Quando l’assassino accende la GoPro

Cosa succede quando l’assassino accende la GoPro sulla testa e trasmette la strage che sta compiendo su Facebook live? Succedono molte cose assieme, la maggioranza delle quali scatenano in noi sentimenti di vasta ripugnanza. Disperazione e orrore, intanto. Le autorità ammoniscono di non condividere simili immagini, i media fanno i finti tonti, moltissime persone – autenticamente – pensano che condividere atti di così grande efferatezza sia una maniera per provare a disinnescarli. L’unica nelle loro possibilità. Probabilmente sbagliano.

La strage, come è avvenuto altre volte in passato, sembra essere stata pensata dai suoi autori per occupare il proprio spazio dentro il tempo reale. Scopriamo che uno dei terroristi ha pubblicato in rete un saggio a supporto, ha utilizzato simboli evocativi, scritto a pennarello bianco sui caricatori i nomi di personaggi presi un po’ a caso dai libri di storia e delle cronache recenti. Ha reso disponibile anche una propria breve biografia, forse immaginando che dal giorno dopo molte persone sarebbero state interessate al fatto che lui aveva avuto un’infanzia felice, che non amava studiare, che ha viaggiato un po’ con soldi guadagnati online. Un normale ragazzo bianco – prosegue la nota –che a un certo punto ha deciso di fare qualcosa per assicurare un futuro alla sua gente.

Nelle prossime ore molti commenti si concentreranno sull’utilizzo strumentale della rete per comunicare simili azioni. Il manifesto alla Anders Breivik (73 pagine) messo su Scribd, il profilo twitter con le foto delle armi aperto appositamente, la diretta dell’evento su Facebook live, il video poi ripubblicato su Youtube. C’è una regia – scriveranno in molti – l’insieme di queste scelte identifica un chiaro progetto di comunicazione.

L’estetica stessa dell’evento video fornisce rimandi potentissimi che saranno a suo tempo utili per complicare ulteriormente le cose. Per chi ne ha avuto esperienza quelle scene offerte alla visione di tutti riproducono esattamente il contesto operativo dei videogames sparatutto. Così qualcun altro domani – c’è da scommetterci – tirerà un filo logico insensato, come sempre avviene in questi casi e si domanderà se il terrorista assassino da piccolo passava i pomeriggi in camera a giocare a Duke Nukem 3D.

Forse è tutto più complicato di così: l’irruzione delle nostre vite nel tempo reale è una costante comunicativa dei tempi, non una strategia da utilizzare in casi particolari. Le stories su Instagram, gli eventi live su Facebook non sono eccezioni ma gesti di una nuova per quanto criticabile umanità. Esistono come rappresentazione di sé e non dipendono da fatti più o meno rilevanti che ci accadono. Lo streaming della strage è un evento che – l’assassino lo sa – ha una sua intrinseca potenzialità di essere visto, è una rivincita sulla mediocrità, l’occasione di suscitare finalmente l’attenzione altrui, ma è anche e soprattutto una nuova terribile forma di normalità: la propria vita esposta punto a punto e volontariamente agli altri.

Non è un caso che nella lunga diretta (17 minuti) dell’orrore l’assassino suggerisca a chi è in ascolto di sottoscrivere il profilo Youtube di Pewdiepie. Il semplice ragazzo bianco che sta colloquiando con gli amici.

Il fatto è che ci scopriamo impotenti di fronte a tutto questo: l’assassino da una parte mostra con chiarezza immediata tutta la sua diversità da noi e questo certo un po’ ci tranquillizza, ma, dall’altra, i suoi gesti pubblici, la grammatica con la quale li racconta è la medesima che utilizziamo noi. È confondendosi con noi, suggerendo un legame sottile con i nostri comportamenti quotidiani, che questa storia mostra il proprio lato più insidioso: siamo ogni giorno seduti sopra una bomba di intricata complessità. Di tanto in tanto ne scoppia una parte e ci ferisce tutti.

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