Blob e bolle
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Blob e bolle
Michele Serra
Martedì 17 febbraio 2026

Blob e bolle

«Non saprei nulla di Rete 4 o Italia 1 (che nel mio palinsesto hanno lo stesso rilievo dei notiziari di Singapore) se ogni tanto non ne vedessi qualche lacerto su Blob»

Una scena del film Blob - Fluido mortale usata nella sigla della trasmissione televisiva Blob
Una scena del film Blob - Fluido mortale usata nella sigla della trasmissione televisiva Blob

Era il 1989 quando Blob, con una intuizione in forte anticipo sui tempi – almeno sui tempi italiani –, provò a mettere in scena lo sbriciolamento dell’informazione e più in generale dell’immaginario collettivo. Con il senno di poi viene da dire che Blob fiutò nell’aria la società liquida, insomma il disfacimento di strutture e istituzioni forti e riconosciute: tale era stata la Rai ai tempi del monopolio pubblico. Blob era dunque anche un autoscatto della Rai nel momento della sua perdita di centralità.

In questo – ho sempre pensato – Blob è stato affine ai coevi Tango e Cuore, i due inserti satirici, nati dentro l’Unità, che raccontarono, tra tante altre cose, la fine della sacralità del Partito Comunista. Noi boomers, se proprio dovessimo reclamare un merito, abbiamo dato testimonianza abbastanza fedele della fine del nostro mondo di formazione – della nostra giovinezza, insomma.

La paradigmatica definizione di Bauman («società liquida») uscirà, nero su bianco, solo nel 2000, già a cavallo tra analogico e digitale. Ma quando la bottega di frattaglie di Ghezzi e Giusti aprì i battenti, a farci dire “mamma mia, troppa roba, non si capisce più niente” era, molto banalmente, il proliferare delle reti televisive.

Eravamo ancora all’alba, anzi prima dell’alba del nuovo mondo mediatico, nel quale, con il Big Bang digitale, le fonti trasmittenti (e le reti che le supportano) si sono moltiplicate in progressione geometrica. Eppure, se negli ormai remoti anni Novanta si guardava Blob come se fosse un vaticinio del caos in arrivo, è perché lo era. Se ancora si favoleggia della Rai 3 di Angelo Guglielmi, qualche seria ragione di merito c’è.

Con molta malizia nel montaggio, ma senza doversi sforzare più di tanto per dare l’idea che una pappa informe minacci di sopraffarci (come nel B-movie horror che dava e dà titolo e sigla al programma), Blob è a tutt’oggi un format modernissimo, se volete post-modernissimo. Se va ancora in onda, su una Rai 3 parecchio cambiata ma ancora munita di tratti di palinsesto molto rispettabili, è perché la sua formula taglia-e-cuci continua ad assomigliare molto al nostro menù cognitivo quotidiano (e a prenderlo in giro). Allo zapping, allo scrolling, all’accumulo frenetico nel quale tendiamo a orientarci costruendo ognuno la sua “bolla” selettiva, forse anche difensiva.

A questo proposito – la bolla difensiva – voglio arricchire il mio elogio di Blob. Con il passare degli anni, almeno per me, ha assunto una funzione informativa non comune: ogni volta che lo vedo mi si apre tutto un mondo “extra-bolla”. Per esempio non saprei nulla di Rete 4 o Italia 1 (che nel mio palinsesto hanno lo stesso rilievo dei notiziari di Singapore) se ogni tanto non ne vedessi qualche lacerto su Blob, prendendo atto che esiste un mondo, fuori dal mio mondo, nel quale si ragiona, ci si informa, si parla, secondo parametri per me del tutto esotici; e allo stesso modo presumo che la mia “bolla”, a chi ne vive fuori, appaia estranea e misteriosa.

(Piccolo esperimento: qualcuno degli iscritti a Ok Boomer! e degli abbonati al Post vede mai Rete 4 o Italia 1? E più in generale, quali sono le vostre fughe “extra-bolla”, anche le più inconfessabili, tipo che avete la discografia completa di Toto Cutugno e lo considerate molto superiore a De André, o siete abbonati alla Verità alternandola a Repubblica?).

Tornando a Blob, e al suo benefico (anche un poco venefico) farmi sapere che cosa dicono quelli che non dicono le cose che sono abituato a sentir dire: poche sere fa mi ha quasi entusiasmato lo spezzone di un reportage di Rete 4 dalle strade di Torino. Dimenticate come ne abbiamo parlato noi, proprio in questo spazio, dei fatti di Torino. La nostra pensosa impotenza di fronte agli incidenti, il nostro bla-bla politico magari un po’ palloso.

Niente di tutto questo. Si vedeva una giovane giornalista che si aggirava per le strade buie di Torino ispezionando i resti lasciati dai tumulti. Si chinava, e con voce grave diceva: guardate questo masso! (mostrando una pietra del peso apparente di mezzo chilo). Poi raccoglieva un pezzo di legno di quelli che si usano per la stufa: una trentina di centimetri di lunghezza. E diceva: guardate questo tronco!

Non credo che il suo problema fosse la proprietà di linguaggio. Lei vedeva proprio “massi e tronchi” lanciati contro l’ordine costituito da forze polifemiche, in grado di mettere in pratica un vero e proprio terrore balistico. Io vedevo invece sassi e bastoni, un poco perché di sassi e bastoni, effettivamente, si trattava. Un poco perché nella mia bolla lanciare oggetti contro la polizia è sbagliato in sé, non c’è nessun bisogno di ingigantirli, e così come una fionda non è un missile, un legnetto non è un tronco, un casseur è solo un piccolo delinquente e non un terrorista. E lanciare un masso a mani nude, in assenza di catapulte, non è un’impresa alla portata di noi umani.

Vedete, nel mondo, quante bolle ci sono. E come è interessante, a volte, visitarne qualcuna. E anche abbastanza divertente se si ha il conforto di poterne uscire indenni, zigzagando tra tronchi e massi.

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Rimaniamo a Torino, e nei suoi dintorni politici e geografici. In coda alla nostra chiacchierata sulla manifestazione e sugli incidenti di un paio di settimane fa, è arrivata una mail che sono contento di pubblicare perché dice “cose antagoniste” con profondità e civiltà. Come se avanzare in direzione ostinata e contraria (De André/Álvaro Mutis) non avesse niente, ma proprio niente a che fare con il fanatismo.

“Caro Serra, il dibattito sui fatti di Torino mi suscita un po’ in ritardo parole da mettere in fila, come dice lei. E proprio dall’espressione ‘chi non vuole stare con i black bloc e nemmeno con i lacrimogeni che fa, si dedica al biliardo e alla filatelia?’ mi vengono alcune riflessioni. Voglio parlare di esperienza diretta per non essere tacciato di propaganda.

Io vivo a Susa e l’argomento è attinente e scontato: il TAV. È dal 1991, in piena tangentopoli, che imperversa il progetto. Da allora iniziai insieme ad alcuni altri a interessarmene, aderendo ad un comitato di cittadini. Da subito ne fecero parte cittadini comuni ma anche alcuni docenti del nostro glorioso Politecnico torinese. Ad uno di loro si deve la definizione di ‘grande opera di trasferimento di denaro pubblico in tasche private’.

Chi avesse voglia di approfondire, con materiali raccolti in ormai 35 anni di storia (purtroppo pochi lo fanno) si accorgerebbe di avere parecchi dubbi sull’opportunità di realizzare un’opera del genere, da un punto di vista economico, ambientale, strategico e di vivibilità della nostra piccola zona (una valle incastrata fra montagne di 2500-3000 metri) durante la costruzione e la cantierizzazione.

La pochezza della politica si dimostra quando gli argomenti a favore si riducono a un ‘ce lo chiede l’Europa’ o ‘andiamo avanti lo stesso’ o ‘non possiamo interrompere la linea Lisbona-Kiev’. Salvini è soltanto l’ultima faccia, in 35 anni. Nel 2005 qualcuno decise (chissà chi? Il ministro dell’interno? Qualche questurino torinese alla Gian Maria Volonté del ‘Cittadino al di sopra di ogni sospetto’?) di metterla sul piano della forza andando una notte a sgombrare con ruspe e manganelli uno dei presìdi (qui li chiamiamo così) in quel momento occupato da una decina di cittadini inermi, dai 15 ai 70 anni.

I lividi in testa di questi cittadini non attirarono la visita in ospedale dell’allora presidente del Consiglio. Il primo risultato positivo fu che da ‘alcuni’ si passò a ‘molti’, e si divenne famosi in tutta Italia. Però da lì in avanti chi aveva cercato lo scontro fisico lo ottenne, e ora abbiamo anche noi la fortuna che manifestare in ogni sede, strada e paese significa ‘stare con i black bloc’, come sto facendo io adesso scrivendo e qualificandomi come Notav.

La mia sensazione è sostanzialmente di solitudine politica, perché nessun partito né movimento rappresenta e rappresentò mai questa istanza. La sinistra istituzionale è sempre stata addirittura promotrice dell’opera, e il movimento Cinquestelle si è dimostrato incapace. Quindi la politica in questo come in altri casi è impotente o connivente e succube delle lobby (vedi proliferazione degli armamenti, ben più grave). E poi tutti si chiedono il perché del calo degli afflussi alle urne.

Allora, siccome di filatelia me ne occupo già e a biliardo sono scarso, vorrà dire che quando vedrò passarmi sotto il naso decine di autocarri pieni di ‘smarino’ (sa cos’è?) magari amiantifero; non potrò più muovermi con il treno locale perché verrà interrotto e sospeso; farò fatica a muovermi in macchina tra i cantieri: le chiederò di consigliarmi un posticino dalle sue parti per vivere più tranquillo, sperando che non ci troviamo tutti e due con un viadotto tra la Liguria e il Piemonte sopra il tetto della casa. Sempre perché ce lo chiede l’Europa, s’intende, e non possiamo interrompere la linea Genova – Reykiavik. Grazie dell’attenzione e grazie in eterno di Cuore”.
Massimo

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Nel mio mondo sonoro quotidiano, quello che mi avvolge e mi sostiene soprattutto di mattina mentre mi riconnetto con il mondo, metto a posto le mie cose, traffico per casa, preparo il mangiare dei cani, faccio la lista della spesa, l’egemonia della bionda Taylor Swift – considero la sua voce una specie di “sezione aurea” di tutte le voci femminili – è seriamente insidiata da un drappello di giovanotte spagnole delle quali, fino a un paio di mesi fa, nemmeno sospettavo l’esistenza.

È tutta colpa di Rosalía, la giovane diva spavalda (suggerisco il video del suo passaggio al concerto per la Palestina del 29 gennaio a Barcellona) che sta conquistando mezzo mondo. Sulla sua scia, sorretto dall’algoritmo questa volta benefico che appiccica a una traccia – Rosalía – ciò che ne consegue, ho scoperto una sbalorditiva musica pop spagnola contemporanea, sospesa, proprio come Rosalía, tra la tradizione e il coraggio, tra il canone e l’innovazione.

In bilico tra flamenco, elettronica, pop, rock, danza degli antenati e danza dei viventi. Tra l’Andalusia e le metropoli del mondo. Credo di poter dire che in Italia non esiste nulla di paragonabile: niente di così profondamente legato alle radici popolari antiche, e al tempo stesso così contemporaneo, così dinamico.

Scrivo di musica con una certa esitazione (temo l’opinione, autorevolissima, del peraltro ex direttore), e ho ben presente il monito di un mio vecchio amico: «Non ti fidare dei poeti spagnoli. La lingua concede loro un vantaggio scandaloso, è una lingua meravigliosa, sonora, seducente. Un poeta spagnolo mediocre sembra bravo, uno bravo sembra bravissimo. Ricordati di fare sempre la tara».

Me ne ricordo, di fare la tara. Ma se le mie mattine recenti e i miei spostamenti in auto sono pieni di Rosalía, Samuraï, Sílvia Pérez Cruz, Valeria Castro, María José Llergo, Mayte Martín e altre ancora (i maschi? Non pervenuti), non credo sia solamente merito dell’indiscutibile vantaggio sonoro dello spagnolo, lingua meravigliosa, fluente, con certe consonanti “mangiate” come se la lingua le avesse levigate.

Nella mia playlist ispanica troneggiano Rosalía e la giovanissima (24 anni) Samuraï, la più pop del gruppo, con una voce che riempie la casa, e per fortuna che non ho vicini in condizione di protestare. Ci sono anche due Lari, due numi protettori, due genitori onorati: Mercedes Sosa (quella di “Todo cambia”) e Paco Ibáñez, unica voce maschile. Grande eccezione in mezzo a una sfilata sontuosa di voci femminili.

Mia moglie è gentile e non mi dice esplicitamente che cosa pensa di un uomo attempato che si circonda di voci di ragazze. In mia difesa, posso solo dire che quelle voci, in sequenza, mi danno l’impressione, non so quanto motivata ma non importa, che stiamo entrando in una nuova epoca, a propulsione femminile. Se pensate che la sto buttando in politica, ascoltate Rosalía e ditemi se non vi dà l’idea, vederla e sentirla, che sia alla testa di un esercito in marcia.

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Finalmente un poco di sole. Domenica fredda e tersa, il rombo di fiumi e torrenti lentamente si attenua. Sono tornati i cardellini, a metà febbraio non me li aspettavo. La quasi-dittatura delle cince sta per avere fine, e i pochi pettirossi dissidenti non sono più i soli a resistere.

I cardellini non sono migratori veri e propri, mi sono sempre chiesto dove si nascondano da metà ottobre in poi, quando li vedo scomparire. Mi è perfino venuto il sospetto che stazionino nel fondo dei cipressi, e delle siepi folte, dove nidificano in primavera, al riparo dai predatori. E come mai, allora, non li vedo sbucare per andare a mangiare? Chiedo notizie e lumi a eventuali ornitologi in ascolto.

Nel frattempo, va detto che il cardellino, che è vermiglio, giallo, nero e bianco, di tutti gli uccellini visibili in Italia è decisamente il più bello. Chissà se lo sa, e se ne vanta. O se gli sembra normale.

Dice il meteo che la settimana sarà prevalentemente serena, ma con temperature piuttosto rigide; e forse giovedì, qui nel selvaggio Nordovest, passerà anche una spruzzata di neve. Ultime pagine dell’inverno. Primavera è già nell’aria, e qualche gemma comincia a ingrossare. In alto i cuori, e occhio a non scoprirvi troppo in fretta, che il freddo rimarrà in agguato ancora per un paio di mesi.