (tunica) bianca che renderebbe elegante chiunque, dal botolo al panciuto, ed è dunque un antidoto formidabile contro il body-shaming; e in testa portano i vivaci colori d’Africa della kumma, il berretto a tronco di cono che gli omaniti hanno importato, secoli fa, da Zanzibar.
In poche ore il disagio profondo del viaggio in aereo è già dimenticato, chiusa una porta angusta alle spalle se ne apre un’altra, vertiginosa, su ciò che non conosci. Hai letto che l’Oman è la patria dell’incenso, la resina “sacra” che stilla dall’albero della Boswellia, ma sentirtene avvolto quasi ovunque tu vada è nuovo e magnifico. Quello che per noi è odore di chiesa qui è balsamo onnipresente, un invito (anche ayurvedico, l’India è vicina) alla cura quotidiana di persone e ambienti.
Il senso di pulizia è acuito da una cultura radicatissima del profumo, ogni tunica porta al collo una nappa che al mattino va intrisa di qualche essenza e fino a sera lascerà una scia. Visitando Amouage, la fabbrica di profumi che il sultano Kabùs fece nascere negli anni Ottanta per dare valore alla tradizione profumiera omanita, si esce storditi dalla potenza delle varie essenze, molto più concentrate e sensuali che da noi. Esagerate per le nostre abitudini, come certe speziature nei piatti orientali.
Ovunque il sentimento – perché è un vero e proprio sentimento – dell’ospitalità è fortissimo. Incontri gente cortese e sorridente a ogni passo, nelle strutture turistiche (e lì metti nel conto la cortesia professionale) come nei villaggi e nei suk, nei ristoranti modesti e affollati. Molto disposti alla chiacchiera e al racconto di sé. Specie se si va in giro con mia moglie, quasi stupefacente per la capacità di attaccare discorso con chiunque, in qualunque paese del mondo e in qualunque situazione.
Sarebbe capace di un’ottima conversazione anche con i protagonisti di una sparatoria: “Mi scusi, potrebbe spiegarmi perché vi state sparando?”. E il bello è che le rispondono tutti. Dal tassista che, interrogato sulla sua vita familiare, spiega che ormai gli omaniti sposano solo una donna, la poligamia è un’usanza da vecchi, “un cuore, nella vita, può bastare”. All’istruttore srilankese di kayak, che ha nostalgia di casa e non condivide mentalità e prezzi del turismo internazionale. Alla guida turistica che ci recita la poesia d’amore scritta alla moglie per convincerla a sposarlo.
C’è una notevole tradizione marinara, civile e militare: la cosa più bella, nel Museo Nazionale di Muscat, la capitale, e in quello di Salalah, nel sud del paese, sono le barche di ogni epoca, un trionfo di tutte le forme del legno possibili, i mastri d’ascia omaniti devono essersi divertiti parecchio, nei secoli. Mi è parso di riconoscere anche un’antenata della gondola, o una sua sorella separata.
Cammelli ovunque, anche in autostrada, che guardano indifferenti le macchine che rallentano e li sfiorano. Per capire quanto è alto un cammello, e da quale livello si degna di darci una rapida occhiata, bisogna passargli accanto in automobile.
Ma ora la smetto con le cartoline, l’entusiasmo del viaggiatore rischia sempre di prevaricare, come quando si facevano vedere le diapositive delle vacanze agli amici offendendosi a morte se qualcuno si distraeva. Il succo di tutto questo, comunque, è che viaggiare è una delle maniere migliori per scheggiare i propri pregiudizi, anche quelli più incalliti. E anche per confermarne qualcuno – sì, i turisti russi sono in gran parte torvi e poco cortesi.
La prossima volta vado in vacanza a Riccione, così avrò ben poco da raccontarvi. E non correrò il rischio di essere quello che per divagare vi parla dell’Oman, che è uno dei pochissimi paesi al mondo che Trump non minaccia di invadere.
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Mi dicono che lassù in Italia fa veramente freddo, al mio ritorno mi ci calerò in mezzo con una certa contentezza, le stagioni, a volte, sono ancora come una volta. Peccato solo che a casa non troverò la neve, su nel selvaggio Appennino di nord-ovest. Il brusco passaggio dal deserto alla neve mi sarebbe piaciuto.
La rete preziosa e implacabile che avvolge la Terra non mi ha consentito di perdermi, con la mente, tra le sabbie o nell’oceano, un pezzo di me è rimasto sempre connesso con l’orrida sequenza delle notizie, Crans-Montana, il Venezuela, la Groenlandia e tutto il resto. Tanto da poter scrivere la mia Amaca quotidiana fianco a fianco con ignari omaniti che bevevano il caffè arabo in tunica bianca e kumma. Anni fa, in Iran, su una vecchia corriera che attraversava le montagne, scrissi un’Amaca su Gasparri. Lo so, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.
Leggendo cose tipo la faccenda Corona-Signorini avrei voluto essere un cammello ma non lo sono, sono un italiano presto di ritorno, viaggiare funziona così: per quanto lontano tu sia, il punto di partenza ce l’hai dentro di te. Indelebile. In un certo senso la tua origine, il tuo inizio ti insegue ovunque: e per ricordarmelo nel modo più esplicito e divertente, la prima persona che ho incontrato, entrando nel mio albergo a Muscat, era Diego Bianchi (Zoro). Abbiamo molto riso di noi stessi.
Nei giorni seguenti mi sono reso conto che i turisti italiani in Oman sono migliaia. Sul lungomare di Muscat mi hanno fermato per salutarmi più italiani di quanti me ne capitino a Milano o a Roma. Per fortuna nessuno mi ha chiesto che cosa pensassi del caso Corona-Signorini. Ho lettori sensibili. In alto i cuori.




