Quanto è arrabbiato Matteo?

 

 

Matteo a un certo punto ha un’idea. Scrive un messaggio sul muro.

Decideremo più avanti se quel messaggio sia una scemenza o un colpo di genio (o entrambi): per ora limitiamoci a considerare i destinatari del messaggio. Apparentemente siamo tutti noi: Matteo è arrabbiato (con qualcuno e per qualcosa) e intende farcelo sapere. Non ci dice altro ma insomma, forse possiamo immaginarlo. Tuttavia quel messaggio ha anche altri destinatari, in una sequenza di importanza a noi ignota. Forse Matteo è arrabbiato con Sergio e vuole che lui lo sappia mentre anche noi lo sappiamo, forse è arrabbiato con Luigi e vuole che lui lo sappia nello stesso istante in cui tutti quanti lo sanno. Forse è arrabbiato con entrambi. Oppure siamo totalmente fuori strada: forse è arrabbiato con Paolo o con Giuseppe, o con qualcun altro. In ogni caso il vero destinatario sa bene che Matteo è arrabbiato con lui. Lui lo sa e noi no. Oppure nemmeno questo: Matteo non è arrabbiato con nessuno, semplicemente sta giocando una partita, forse getta il sasso nello stagno e resta lì placido a guardare i cerchi allargarsi.

L’ambiguità delle frasi vaghe abbandonate sui social network è di solito una faccenda fra innamorati. È il sottofondo sentimentale di tradimenti e passioni: quasi sempre è un gesto infantile e un po’ violento, come lo sono tutte le manifestazioni sentimentali fra bimbi dai 5 ai 95 anni.

Ma in politica? Cosa significa “sono davvero arrabbiato” scritto su un muro digitale in politica? A cosa serve il like dell’amichetto fra gli altri mille like che pioveranno su quella frase senza troppo significato? È una dichiarazione di complicità o una lettera di scuse? Oppure è un gesto casuale (come quasi tutti i like sui social) che non richiede ulteriori analisi?

Forse tutto questo è un segno dei tempi, della pervasività inevitabile delle reti sociali che raggiungono ogni anfratto. Oppure significa altro. Che l’ambiguità intrinseca dei brevi messaggi di testo è diventata una sponda perfetta per l’ambiguità della politica, con i suoi codici nascosti ma non troppo, le insinuazioni non meglio specificate.

Forse Matteo è un politico digitale, nel senso di uno che ha fatto propri i linguaggi dei social network e dentro la sua testa li ha resi indistinguibili da altre forme di comunicazione. Oppure Matteo è un furbo che ha compreso meglio di altri come il detto-non-detto dei social sia un’arma potente e spregiudicata.

In ogni caso quel “io sono arrabbiato” su Facebook e Twitter è un perfetto esempio di disvelamento digitale applicato alla comunicazione politica. Le insidie e le astuzie escono dalle segrete stanze. Domani in molti scriveranno “signora mia dove andremo a finire”. Come sempre succede in questi casi stiamo andando a finire dove eravamo prima. La differenza è che le miserie e i tic del potere sono esposti sulla pubblica piazza.

Il popolo sarà scandalizzato (o felice) di constatare quanto i propri governanti, quelli in grisaglia e quelli con la felpa, siano così oscenamente uguali a loro. E di come forse lo fossero anche prima, senza che noi ce ne accorgessimo troppo. Non tutto il popolo, per la verità. Solo la quota residua di quelli che continuano a sperare di eleggere qualcuno migliore di loro. Per tutti gli altri i brevi messaggi in codice sui social saranno l’ennesimo trionfo della trasparenza e dell’onestà. Segnali da un mondo nuovo che sta finalmente arrivando. Sperarlo costerà meno fatica e servirà a tenere ancora per un po’ il dolore lontano.

 

 

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