L’Italia ferma a Oronzo Canà

Inizia maggio, finisce il Tribeca Film Festival. Ovvero cinema. A primavera. In quel di New York. Ce n’è abbastanza per lasciarsi incantare, se non fosse che il cartellone è pure di tutto rispetto e si fa sempre più interessante. Da quattro anni a questa parte, poi, ecco comparire anche una bella sezione dedicata ai film sportivi, che vede il TFF unire i propri sforzi a quelli del gigante televisivo ESPN, il network “all-sport” 24 ore su 24.

Ok, direte voi, roba da “impallinati”. Nicchia della nicchia. Può darsi. Ma può darsi anche di no.

Pescando a casa tra i titoli di quest’anno: un certo Spike Jonze (“Essere John Malkovich”, il più recente “Nel Paese delle Creature Selvagge”) dà una mano al regista Jeff Tremaine per mettere assieme “The Birth of Big Air”, sul mondo delle BMX; Ice Cube, 22 anni dopo aver cantato “Straight Outta Compton”, dalla musica passa al cinema (aveva già interpretato “Barbershop”) per “Straight Outta L.A.”, che racconta il mito dei Los Angeles Raiders, molto più di una semplice squadra di football. Sempre il festival organizzato nel “triangolo sotto Canal Street”, poi, l’anno scorso aveva visto Spike Lee tradire il tifo per i suoi New York Knicks e dedicare un documentario in presa diretta alla superstar dei Los Angeles Lakers Kobe Bryant (“Kobe Doin’ Work”).

Ma il binomio cinema&sport non è certo solo una cosa newyorchese, e tanto meno un fuoco che si esaurisce in una settimana.

Altri nomi? Quanti ne volete: Robert DeNiro sarà Vince Lombardi, nome sacro del football NFL: l’appuntamento è per il 2012, la sceneggiatura sarà di Eric Roth, premio Oscar per “Forrest Gump”. Ancora football: il Barry Levinson che racconta la storia della banda musicale dei Baltimore Colts nei giorni in cui la squadra “emigra” a Indianapolis, lasciando orfana un’intera città, è lo stesso Barry Levinson che per la regia di “Rain Man” si è portato a casa anche lui una statuetta targata Academy Awards. “Hancock” è stato nelle sale italiane per settimane e settimane, ma difficilmente vedremo il nuovo lavoro del regista Peter Berg, che ha raccontato il passaggio da Edmonton a Los Angeles del più grande giocatore di hockey di sempre, “The Great One”, Wayne Gretzky.

Premi? Riconoscimenti? Per Roger Ebert, il decano dei critici cinematografici USA, il miglior film a stelle&strisce di tutti gli anni ’90 è proprio un documentario sportivo; si chiama “Hoop Dreams”, e nel 1994 vinceva il Premio del Pubblico al Sundance Film Festival. Il regista era Steve James, che proprio recentemente è tornato a raccontare un’altra storia di basket, quella della controversa star NBA Allen Iverson, raccogliendo grandi consensi col suo “No Crossover” all’ultimo South by Southwest Festival di Austin, Texas.

Finiti (in realtà no, si potrebbe continuare all’infinito…) gli esempi, è ora di venire al punto. Perché da noi non c’è niente di tutto questo? Perché il cinema non pesca a piene mani nel mondo dello sport? Non solo mancano film sportivi degni di questo nome, ma mancano anche i Festival dove metterli in mostra e i nomi che li possano rendere credibili, mentre con ogni probabilità rimane ben radicata una certa convinzione che ci sia una cultura alta e una bassa – e il racconto sportivo appartenga necessariamente alla seconda. Il successo del cinema e del documentario americano di genere ci dice che non è così, ma da noi nessuno ascolta.

Eppure il Grande Torino ce l’abbiamo avuto noi. Ed è una storia che ha tutto. L’impresa sportiva. Il dramma della tragedia. Il ricco contesto sociale dell’Italia del Dopoguerra. Risultato? La solita fiction di mamma RAI, due puntate due per occupare (e probabilmente c’è da ringraziare!) altrettante prime serate.

Eppure Maradona lo abbiamo avuto noi. Anche qui: il top del talento sportivo; tutto il genio e tutta la sregolatezza che il copione richiede e impone; la rivincita del Sud che batte il Nord, e quella del povero che batte il ricco (“la Juve di Agnelli”). E il film chi lo fa? Emir Kustorica, born in Sarajevo.

Roba da impazzire, ma forse è giusto così. Almeno finché continueremo a raccontare la storia della Longobarda e non del Grande Toro, le imprese di Aristoteles e non quelle del “Pibe de Oro”. Magari facendoci anche una bella risata (consolatoria?) per la “bi-zona” e il “5-5-5” di Oronzo Canà. Già, altro che Mourinho…