Tutta colpa della matematica

Oggi, nel bel mezzo della prima pagina della Stampa, spicca un titoletto: “Tutta colpa della matematica”. Il testo dell’articolo comincia con le parole “I modelli matematici non hanno previsto la bomba d’acqua che ha devastato Genova.” L’articolo prosegue a pagina 33, quella dedicata a “Lettere e commenti”, in pratica l’edizione liofilizzata e aggiornata al ventunesimo secolo della Terza pagina di qualche decennio fa: leggendolo fino in fondo si scopre che l’autore – Ferdinando Boero – ce l’ha anche con il latino, che però non è entrato nel titolo forse perché troppo inflazionato. Una rapida ricerca in rete ha poi confermato l’ipotesi che mi ero fatto, che cioè Boero parlasse pro domo sua: è infatti professore di prima fascia all’Università del Salento, con una cattedra in Zoologia. (Ma una volta La Stampa non aveva la simpatica abitudine di esplicitare chi fossero gli ospiti invitati a scrivere sul giornale?) Io non sono nessuno, ma nel mio piccolo non posso non rispondere ad affermazioni del genere, anche se tanto so già quale sarà la risposta: “Ma era solo una provocazione”, la scusa che sta scalzando il “sono stato frainteso” nella hit parade della mancata assunzione delle proprie responsabilità. Non parlerò del latino né del latinorum perché pur essendo molto felice di averlo studiato a scuola non ho abbastanza conoscenze del tema; ma sulla matematica qualcosa la posso forse dire.

Rileggete la prima frase dell’articolo. Garantisco che quella non era una banale frase a effetto: più avanti nell’articolo Boero afferma «Chi studia scienze naturali [cioè lui] sa che non esistono equazioni per cose complicate». Certo le cause prime del disastro nel capoluogo ligure sono la mancata manutenzione, le costruzioni dissennate e i cavilli burocratici che non hanno mai fatto partire i lavori appaltati dopo l’alluvione di tre anni fa. Ma sotto sotto la colpa è anche un po’ dei matematici, che fanno modelli su modelli che alla fine non funzionano, mentre lui sa bene che i modelli «prevedono il prevedibile ma non riescono a prevedere l’imprevedibile»: insomma Nassim Taleb e il suo Il cigno nero hanno purtroppo colpito ancora. Naturalmente la colpa è della scuola, perché «C’è molta più matematica che storia naturale. Ed è per questo che confidiamo nei modelli matematici che, nel momento estremo in cui servirebbero, falliscono» mentre «chi studia scienze naturali sa che non esistono equazioni per cose complicate», come già ci spiegava Darwin. Peccato che le cose non stiano proprio così. Chi confida nei modelli matematici e li prende come formulette magiche che devono per forza dare la soluzione unica, corretta e precisa a tutti i problemi, sono proprio tutti quelli che magari hanno imparato tante formulette matematiche, ma non hanno capito affatto che cos’è davvero la matematica. Un modello per definizione è un modello e non è la realtà; se è fatto bene può combaciare in un certo numero di aspetti con quello che c’è nel mondo, ma non sarà mai la stessa cosa. Gli ingegneri lo sanno bene: se devono costruire un ponte che regga un certo sforzo non fanno certo i loro calcoli strutturali basandosi su quel valore, ma si tengono molto larghi proprio per “prevedere l’imprevedibile”, almeno per quanto è possibile.

Purtroppo la matematica è vista come un oracolo anche da tantissime persone che una cultura ce l’hanno, e anzi costoro sono spesso i primi a cercare ogni occasione possibile per dare contro alla matematica – meglio, a quella che per loro è la matematica – senza provare a capire di cosa si parla. L’aneddoto presentato da Boero sullo scienziato dell’ex Unione Sovietica che gli spiega che sappiamo definire il comportamento dei sistemi complessi, a cui egli replica che con quelle equazioni i sovietici hanno costruito i loro piani quinquennali e si è visto il risultato, è paradigmatico. Le equazioni che definiscono i sistemi complessi hanno una soluzione, e la soluzione può anche essere esatta: il punto è che un sistema complesso è intrinsecamente instabile, nel senso che un qualunque matematico (e un qualunque fisico, e un qualunque ingegnere) sa che la soluzione tovata in teoria non può essere applicata nel mondo reale perché il modello ha inevitabilmente qualche sia pur minima differenza con la realtà e l’equazione risolutiva è tale per cui una differenza piccola a piacere tra due punti di partenza darà nel tempo un risultato completamente diverso. Il nostro universo è fatto così. Il tempo in cui la scienza era quella di Newton, che piace tanto al nostro storico naturale, è finito da una vita; purtroppo a scuola non si insegna abbastanza matematica per spiegarlo agli studenti, o magari non siamo capaci a insegnare la matematica giusta.

L’unica cosa che posso sperare è che Boero dedichi le sue energie a un progetto sicuramente più vicino al pensiero esposto nel suo articolo. Se, come afferma, il concetto di matematizzazione della storia naturale è un errore madornale, perché non inizia una battaglia per far togliere le materie da lui insegnate dalla facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali per spostarle in un posto più consono? Sono certo che ci guadagnerebbero tutti.

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