Cambiare il mondo con un fucile a elastici

Due sono le questioni che varrà la pena sottolineare dopo l’articolo del New York Times su come Facebook ha gestito in questi anni l’emergenza sulle manipolazioni politiche del social network. La prima è velocissima, ce la sbrighiamo in due righe: ci serve un giornalismo formidabile come questo, faticoso, costoso e per nulla semplice. Serve a tutti, dobbiamo ritrovare la maniera per finanziarlo come merita.

La seconda, più complicata ma inevitabile, potrebbe essere riassunta in un vecchio celebre verso di Fabrizio De André del quale ci dimentichiamo troppo spesso.

“Non esistono poteri buoni”.

Quando le aziende, così come le comunità di persone, i partiti politici, le associazioni, diventano molto grandi, quando diventano potenti, la regola quasi matematica è che diventino cattive. E come tali pericolose. E come tali contrarie agli interessi generali.

Facebook non fa eccezione, il lungo lavoro di ricostruzione del quotidiano americano racconta in fondo cose che sappiamo già, che abbiamo viste ripetersi spessissimo negli anni in ambiti differenti: Facebook pensa a sé stessa, a prescindere da quale sia il tema in discussione si occupa del proprio benessere e della propria sopravvivenza. Ogni sovrastruttura etica (accade soprattutto nei partiti ma perfino le aziende, specie quelle della Silicon Valley, di principi ai quali aderire affermano spesso di averne una lunga serie) resta in secondo piano. E questo è molto rilevante per una azienda che non fabbrica calcestruzzo ma connette intelligenze.

Per nostra fortuna ogni gigantismo aziendale porta anche qualche buona notizia: un’intrinseca debolezza legata al loro essere apparati complessi. In ogni azienda con migliaia di dipendenti c’è un Edward Snowden o, in questo caso un Alex Stamos che si oppone e getta sabbia nel meccanismo. Sono testimoni preziosi, ai quali dovremmo essere grati: rendono, anche solo per un istante, meno efficiente la cattiveria del mostro, ne svelano i segreti e ne sottolineano i limiti.

Facebook, Google e Amazon sono ormai grossi mostri, come in certi cartoni giapponesi occupano le nostre città. Sono mostri complessi, contengono moltitudini, domandano la nostra attenzione. Le loro pagine sulla trasparenza aziendale sono eleganti prese in giro. Ma quelle aziende non sono una novità, sono parte di noi e hanno semplicemente sostituito altri identici mostri precedenti. Abbiamo armi elementari e ridicole per combatterli. Andiamo in guerra con il fucile a elastici regalatoci a Natale.

Abbiamo il New York Times, Fabrizio de André, Alex Stamos e quelli che si faranno avanti domani, piccoli Davide di fronte a Golia che sembrano giganteschi. Caricheremo l’elastico, prenderemo la mira con cura e colpiremo il mostro in pieno petto. Lui ci guarderà con un sorriso inatteso, stupito per tanta improntitudine. A noi in quel momento ci sarà parso per un istante di vederlo vacillare.

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