Facebook e l’origine del mondo

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Internet funziona bene perché è fatta di legami deboli. Le connessioni sono sempre possibili ma nella maggioranza dei casi del tutto potenziali: Internet nella maggioranza dei casi è una lista di eventi che non avverranno mai. È per questa ragione che la speranza di Juan Carlos de Martin contenuta in un bell’articolo pubblicato su Repubblica di ieri è destinata a fallire. Perché nel momento in cui i legami si fanno piattaforma, da deboli diventano forti, da determinati si fanno casuali, governati dagli umori della maggioranza e non dal caso o dalla personale curiosità.

Scrive De Martin a proposito della nota e fastidiosa tendenza di Facebook a censurare contenuti secondo scelte discutibili:

“Fino a che punto un padrone di casa può limitare un diritto fondamentale come la libertà di espressione? E nel caso specifico di Facebook, è sensato tentare di imporre in tutto il mondo gli stessi standard comunicativi? Finora abbiamo visto imporre dall’alto a tuti gli utenti sensibilità tipicamente statunitensi, come l’avversione al nudo. È ora che Facebook e le altre grandi piattaforme prendano atto del ruolo oggettivamente pubblico e oggettivamente globale che hanno assunto in questi anni e diano maggior libertà di scelta ai loro utenti.”

La risposta per conto mio è semplice: il padrone di casa non ha grandi obblighi nei confronti dei propri avventori intenzionali. La distorsione non è tanto che Facebook applichi il proprio calvinismo elementare all’Origine del Mondo di Courbet quanto che noi si accetti di far base da quelle parti per un numero rilevante delle nostre relazioni di rete. Facebook, per usare un concetto che a Juan Carlos piace di sicuro, non è un bene comune, è un’azienda privata con le sue regole. Regole che magari a noi sembrano curiose o assurde ma che non sono emendabili secondo criteri diversi da quelli dell’opportunità aziendale.

Fino a quando Internet rimane oggetto periferico, com’era nelle intenzioni dei suoi creatori, il problema non si pone. Ognuno di noi frequenterà le piccole parti di rete che preferisce, si costruirà una propria lista di stimoli e preferenze basata su relazioni deboli e su sensibilità che gli sono vicine (o in alcuni casi diametralmente opposte). Nel momento in cui Internet si accentra in piattaforme forti nascono i guai.

È successo molti anni fa ad Ebay, con le sue aste di memorabilia naziste impugnate da un tribunale francese, succede da tempo su Facebook per le ragioni più varie, dentro uno stupidario governato da imperscrutabili algoritmi e giudici in carne e ossa che pontificano sulla liceità planetaria di frasi o immagini postate dagli utenti: nel calderone ci finisce di tutto, dalle mamme che allattano ai quadri di Modigliani, al pelo pubico del Museo d’Orsay, fino ai piccoli flash-mob di chi per scherzo o delazione segnala un profilo da chiudere. Succede a Twitter che solo qualche giorno fa annunciava orgogliosamente di aver eliminato dalla sua piattaforma migliaia di profili riconducibili all’ISIS, in una sorta di azione di polizia (ma senza polizia) resa inevitabile dalla forza oggettiva che assumono simili legami di rete dentro piattaforme molto centralizzate.

Anche in questo caso, come in quelli precedenti, diventa difficile, per non dire impossibile, riconoscere il confine fra lecito ed illecito, fra censura e libera espressione, mentre appare al contempo molto chiaro come il criterio attraverso il quale la piattaforma discrimina è semplicemente il proprio. E se da un lato la loro grande centralità trasforma per forza di cose le piattaforme sociali in oggetti editoriali, dall’altro appare chiaro come la Internet libera e democratica, con i suoi sogni egualitari e romantici, piuttosto che immaginarsi improbabili compromessi dovrebbe forse cercarsi più stabile residenza altrove.