La regola numero uno del baseball

A-Rod. Come Magic. Iron Mike. Kobe. Nello sport americano, spesso, funziona così: sei davvero “qualcuno” quando il tuo nome scompare per lasciar spazio a un soprannome. Che “Magic” (Johnson) si chiamasse Earvin se lo ricorda forse solo la madre. Mike Tyson, per tutti, era diventato “Iron Mike”. Non ha senso aggiungere Bryant, quando Kobe basta e avanza. Con Alex Rodriguez è così. La superstar dei New York Yankees è semplicemente “A-Rod”.

Non che basti un soprannome, sia chiaro. Lo status di superstar, il terza base degli Yankees, lo coltiva con passione dentro e fuori dal campo. Sui diamanti della Major League Baseball – che lo vedono protagonista da 15 anni, prima con Seattle, poi con Texas, quindi a New York – i successi non si contano: perenne All-Star, 3 volte miglior giocatore dell’American League e 4 volte miglior battitore della Lega, l’anno scorso ha aggiunto al suo pauroso palmares pure il primo titolo nelle World Series.

Fuori dal campo il fascino dei suoi occhi di ghiaccio conquista tanto le aziende che le donne più famose e celebrate del momento: abbandonato un matrimonio con l’anonima Cynthia, la sua personalissima e recente “triple crown” – la triplice corona, il premio che sancisce l’eccellenza nel baseball – porta i nomi di Madonna, Kate Hudson e Cameron Diaz. Ah, ovviamente è ricco. Molto ricco. Facciamo lo sportivo americano più ricco in assoluto. Il suo stipendio annuale, per il 2010, è di 33 milioni di dollari. Il contratto con gli Yankees, su 10 anni, gliene mette in tasca più di 300. E poi ci sono gli sponsor. Quindi: forte, famoso, bello, ricco e adorato dalle donne. Simpatico? Ecco, questa è un’altra storia.

Se il baseball è il “passatempo nazionale” americano, al di là della pozza atlantica odiare A-Rod sembra essere lo sport nazionale. Un paio di magliette che vanno fortissimo tra i tifosi dei Red Sox (rivali di sempre degli Yankees) lo illustrano meglio di tante parole. La prima, quella del titolo (“A-Rod is an A-hole”), non ha bisogno di eccessive spiegazioni. Una seconda, ancora più bella, recita “Mr. April – Miss October” e fa diretto riferimento alla durata del campionato di baseball (da aprile a ottobre) e a un altro celebre Yankee del passato, Reggie Jackson, il cui soprannome (eccoli che tornano…) “Mr. October” celebrava la sua capacità di esaltarsi nei momenti finali della stagione, quando in palio c’era il titolo. A-Rod? Tutto il contrario: dominante all’inizio, quando non conta (Mr. April), tutt’altro che strapotente alla fine, dove il “Miss” americano è tanto indicazione di genere (femminile) quanto insidioso predicato verbale (mancare).

Non è servito neppure il primo titolo vinto lo scorso ottobre con gli Yankees a migliorare la sua reputazione – perché solo pochi mesi prima, a febbraio, A-Rod aveva dovuto confessare di aver fatto uso di steroidi tra il 2001 e il 2003, quando ancora era ai Texas Rangers. Odiarlo, da quel momento, è ancora più facile, e l’ultima dimostrazione si è avuta solo un paio di giorni fa. Trasferta in California dei suoi Yankees, gara contro gli Anaheim Angels. Sesto inning. A-Rod scatta dalla prima verso la seconda e poi la terza base, ma la palla va in “foul” e il gioco si ferma. Si torna in prima, per ricominciare tutto daccapo. Solo che, nel tornare, A-Rod attraversa il luogo sacro di ogni lanciatore, il monte di lancio. Non lo aggira, lo calpesta, gli sale sopra. “La distanza più breve tra due punti è una linea retta”, lo giustifica il suo manager, Joe Girardi e lui, A-Rod, era “stanco”, come dirà nel dopopartita. In più, sia chiaro, nessuna regola – scritta o non scritta – vieta il transito per il monte di lancio. Al semi-sconosciuto lanciatore degli Oakland Athletics, Dallas Braden (26 anni, solo una cinquantina di presenze da titolare nelle MLB), importa poco: per lui “non si fa”, e un veterano come Rodriguez dovrebbe saperlo bene. Lo insulta in campo (“Scendi dal mio monte di lancio”), raddoppia la dose a fine gara, prima accusandolo di “non avere classe e di mancare di rispetto verso il gioco” e poi di essere “così pieno di se stesso” da non contemplare neppure un’ipotesi scuse. Messo al corrente delle accuse, la replica è 100% A-Rod: “Chi ha detto queste cose? Chi?”, domanda. Dallas Braden. “Ecco, appunto”. Segue l’ennesimo titolo del New York Times, sopra una foto del “solito” A-Rod: “L’uomo che il baseball ama odiare”.

Fine della storia. Fino alla prossima.