È cominciato il baseball

Come ogni anno inizia la stagione di baseball delle Major League. Quest’anno ho finalmente qualcosa da mettermi addosso. Le scorse stagioni il campionato prendeva il via e io mi ritrovavo sempre col guardaroba sguarnito. Oggi no, oggi è diverso: indosso i panni del tifoso dei Chicago Cubs.

Perché il baseball non è mai stato il “mio” sport. Lo seguo un po’, lo guardicchio e posso arrivare a dire che mi piace pure, ma seguire con costanza una stagione regolare che prevede 162 partite per ogni squadra (sono 30 in tutto, 16 nella National League, 14 nella American) è un’altra cosa. Ho detto che mi piace, sì, ma conviene spiegarsi ancora meglio: forse mi piace più quello che il baseball rappresenta – il “passatempo nazionale” USA – di quello che poi realmente va in scena giorno dopo giorno (la competizione, il vincere e perdere quotidiano). Mi piacciono i suoi riti e le sue tradizioni, più che i fuoricampo o le basi rubate. E quando uno sport lo segui così (senza un vero tifo per una squadra, senza una passione vera, autentica, totale) alla fine il tuo interesse è necessariamente superficiale, quasi casuale.

Ad esempio, io potevo diventare un tifoso dei San Diego Padres. Sono stati loro la prima squadra che ho visto giocare dal vivo, più di 10 anni fa. Qualcomm Stadium, San Diego, California. Contro c’erano gli Atlanta Braves, se non ricordo male, ma di non “tifare” per gli eroi di casa neppure mi era passato per il cervello. A quella gita al Qualcomm, poi, quell’estate ne sono seguite altre, perché per un periodo (ahimè breve) a San Diego ci ho vissuto. Ricordo che un’intera città, in quei giorni, aveva un solo eroe sportivo: Tony Gwynn. C’era il conto alla rovescia per la valida numero 3.000 della sua carriera, e non si parlava d’altro. Arrivò il 6 agosto, Gwynn entrava così a far parte di un club esclusivo (una trentina scarsa di fenomeni, né Joe Di Maggio né Babe Ruth, tanto per dire…) così come poi, dopo il ritiro nel 2001, nel 2007 sarebbe entrato nella Hall of Fame del baseball.

A San Diego, anni dopo, ci sono tornato, e sono tornato anche a vedere il baseball. Non più al Qualcomm, ma nello splendido PETCO Park, costruito a downtown (l’indirizzo ufficiale? Al 19 – il suo numero di maglia! – di Tony
Gwynn Way…), a due passi dal Gaslamp Quarter. La gente non impazziva più per Tony Gywnn, ma volete sapere a chi andò il boato più forte quella sera? A Tony Gwynn Jr., il figlio (che da quest’anno invece gioca per i Dodgers).

San Diego rimane nel cuore pure oggi, i Padres in parte anche, ma come per loro la mia passione poteva accendersi per i Red Sox. D’altronde le “calzette rosse” di Boston (che quest’anno molti danno per favoriti alla vittoria finale) hanno tutto: fascino, tradizione, rivalità (quella con gli Yankees), campioni e luoghi leggendari. Tra questi ultimi uno, in particolare. Fenway Park. Il “ballpark” più vecchio di tutte le MLB, la casa dei Red Sox dal 1912, un vero e proprio monumento nazionale. La striscia di tutto-esaurito è arrivata a quota 600, ma un biglietto per ritrovarmi faccia a faccia con il “Green Monster” sono riuscito a ottenerlo. In città per le finali di basket 2008 tra Celtics e Lakers, la NBA mi invita a una “colazione a Fenway”. Non sarà Tiffany, ma non mi faccio scappare l’occasione. Inclusa tra muffin&coffee, infatti, c’è la visita guidata al ballpark. Ricordo benissimo lo splendido entusiasmo della giovane fanciulla chiamata a svelarci i segreti del Tempio: raccontò dell’unico seggiolino rosso di tutto lo stadio – quello (Sezione 42, Fila 37, Posto 21) su cui atterrò la pallina del fuoricampo più lungo mai battuto a Fenway, 153 metri, opera di Ted Williams – come da noi in Europa potrebbero solo svelare il mistero del sorriso di Monna Lisa. Ma d’altronde per loro Fenway è il Louvre, ed è bello che sia così.

Oppure potrei essere un fan dei Giants, e in questo caso mi fregerei anch’io del titolo di campione in carica. San Francisco, infatti, difende quest’anno un titolo vinto lo scorso ottobre e atteso da ben 56 anni. All’AT&T Park ci andai un mezzogiorno di un’estate del 2008, e in una città che ha tutto per farti innamorare, anche lo stadio adagiato sulla baia non fa eccezione. Per dire: dal mio posto vedevo le barchette dei tifosi che sostano alle spalle delle tribune, in attesa che una pallina scaraventata fuori dall’ennesimo fuoricampo regali il più atteso degli “splash”. Per un secondo ci avrò anche pensato, probabilmente: mollare tutto, trasferirmi a S.F., comprarmi una barchetta e unirmi al simpatico gruppo. Ma poi, anche qui, ho lasciato stare.

Con Chicago, invece, no. Questa cosa dei Cubs sembra poter funzionare. Voglio davvero tifare per i Cubs. Anche perché sono rimasti gli unici che non vincono da una vita – dopo che la “Maledizione del Bambino” è stata finalmente sfatata e Boston è tornata a trionfare. Fanno 65 anni senza una vittoria nella propria conference, addirittura 102 senza il trionfo nelle World Series. Ma non è solo quello. C’è che la prima volta che sono stato in città – prima ancora dei musei, prima ancora del Millennium Park, prima ancora della Water Tower – ho sentito come un richiamo che mi ha fatto parcheggiare davanti a Wrigley Field. Era inverno, non si giocava, ma dovevo pranzare e nelle vicinanze dello stadio un bar lo si trova sempre. Prima di ordinare il mio “Veggie Roll” ho percorso a piedi tutto il perimetro dello stadio, sbirciando dentro dove potevo vedere qualcosa e immaginandomi il resto. Spero di poterci entrare, un giorno. Ma non credo mi rimanga troppo tempo.

Quello che c’è, intanto, sarà sufficiente a dire se questa passione per i Cubs è quella buona o se è stata soltanto una “cotta” come le altre (non per questo meno importante, proprio come tutte le cotte). Questa volta, a favore della vera storia d’amore, complottano pure fattori diversi e distanti, che con lo sport vero e proprio, quello dei risultati e dell’agonismo, non hanno niente a che fare. La vera scintilla è scattata con un film (che poi è una storia) e una canzone (che poi è una dichiarazione d’amore). Il film si chiama Catching Hell, e verrà proiettato in anteprima al Tribeca Film Festival di New York fra tre settimane. È la storia vera di Steve Bartman, il tifoso dei Cubs che – cercando di catturare una pallina – si attirò invece addosso “l’inferno” del titolo, perché la sua malaugurata idea negò una possibile presa all’outfielder dei Cubs Moisés Alou, innescando così un’incredibile spirale negativa. I Cubs vennero rimontati nella partita (era gara-6, erano sopra 3-2, era la finale di conference), persero la serie e da allora stanno ancora aspettando di vincere un titolo. Bartman venne prima scortato fuori dalla stadio, poi fu costretto a cambiare numero di telefono di casa e arrivò a un passo dall’entrare in un programma di protezione testimoni per sfuggire alla rabbia degli altri tifosi cittadini. La canzone invece si intitola All The Way, l’ha composta e la canta Eddie Vedder.

When you’re born in Chicago you are blessed and you’re healed
The first time you walk into Wrigley Field

There’s magic in the ivy and the old scoreboard,
The same one I stared at as a kid keeping score
In a world full of greed I could never want more
Someday we’ll go all the way
Yeah, someday we’ll go all the way

Il cantante dei Pearl Jam, prima di scoprire la passione per l’ukulele, non ha mai nascosto quella per i suoi Cubs ed è proprio il suo romantico omaggio al mito di Ernie Banks e dei muri coperti di edera di Wrigley Field che mi ha definitivamente convinto a indossare la divisa dei Cubs.

Forza ragazzi, il campionato è partito: questa magari è proprio la volta buona per andare “all the way”, fino in fondo. E sennò pazienza. C’è sempre l’anno prossimo.

jjj

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